28 aprile 2017

Di primarie, si vive o si muore

di Fortunato Musella

Fanno parte della “rivoluzione partecipativa” osservata in numerosi partiti europei: le primarie vanno diffondendosi come metodo democratico per la scelta dei candidati o dei leader in Paesi e partiti dalle tradizioni politiche molto diverse, spesso accompagnandosi a folle di votanti. Proprio nella fase in cui è difficile conservare la fiducia dei cittadini verso gli attori della rappresentanza – e forse proprio per questo – ai membri e sostenitori di partito è destinato un ruolo nella organizzazione interna mai avuto in passato, sino ad incidere sulla prerogativa che da sempre è patrimonio irrinunciabile delle élite partitiche: la scelta del capo. In un’elezione popolare del leader che solo con un certo grado di disinvoltura concettuale può continuare ad essere identificata con il termine improprio di primaria, che invece si riferisce più comunemente alla selezione dei candidati per le cariche elettive.

Di fatto, un continuo fiorire di iniziative e di riforme statutarie ha portato ad un’evidenza empirica molto netta: mentre nei regimi parlamentari del 1965 il 72% delle procedure di selezione del leader erano affidate a ristretti gruppi oligarchici, nel 2015 più della metà di esse vedono il coinvolgimento attivo dei membri di partito, in consultazioni aperte o ampie assemblee*.

Le consultazioni del PD per la scelta del segretario che si terranno domenica prossima, oltre a costituire una pratica più che consolidata per lo stesso partito, fanno dunque parte di un ampio trend che accomuna numerose democrazie contemporanee. Nondimeno ne rappresentano la punta più avanzata, sia per gli alti livelli di affluenza – sono stati, ad esempio, quasi due milioni di cittadini che hanno sostenuto Matteo Renzi alla scelta del segretario del 2013 – sia, soprattutto, per l’ampiezza dell’elettorato, che include non solo coloro che a vario titolo prendono parte alle attività di partito, ma chiunque si dichiari sostenitore del Partito democratico, a incominciare dai sedicenni. Due elementi che hanno condotto il PD a cambiare identità, con notevoli conseguenze sugli equilibri interni e in particolare sui rapporti tra leader e organismi dirigenti, che portano a rafforzare le principali interpretazioni che la scienza politica offre a proposito di “primarie del capo”.

La prima vede la partecipazione come volano di democratizzazione. Quando le primarie sono state introdotte negli Stati Uniti più di un secolo fa, il movimento progressista, nel proporle, assumeva come bersaglio critico quelle decisioni prese da pochi maggiorenti di partito, in stanze piene di fumo** e lontane dai cittadini. La retorica dell’«uno vale uno» si sposa più di recente con la necessità di rispondere alla disaffezione e al calo di partecipazione da parte dei cittadini, testimoniata dal netto calo di iscritti e confermata dalla scarsa affluenza elettorale. Di fatto, anche le primarie più recenti si sono rivelate un’ottima occasione per rilanciare la sorte di partiti o leader in cerca di legittimità o di posizionamento politico-elettorale. Anche se non sono mancate analisi che hanno mostrato come la maggiore partecipazione dei cittadini non sia sempre corrisposta ad una maggiore competitività tra i candidati e, anzi, sono disponibili evidenze empiriche che dimostrano che più ampio è l’elettorato – o per meglio dire il selettorato, secondo il nuovo lessico delle primarie – minore risulta essere la competizione.

La seconda interpretazione delle primarie considera, invece, il principale fenomeno del nostro tempo: la personalizzazione della politica. Quali che siano i numeri della partecipazione, l’elezione diretta del leader crea un legame di tipo diretto tra vertice e base di partito, a discapito del ruolo e delle prerogative degli strati intermedi dell’organizzazione partitica. Esse generano un effetto di tipo plebiscitario, in cui il leader può reclamare un consenso autonomo, non costruito attraverso la fitta rete di dirigenti e militanti, ma riscosso senza intermediazioni, attraverso il suo appello alla cittadinanza. Anche se nel caso delle ultime elezioni del segretario Renzi si è prodigato molto nel processo di fidelizzazione di quadri e dirigenti, la sua vittoria è stata resa possibile solo dalla democratizzazione di un voto cui sono stati chiamati non solo i membri di partito ma anche i semplici supporter: in questo caso il leader ha fatto leva sulla fiducia di segmenti dell’elettorato che possono essere esterni al bacino del consenso per il suo partito. Per essere ancor più netti: il partito che sceglie il suo leader è, per definizione, a geometria variabile.

I due modi di intendere le primarie non sono di per sé inconciliabili. Primarie ben regolamentate sono uno strumento efficace per riformare partiti e cittadini, educandoli ad una partecipazione attiva in strutture che prevedono una dialettica interna***. Non a caso le primarie, per quanto sempre più diffuse, si sviluppano soprattutto nei partiti di sinistra a tradizione egualitaria. Mentre è altrettanto significativa l’esperienza dei partiti personali, ancorati alla figura del presidente-fondatore, la cui posizione di dominio non è discutibile e dove le primarie non sarebbero immaginabili per palese difetto di democrazia interna.

Allo stesso tempo, però, anche laddove le primarie sono possibili, esse non rivitalizzano i partiti del passato. Ne avviano una nuova forma, essa stessa basata sul leader. Che fa leva sul mandato popolare, che lo porta al comando finché il pubblico conferma.

*Dati e riflessioni approfondite nel volume Fortunato Musella, Political Leaders beyond Party Politics, London, Palgrave, 2017. ** Secondo la celebre descrizione del caucus di Boston da parte di Elmer Schattschneider, Party Government: American Government in Action, New Bunswick and London, Transaction Publishers, 1942, p. 41. *** Le tante virtù delle primarie sono state autorevolmente messe in evidenza, sulla base di puntuali e attente analisi empiriche, da Gianfranco Pasquino. Si veda Partiti, Istituzioni, Democrazie, Bologna, Il Mulino, 2014.

 


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