10 dicembre 2018

Dietro il caso Huawei, la lotta tra USA e Cina per la supremazia tecnologica

Huawei è nota al grande pubblico per essere una delle più importanti compagne produttrici di smartphone (allo stato attuale è la terza rivenditrice al mondo, dopo Apple e Samsung). Ha quindi destato molto scalpore la notizia dell’arresto in Canada, su richiesta americana, della sua direttrice finanziaria, Meng Wanzhou. In questa vicenda, che ha già sconvolto i mercati di tutto il mondo, entra in gioco un lato di Huawei meno noto ma che costituisce il vero cuore dell’azienda. La compagnia cinese infatti è, prima ancora che una produttrice di device, una fornitrice di infrastrutture per la connettività di rete in tutto il mondo: sono centinaia i Paesi con cui Huawei ha stretto accordi per fornire le proprie tecnologie, ed è proprio questo l’elemento che ha fatto scattare l’arresto.

Secondo l’accusa, Meng Wanzhou avrebbe organizzato una vera e propria frode bancaria per consentire di esportare tecnologia Huawei verso il mercato iraniano. Poiché i componenti Huawei si basano anche su tecnologia americana, esportare quei prodotti in Iran equivale, secondo Washington, a violare le sanzioni poste dagli Stati Uniti sulle componenti tecnologiche per via dei loro possibili risvolti in ambito militare.

Meng Wanzhou ora rischia l’estradizione negli Stati Uniti e una pesante condanna. Il caso però si è già spostato dal piano giudiziario a quello diplomatico. Il viceministro degli Esteri cinese ha convocato l’ambasciatore canadese a Pechino per informarlo che, senza un rilascio immediato di Meng, ci saranno gravi conseguenze dal punto di vista economico. A rischio è anche la tregua di novanta giorni sui dazi commerciali appena stipulata da Donald Trump e Xi Jinping.

La storica vicinanza tra l’azienda e i vertici del governo cinese ha portato diverse volte Washington a sospettare dell’operato di Huawei. L’arresto di uno dei vertici della compagnia costituisce in punto più alto di uno stato di tensione presente ormai da anni. Ci sono due aspetti che, secondo Washington, farebbero del colosso tecnologico cinese una potenziale minaccia oltre che lo strumento di una sfida diretta alla leadership globale americana: il primo è l’utilizzo di tecnologie Huawei come strumento di spionaggio al servizio del governo cinese; il secondo è il tentativo di appropriarsi ad ogni costo di tecnologie straniere, soprattutto americane, per metterle a disposizione di Pechino e alleati (per l’appunto l’Iran, stando alle accuse rivolte a Meng Wanzhou).

L’utilizzo delle moderne tecnologie informatiche e per le telecomunicazioni come sofisticato metodo per spiare di tutto, dalle abitudini di consumo dei cittadini fino alle più riservate informazioni custodite dai governi, costituisce oggi una costante per tutti i Paesi. Nel corso degli ultimi mesi proprio le autorità statunitensi hanno lanciato diversi allarmi ai cittadini americani e ai governi alleati per invitarli a prestare attenzione alle tecnologie IT (Information Technology) a firma cinese. Tra le principali accusate, proprio Huawei e la sua attuale rincorsa alla leadership nella fornitura del 5G, il nuovo standard per le connessioni  mobili che s’imporrà nei mercati di tutto il mondo a partire dal 2020 (la compagnia ha recentemente annunciato un aumento degli investimenti fino a 20 miliardi di dollari). Una dichiarazione congiunta di FBI, CIA e NSA (National Security Agency) di febbraio di quest’anno ha chiaramente consigliato ai consumatori americani di non acquistare dispositivi Huawei e ZTE (altra grande azienda cinese produttrice di smartphone) per via dei rischi legati alla sicurezza dei propri dati.

La denuncia ad opera delle autorità americane non sembra aver scosso il mercato consumer di Huawei, la quale si è affrettata a rigettare al mittente le accuse. Washington tuttavia ha lavorato intensamente dal punto di vista diplomatico per colpire la compagnia su un punto molto più sensibile, ottenendo i primi risultati. Australia e Nuova Zelanda infatti hanno annunciato uno stop al contributo Huawei nello sviluppo delle reti locali per il 5G. Decisioni simili sono state messe al vaglio da altri alleati degli Stati Uniti. Anche in questo caso, le preoccupazioni sono legate alla possibilità da parte del governo cinese di mettere le mani sui dati che correranno sulle reti 5G sviluppate da Huawei. Un’enorme mole di dati, in quanto il 5G coinciderà con il consolidamento dell’Internet delle Cose, che vedrà un gran numero di oggetti, anche di uso comune, connettersi alla rete e condividere le proprie informazioni on-line. Dal 2013 al 2020 i dati generati in rete sono decuplicati e questa proliferazione è destinata a intensificarsi in maniera ancora più corposa nei prossimi dieci anni, quando più di 6 miliardi di persone utilizzeranno uno smartphone e i dispositivi connessi alla rete saranno nell’ordine delle decine di miliardi.

Non sorprende quindi che di fronte a una mole tale di dati ogni Paese sia intenzionato a farne uso come strumento d’intelligence. Per avere d’altra parte un reale vantaggio competitivo rispetto agli altri Stati è necessario possedere, direttamente o tramite aziende alleate, le tecnologie su cui viaggeranno tutte queste informazioni. Qui entra in gioco il secondo aspetto strategico per la Cina che fa molta paura a Washington; la rincorsa alla leadership tecnologica.

Esiste una dichiarazione strategica firmata dal governo di Pechino nel 2015 molto nota a imprenditori, operatori economici e, naturalmente, ai governi di tutto il mondo: il “Made in China 2025”.  Si tratta di un progetto governativo decennale con l’obiettivo di rendere la Cina leader nelle tecnologie avanzate. Prima ancora che di un obiettivo competitivo e politico si tratta di una necessità economica e sociale. La forza lavoro cinese sta invecchiando e vede crescere il suo costo anno dopo anno, spingendo sempre più le imprese a spostare le produzioni in nuove aree emergenti. Riorientare l’economia cinese dalla manifattura di massa a settori quali l’IT, la robotica, la componentistica avanzata, è fondamentale per garantire nel medio termine la crescita del benessere della popolazione cinese su cui si fonda la tenuta del governo autocratico di Pechino.

Dal punto di vista internazionale, probabilmente sono da scartare le ipotesi catastrofiche che vedono la Cina pronta a prendersi le prime tecnologie utili per aggredire subito Stati Uniti e alleati. Considerando l’elevato grado d’interdipendenza tra le economie dei due Paesi, non è al momento nell’interesse di Pechino scontrarsi apertamente con Washington. Certamente però ridurre il gap tecnologico verso gli Stati Uniti costituisce per il governo cinese un obiettivo importante per poter consolidare la propria posizione in ambito internazionale.

Per rincorrere il rivale americano, la Cina sta in primo luogo aumentando gli investimenti in Ricerca e Sviluppo. Al momento Pechino destina a questo fine poco più del 2% del PIL, una percentuale maggiore di quella di gran parte dei Paesi occidentali ad economia avanzata, ma non ancora ai livelli delle grandi protagoniste della tecnologia mondiale: Stati Uniti, Germania e Giappone. Agli investimenti diretti tuttavia occorre aggiungere il sostegno che Pechino elargisce a grandi compagne private strettamente legate al governo, come Huawei.

Un’industria per l’alta tecnologia cinese competitiva a livello globale è il primo dei grandi obiettivi strategici di Pechino, in quanto ciò potrebbe permettere di dipendere sempre meno dagli investimenti ad opera di governi e imprese stranieri, esattamente come oggi la leadership americana in molti campi tecnologicamente avanzati consente a Washington di operare in maniera unilaterale. Per velocizzare questo processo la Cina sta operando su due grandi direttrici: una per i mercati internazionali, l’altra per il mercato interno.

Dal punto di vista internazionale Pechino incoraggia le aziende cinesi ad effettuare importanti acquisizioni di compagnie straniere in settori chiave. Un apparentemente semplice caso di richiesta d’acquisizione di un’impresa in bancarotta ha destato l’attenzione del noto magazine americano Politico. La compagnia a rischio fallimento è la californiana ATop Tech, all’avanguardia nella realizzazione di chip. Ad acquistarla, una compagnia cinese con sede ad Hong Kong. Secondo l’analisi di Politico, le tecnologie sviluppate dall’azienda americana rientrano in quelle che il governo americano definisce «tecnologie d’importanza critica per la sicurezza e le capacità di difesa americane». Eppure il governo americano non è intervenuto, mostrandosi, secondo il magazine, in difficoltà nel proteggere gli asset tecnologici sviluppati dal proprio comparto privato.

Ma non sono solo gli Stati Uniti ad essere finiti nel mirino. Secondo l’ultimo rapporto annuale Baker McKenzie sulle transazioni globali, in risposta ai dazi imposti da Trump (dettati, va detto, più da ragioni elettorali che da un’effettiva strategia per la sicurezza nazionale), gli investimenti cinesi si stanno drasticamente spostando dagli Stati Uniti all’Eurozona. Solo negli ultimi tempi c’è stata una prima reazione da parte dei governi europei, con Angela Merkel che ha posto il veto all’acquisizione della Leifeld da parte di Yantai Taihai Group per ragioni di sicurezza (la Leifeld produce componenti utilizzate nel comparto nucleare e aerospaziale tedesco).

Se i governi occidentali solo recentemente stanno cercando di dare risposte all’acquisizione di tecnologia da parte cinese, in campo interno sembra che Pechino da anni si stia muovendo per regolamentare l’afflusso di tecnologia da e verso il Paese. Un recente braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio è nato proprio dalla denuncia dell’ambasciatore americano al WTO Dennis Shea. Secondo Shea esistono regole “non scritte” che impongono alle aziende straniere che investono in Cina di condividere le tecnologie per avere il permesso a operare all’interno del Paese. L’omologo cinese di Shea, Zhang Xiangchen, ha respinto le accuse affermando che non esistono regole di alcun tipo che impongano alle aziende estere di traferire tecnologie in Cina. Accuse simili sono tuttavia state formulate anche dai Paesi dell’Eurozona. L’attuale caso Huawei verte proprio sulla presenza di tecnologia americana trasferita in Iran attraverso i prodotti dell’azienda, e sicuramente porterà a ulteriori polemiche e attriti legati alle pratiche di trasferimento forzato di tecnologia che non sono certo esclusiva di Pechino.

La lotta per la supremazia tecnologia lanciata da potenze emergenti è una costante della storia politica internazionale, e le accuse di spregiudicatezza rivolte a Pechino perché cerca di impossessarsi di tecnologie americane ed europee sono ammantate da un velo d’ipocrisia. Il caso Huawei d’altra parte potrebbe segnare il passaggio a una nuova fase in questa competizione, in cui gli attriti politici saranno sempre più prevalenti rispetto a quelli economici. Ci si potrà dunque aspettare una stretta sui regolamenti, un maggiore utilizzo di veti e una crescita generale della tensione nei rapporti commerciali tra Cina e Stati Uniti.

Esiste d’altra parte un aspetto inedito. Prima dell’avvento delle tecnologie per l’informatica, la competizione tra potenze era un aspetto perlopiù relegato all’azione di governo, soprattutto in ambito diplomatico e militare. Oggi l’evoluzione tecnologica e informatica corre a un passo che nessun governo è in grado di tenere, Stati Uniti compresi. Questo significa che i governi, esattamente come gli agenti privati, competono e operano sulle stesse tecnologie a disposizione del mercato e dei singoli cittadini. Oggi lo spionaggio tecnologico si concretizza, ad esempio, nel recente caso di microchip spia cinesi usati per carpire informazioni da Amazon e Apple. Le ripercussioni della guerra tecnologica avranno sempre più effetti immediati sulla vita di ogni singolo cittadino. E non sarà un aspetto prettamente “immateriale”.

Sempre di più la rete sarà fondamentale per il funzionamento di fabbriche, macchinari e impianti, fino ai semafori e alle centrali energetiche. Controllare le tecnologie informatiche significherà, in questo secolo, poter colpire al cuore qualunque Paese ostile. Per questo la Cina non ha fretta di competere apertamente con gli Stati Uniti, ma, al tempo stesso ed esattamente come il rivale americano, è interessata a diventare leader sempre più incontrastata nel settore informatico, la chiave di volta per l’esercizio del potere di domani.

 

Crediti immagine: astudio / Shutterstock.com   

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