14 maggio 2018

Dentro il voto libanese

di Luca Attanasio

«Il Libano – disse Giovanni Paolo II nel corso della sua visita del 1997 – non è un Paese, è un messaggio». Si riferiva a quella caratteristica, tipica del Paese dei cedri, che ne ha fatto un modello di pluralismo valido «per l’Occidente e l’Oriente» grazie alla sua composizione eterogenea, alla convivenza millenaria tra fedi, etnie, tradizioni e culture diverse o addirittura opposte. Il milieu libanese, da una parte esalta la coabitazione, dall’altra sottolinea l’enorme difficoltà a garantire un equilibrio per un Paese uscito da una devastante guerra civile solo 18 anni fa. L’appartenenza ai 18 gruppi etnico-religiosi, diversificati a seconda delle sfumature all’interno delle tre grandi famiglie dei cristiani, dei sunniti e degli sciiti, ha un impatto imprescindibile sulla sfera individuale e comunitaria delle persone. E, ovviamente, su quella politica.

I circa 3,5 milioni di aventi diritto al voto che erano chiamati alle urne lo scorso 6 maggio (alla fine ha votato meno della metà), dovevano rinnovare i 128 seggi del Parlamento così rigidamente ripartiti: 64 riservati alla comunità cristiana secondo l’incidenza sulla popolazione totale (34 ai cristiano-maroniti, 14 ai greco-ortodossi, 8 ai melchiti, 5 agli armeno-ortodossi, 3 per le restanti minoranze cristiane) e 64 seggi alla comunità musulmana (27 ai sunniti, 27 agli sciiti, 8 ai drusi e 2 agli alawiti). Il criterio, stabilito dagli accordi di Taef nell’ottobre del 1989, è figlio del terrore generato dalla guerra civile (1975-1990) e della volontà di vari leader arabi di uscirne una volta per tutte attraverso un delicatissimo equilibrio studiato a tavolino.

L’attesa per le elezioni politiche dello scorso 6 maggio era tanta a causa di vari aspetti. Intanto perché, a causa di continue proroghe, non si votava da 9 anni; poi perché a guidare l’intero processo elettorale sarebbe stato per la prima volta unicamente il ministero dell’Interno: precedentemente, ad esempio, a gestire lo spoglio erano i rappresentanti dei partiti stessi. Infine, perché si inaugurava un sistema elettorale che puntava a garantire maggiore rappresentatività e limpidezza, un proporzionale classico con la possibilità di esprimere una preferenza per lista. Il sistema, però, è talmente intricato e, per alcuni versi bizzarro, che a circa una settimana dal voto i canali televisivi o i principali media, oltre a non poter disporre dei dati definitivi, fanno ancora fatica a spiegarne connotati e risultati effettivi.

Alla fine, infatti, è stato proprio il cambio del sistema il vero protagonista di questa tornata elettorale. La conquista o la perdita di consensi non rispecchiano infatti le reali proporzioni delle preferenze della popolazione né spostano così decisamente gli equilibri parlamentari.

Proviamo ad analizzare i risultati e quanto siano stati influenzati dal nuovo metodo di voto.

I partiti in crescita sono stati senza dubbio quelli appartenenti al blocco sciita (Hezbollah 14 seggi e Amal più liste apparentate 17). A seguire le Forze libanesi del cristiano-maronita Samir Geagea che passa dagli 8 seggi del 2009 al doppio (riscuote il consenso per le posizioni nettamente anti-sciite a scapito dell’altro grande partito cristiano, la Corrente patriottica libera del presidente Aoun, che comunque, assieme a liste apparentate e al partito di Talal Arslan, dispone di 25 seggi) e il Partito socialista progressista del druso Walid Jumblatt, che conquista 2 seggi in più e si porta a quota 9.

Il fronte sunnita, invece, esce sicuramente sconfitto (ma non distrutto) da queste elezioni. In particolare, a perdere il numero maggiore di seggi è il Movimento per il futuro del premier uscente Saad Hariri, che scende a quota 19.

Oltre a una frammentazione eccessiva, i sunniti pagano lo sconcerto creato tra la popolazione dalla torbida vicenda che ha visto protagonista proprio Hariri nel novembre del 2017. A causa di questioni legate al petrolio, il premier, che oltre a quello libanese, ha anche un passaporto saudita, fu ‘richiamato’ a Riyad e sostanzialmente recluso nell’hotel Ritz. Da lì fu costretto a rassegnare le dimissioni e a prendere nettamente posizione contro Hezbollah, accusato di tramare contro la propria vita così come successe con il padre, ucciso nel 2005. La ridefinizione degli accordi petroliferi gli permise poi di tornare in patria e riprendere il ruolo di premier, non certo quello di leader indiscusso.

Il partito della Società civile ha ottenuto un seggio, mentre le donne entrate in Parlamento, sebbene si fossero candidate in numero decisamente consistente (86), sono state solo 6.

L’elettore si recava alle urne con una scheda elettorale che presentava un gruppo di liste per collegio ognuna delle quali aveva una serie di candidati – segnalati con la foto – che potevano ricevere una sola preferenza. Ogni lista, però, al suo interno, presentava esponenti di altri partiti, anche opposti tra di loro, al solo scopo di prendere più voti possibile e garantirsi seggi in Parlamento. Il Movimento per il futuro di Hariri e la Corrente patriottica libera del presidente Michel Aoun, ad esempio, figuravano in liste comuni in quattro distretti, mentre erano rivali in altri quattro. Meccanismi simili hanno riguardato tutti gli altri partiti e hanno favorito l’uno o l’altro a seconda dei collegi. Gli unici che hanno tenuto salda l’alleanza a livello nazionale, ottenendo quindi i maggiori benefici dal voto, sono i due partiti sciiti di Amal ed Hezbollah.

In ogni caso, al di là degli annunci trionfalistici dei partiti che più hanno tratto vantaggio da questa tornata elettorale, resta che le vittorie e le sconfitte non sono tali da sconvolgere gli equilibri parlamentari né quelli politici: il blocco sciita – composto da Hezbollah e Amal – può certamente considerarsi vincitore di queste elezioni, ma rispetto a quelle del 2009 ha visto aumentare il suo bottino di deputati di sole 3 unità (29 seggi rispetto ai 26 del 2009).

Le elezioni del 6 maggio hanno anche lanciato un segnale di disaffezione dei cittadini verso il reale potere di cambiamento che il voto ha in Libano. L’affluenza si è attestata attorno al 49%, mentre il tanto atteso voto all’estero (per la prima volta potevano esprimersi i libanesi della diaspora) è stato un vero flop: i libanesi nel mondo ammontano a diversi milioni, quelli che si sono registrati per votare sono stati 90.000, mentre quelli che lo hanno fatto, sono stati meno di 50.000. Il trend è certamente negativo rispetto al 2009 quando oltre il 54% degli elettori si è recato alle urne, ma rappresenta una tendenza storica dei votanti libanesi che hanno spesso disertato le urne.

Non sarà facile comporre il nuovo governo e la quasi scontata riconferma di Hariri a capo dell’esecutivo prima del 6 maggio sembra ora una grossa incognita. Di certo, forti dell’affermazione, gli sciiti alzeranno le pretese. Il presidente del Parlamento uscente e potente leader di Amal ha già chiesto per sé il ministero delle finanze e di venir associato a ogni decisione che sarà firmata dal primo ministro e dal presidente.                

La lotta, oltre che su quello politico, appare aspra sul piano geopolitico. Sul Libano si gioca l’ennesima partita tra Iran e Arabia Saudita e i venti di guerra che anche Israele, USA e altre potenze contribuiscono a far spirare sull’area negli ultimi tempi, non fanno presagire nulla di buono.

 

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