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02 agosto 2016

Donald Trump, il più anti-elitario dei politici americani

Può un miliardario inizialmente dato all'un per cento alle primarie mettere in crisi un intero sistema-Paese? Pare di sì. Donald Trump non è un candidato qualsiasi ma un vero e proprio terremoto politico che ha ribaltato qualsiasi pronostico. Era già accaduto negli Stati Uniti d'America che una personalità fuori dagli schemi tradizionali riuscisse a calamitare su di sé consensi così importanti. L'ultimo caso, in ordine cronologico, fu quello di Ross Perot nel 1992. E per quanto venga considerato dalla maggior parte degli analisti un outsider del Partito Repubblicano, nonché un uomo di rottura con l'establishment, possiamo affermare con certezza che il tycoon di New York incarna più di chiunque altro politico di professione un determinato spirito americano. Pater familias, businessman, signore di casinò, icona pop dei reality show, comparsa hollywoodiana, Donald Trump ha costruito un'immagine e uno stile che affondano le radici in una lunga tradizione nazionalpopolare che va dalla dottrina paleocons - individualista e isolazionista - all'utilizzo di un linguaggio politico semplice, il più delle volte, supportato dal genere comico. Pertanto la chiave del suo successo elettorale è nella capacità di incarnare il carattere nazionale di quell'America avversa ai circoli intellettuali e di élite.

Anti-intellettuale è la sua storia personale. Trump è un uomo cresciuto con la camicia ma pur sempre di strada che ha costruito la propria fortuna sul mattone e non sulla speculazione finanziaria. Il suo profilo ricalca perfettamente quello descritto da Richard Hofstadter nel libro L'anti-intellettualismo nella vita americana (1963) in cui virtù come il pragmatismo, l'efficienza e il sapere pratico vengono trattate con disprezzo morale. Così come Richard Nixon che derideva l'intellighenzia formattata dalle università - “Harvard bastards” li soprannominava - anche Trump nei suoi discorsi ha preferito una retorica popolare e populista avversa al “politically correct”, o meglio, a quella “cultura del piagnisteo” narrata da Robert Hughes. Anti-elitario poi è il suo modo di essere. Quello che sembrava un complesso di inferiorità si è rivelato un punto di forza della campagna elettorale. Trump è un rappresentante di un certo capitalismo - protestante ma teutonico di spirito - che non ha mai esteso affari e interessi fuori dai confini nazionali. Inoltre a differenza di molti businessmen statunitensi non frequenta i salotti della “power élite” di Charles Wright Mills ed è escluso dai circoli ristretti e cosmopoliti di Christopher Lasch. Dalle periferie di New York è arrivato a Manhattan e lì è rimasto. E mentre gli altri suoi competitor cavalcavano silenziosamente il globalismo, lui faceva la voce grossa incidendo il proprio nome su grattacieli e megastrutture che andava costruendo in giro per gli Stati Uniti.

E probabilmente è questa totale trasparenza, nel modo di dire e di fare, in una società chiusa, permeata di gruppuscoli segreti e sette universitarie, che ha fatto dimenticare al suo elettorato - “l’America impoverita” (Noam Chomsky) esclusa dalla globalizzazione - il suo immenso patrimonio. In fondo anche il gusto kitsch (dalla scelta dell'ex modella Melania fino all'arredamento dei suoi immobili) è diventato uno strumento efficacissimo per comunicare: il plurimiliardario non ha nulla da nascondere. Così anche nella retorica da palcoscenico: Trump, con un linguaggio quasi adolescenziale, dice tutto quello che pensa, a volte contraddicendosi. Più che uno speech da convention, la sua è una performance da vero e proprio one man show slegato da preconcetti, dogmi e ideologie. Traspare un uomo non manovrato, spin doctor di sé stesso e a proprie spese, all'interno di un sistema elettorale dominato dalle lobby del denaro. Non a caso il leitmotiv per screditare i suoi avversari politici gira intorno a questa libertà di dire e di fare. “Le grandi aziende, le élite dei media e i grandi finanziatori sostengono Hillary Clinton", ha dichiarato recentemente, “perché hanno il controllo assoluto su tutto quello che fa. Lei è il loro burattino e loro tirano le fila”. Questa immagine di sé viene poi rafforzata da un programma tutto sommato primordiale articolato su individuo, patriottismo e libero mercato, tre elementi cari al popolo americano e facilmente comprensibili. Qualche anno fa Trump sarebbe stato un candidato indipendente, eppure è riuscito a sotterrare le grandi dinastie e a occupare un intero partito che non ha mai amato particolarmente. La verità è che negli Stati Uniti come in Europa sono saltati gli schemi tradizionali. Lo slogan adottato, “Make America great again!”, ripreso dal vocabolario reaganiano, convince lo zoccolo duro degli elettori del Grand Old Party e fa breccia anche tra alcuni progressisti, molti dei quali sostenitori di Sanders alle primarie del partito democratico, che vedono in Trump l'ultimo rappresentante della maggioranza silenziosa del Paese esclusa dai processi di globalizzazione.

 

Bibliografia M. Ferrarini, La febbre di Trump. Un fenomeno americano, Venezia, Marsilio, 2016.

 

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04 novembre 2016

Per cosa (e come) si vota l’8 novembre negli Stati Uniti

Caucus e primarie, il lungo scontro ‘interno’ per superare i rivali del partito e conquistare la nomination, poi i mesi di duro confronto con l’avversario del campo contrapposto fino al fatidico ‘martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre’, quando si celebra l’Election day. L’8 novembre 2016 è la data da tempo cerchiata sul calendario di analisti politici, studiosi, policymakers e cancellerie sparsi per il mondo: il countdown volge oramai al termine, e tra pochi giorni l’America deciderà a chi affidarsi. Da una parte – per i democratici – Hillary Clinton, donna politica di comprovata esperienza, già first lady, senatrice per lo Stato di New York e segretaria di Stato; nelle parole di Barack Obama – che dopo 8 anni si appresta a lasciare la Casa Bianca – semplicemente la ‘candidata più qualificata che ci sia mai stata’ per la carica di presidente degli Stati Uniti. Dall’altra parte – per i repubblicani – Donald Trump, il magnate newyorkese che si è aggiudicato la nomination travolgendo l’establishment del Grand old party, il tycoon che ha rotto gli schemi e si è presentato come l’antitesi del politicamente corretto, l’uomo che si è scagliato contro un sistema rigged – corrotto – e ha promesso di aggiustarlo, rendendo l’America great again, ‘di nuovo grande’.

Tutt’altro che memorabili le rispettive campagne elettorali, poco lo spazio dedicato alle grandi sfide – di politica interna e internazionale – che gli Stati Uniti dovranno affrontare nei prossimi anni, decisamente dimenticabili i tre dibattiti televisivi, spesso scivolati via tra reciproche accuse e insulti. La Clinton ha cercato più di Trump di delineare una visione del futuro del Paese, facendo leva anche su una migliore conoscenza dei dossier e dei temi caldi, ma sulla sua popolarità come candidata pesa il caso mailgate, relativo all’utilizzo di un server privato di posta elettronica negli anni in cui era segretaria di Stato. Nel mese di luglio, l’FBI aveva sottolineato come il comportamento della first lady fosse stato sì ‘estremamente negligente’, ma non tale da raccomandare una sua incriminazione. A 11 giorni dalle elezioni però, quel caso che in molti ritenevano chiuso è stato riaperto: a scoperchiare il vaso di Pandora, le indagini su Anthony Weiner, ex deputato accusato di sexting con una minorenne e marito di Huma Abedin, braccio destro di Hillary Clinton. Sui dispositivi sequestrati a Weiner, sono state rintracciate alcune corrispondenze della Abedin, su cui il direttore dell’FBI James Comey vuole vederci chiaro, così da valutare se ci siano elementi pertinenti con il caso mailgate. Un duro colpo per i democratici e una vera boccata d’ossigeno per Donald Trump, i cui indici di gradimento non godevano peraltro di buona salute dopo la divulgazione dei suoi ‘segreti’ fiscali e soprattutto di un video del 2005 in cui si lasciava andare a commenti sessisti molto poco presidenziali.

L’8 novembre comunque, tutti i nodi verranno al pettine: i cittadini statunitensi si recheranno infatti alle urne per votare i grandi elettori che, nel lunedì successivo al secondo mercoledì di dicembre, saranno chiamati a scegliere ufficialmente il nuovo presidente degli USA. Contrariamente a quanto spesso si afferma, l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca – e del suo vice – non avviene infatti direttamente, ma è affidata al Collegio elettorale, nel quale ciascuno Stato ha una quota di grandi elettori corrispondente al numero complessivo dei suoi rappresentanti al Congresso: in totale, dunque, l’assemblea è composta da 538 membri, cifra che si ottiene sommando i 435 deputati della Camera dei rappresentanti, i 100 senatori e i 3 delegati del District of Columbia, che ospita la capitale Washington. In 48 Stati – fanno eccezione soltanto Maine e Nebraska – vige inoltre il principio del winner-takes-all, in forza del quale il partito che conquista più voti popolari si aggiudica tutti i grandi elettori dello Stato stesso. Tale meccanismo di voto può comportare alcuni casi particolari: in primis, non sempre chi conta più grandi elettori è anche il candidato che ha ricevuto più voti, in virtù del diverso ‘peso’ che gli Stati hanno nel Collegio elettorale. Lo ricorda sicuramente bene Al Gore, che pur avendo ottenuto circa 500.000 voti in più rispetto al repubblicano George Bush nel 2000 perse sul filo di lana per soli 500 voti la Florida, lasciando così al suo avversario – in virtù appunto del meccanismo winner-takes-all – il cospicuo ‘bagaglio’ di 25 grandi elettori di cui disponeva lo Stato.

In secondo luogo – e questa è una situazione che gli analisti non escludono totalmente per questa tornata elettorale – può capitare che nessuno dei due principali candidati disponga della soglia minima di 270 grandi elettori necessaria a farsi eleggere. A fronte di tale eventualità – che si è materializzata nel 1824 per l’elezione del presidente e nel 1836 per quella del vicepresidente – la scelta delle due cariche viene rimessa al Congresso: la Camera dei rappresentanti, nella misura di un voto per delegazione statale, è chiamata a eleggere il presidente fra i tre candidati che hanno ricevuto più voti, mentre il Senato sceglie il vice.

Il terzo incomodo, in un quadro elettorale caratterizzato al momento da notevole incertezza, sarebbe oggi Evan McMullin, candidato indipendente con un passato repubblicano: se infatti questi riuscisse nell’impresa di conquistare la vittoria nel suo Stato – lo Utah – e né Trump né la Clinton fossero in grado di raggiungere la soglia dei 270 grandi elettori, l’ipotesi del voto congressuale si materializzerebbe.

Accantonando questo scenario affascinante ma comunque improbabile, sembra invece certo che il risultato sarà deciso dai cosiddetti swing States, ossia gli Stati in bilico i cui orientamenti elettorali sono tendenzialmente oscillanti. Il sito di Politico ne conta 11 (Colorado, Florida, Iowa, Michigan, Nevada, New Hampshire, North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Virginia e Wisconsin) e sarà qui che Trump e Clinton, in una battaglia all’ultimo voto, si giocheranno la presidenza.

Mentre i calcoli sui grandi elettori occupano gran parte dell’attenzione, c’è però un altro processo elettorale ugualmente importante che si svolgerà in concomitanza con le presidenziali, e su di esso pare opportuno soffermarsi. L’8 novembre sarà infatti rinnovata per intero la Camera dei rappresentanti e si procederà anche all’elezione di 1/3 (34 membri) del Senato: un voto per molti aspetti decisivo, visto che nell’ambito del complesso meccanismo di pesi e contrappesi (checks and balances) del sistema statunitense, il Congresso è interlocutore essenziale – e non di rado problematico – del presidente. Gli Stati Uniti sono da tempo abituati allo scenario del cosiddetto ‘governo diviso’, con un inquilino della Casa Bianca appartenente cioè a un partito diverso da quello che detiene la maggioranza in uno o in entrambi i rami del Parlamento, ed è questo lo ‘spazio politico’ nel quale Obama si è dovuto muovere per tutta quasi tutta la durata della sua presidenza.

È per questo dunque che il fronte repubblicano, prima che si materializzasse la candidatura di Trump, insisteva sulla necessità di eleggere un presidente proveniente dalle sue file: riuscendo infatti a confermare la maggioranza al Congresso e conquistando la Casa Bianca, il GOP avrebbe potuto portare avanti in maniera più determinata il suo programma, anche se ai democratici non sarebbero mancati gli strumenti parlamentari – come il filibustering – per far valere la loro opposizione. Ed è sempre per questo che negli ambienti repubblicani, quando Trump ha accusato il colpo per le sue gaffes sessiste, si è pensato di concentrare le risorse e le energie sulla conservazione della maggioranza parlamentare più che sulla corsa presidenziale, così da poter limitare le prospettive di azione di un presidente democratico. In caso di ‘governo diviso’ dunque, i singoli provvedimenti dovranno essere oggetto di trattative e negoziati, in cui ciascuno cerca di ‘strappare’ le maggiori concessioni possibili fino al raggiungimento – magari all’ultimo momento – di un compromesso, in conformità con quanto previsto dagli architetti del sistema istituzionale statunitense.

Scenari tutti possibili, su cui faranno chiarezza gli elettori americani l’8 novembre.

 

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12 ottobre 2016

Perché l'America di Obama è alle prese con Trump

Cosa è accaduto alla società americana in otto anni, dalla trionfale cavalcata di Obama dell’anno 2008 all’emergere dell’America di Trump? Gli europei sono i primi a chiederselo: non esiste sondaggio che non mostri - quasi in tutta Europa - la nostra preoccupazione per l’affermazione del fenomeno Trump. Eppure gli europei dovrebbero essere i primi a comprendere la natura dell’America del 2016, quella della risposta anti-establishment, populista e rabbiosa, agli effetti di lungo periodo della crisi economica.

La tesi che si vuole sostenere qui - che andrebbe analizzata, rafforzata e interpretata in maniera sistematica, quasi un programma di lavoro sul futuro delle società occidentali - è che la crisi economica abbia reso sempre più similari le forme di organizzazione, gli attori e le tematiche affrontate nel dibattito politico sulle due sponde dell’Atlantico (dell’europeizzazione del sistema politico americano - o dell’americanizzazione di quello europeo - si discute già da molto tempo, in realtà). E questo nonostante l’America abbia dato una risposta alla crisi economica ben diversa rispetto a quella europea, un fattore non di poco conto. A Washington si sono attuate, in questi otto anni, politiche anticicliche, basate sull’aumento della spesa pubblica. L’Europa ha invece scelto la via dell’austerità, fortemente sostenuta dalla Germania, il dominus del sistema intergovernativo europeo. Per liquidare con una battuta un problema di grandissimo rilievo, si può dire che gli Stati Uniti abbiano cercato una via di uscita “progressista” e keynesiana alla crisi, memori di quanto accaduto dopo il crack del 1929, mentre l’Europa ha di fatto dato corso a una via di uscita (?) geopolitica alla crisi, che ha favorito la Germania e generato grandi squilibri di potere nelle relazioni tra i Paesi membri dell’Unione.

La risposta alla crisi non è stata identica, ma in entrambi i casi alcuni candidati al governo del paese, o alcuni primi ministri in carica, hanno assecondato e promosso agende simili, con successo. Il muro di Trump con il Messico e il muro “inglese” contro i rifugiati di Calais; le politiche contro l’accoglienza dei rifugiati di Orban e Trump; la retorica nazionalista della Le Pen e la retorica nazionalista di Trump; le parole al vetriolo sulle politiche contro l’immigrazione clandestina della leader di Alternativa per la Germania, Frauke Petry, e il suo equivalente trumpiano; la retorica, generalizzata e trasversale, contro l’establishment: le agende politiche di Stati Uniti ed Europa trovano molti, inquietanti, punti di contatto. Eppure rimane una specificità americana, che trasforma queste elezioni del 2016 in uno scontro, per certi versi epocale, tra due Americhe. E lo scontro racconta una parte di quanto accaduto negli otto anni dell’amministrazione Obama e della reazione a essa.

La specificità ha a che fare con una miscela tutta americana, e spiega l’emersione di Donald Trump a otto anni di distanza dal “change” obamiano: se è vero che esistono in tutto l’Occidente gli “sconfitti della globalizzazione”, ovvero quei segmenti di società che all’apparire della crisi economica hanno subìto un drastico peggioramento delle condizioni di vita (meno servizi, salari più bassi, perdita dei posti di lavoro), nel caso americano a percepire il declino sono stati soprattutto i ceti medi di etnia bianca dei centri del manifatturiero, i più colpiti dalla delocalizzazione industriale e dalla crisi, nonché i meno protetti dalle politiche anticicliche obamiane.

Per quanto possa apparire semplificata, l’idea di interpretare il caso americano come un conflitto economico/razziale tra due segmenti della società americana - politicamente schierata su due fronti avversi - è senz’altro una pista di lavoro. I dati più recenti sullo stato di salute delle famiglie americane - forniti dl Census Bureau - hanno mostrato nel 2015 una crescita media dei redditi del 5,2%, con un aumento consistente del numero di famiglie che non vivono più al di sotto della soglia di povertà. Un dato interpretato come un successo delle politiche avviate dall’amministrazione Obama nel 2009 (sebbene non si torni ancora ai livelli di benessere precedenti alla crisi del 2008).

Un’analisi dettagliata di questi dati mostra però che ad aumentare il proprio reddito sono state principalmente le famiglie più povere, delle quali fanno parte in maggioranza gli ispanoamericani e gli afroamericani: i salari sono lievemente aumentati, come anche il numero di persone occupate per famiglia.

Lo stesso non avviene nel ceto medio declinante bianco, quello magistralmente raccontato dal giornalista americano Alexander Zaitchik nel suo libro The Gilded Rage, a wild ride through Trump’s America, frutto di decine e decine di interviste agli elettori radunati nei comizi di Trump. Le sue parole risultano estremante utili a comprendere il fenomeno: “Sono stato in diverse zone che potrei definire aree economiche depresse nel Nordest, nel West e altrove. Lontane tra loro ma simili, per come sono state colpite duro dalla globalizzazione. L’economia americana era organizzata attorno alla middle class, c’era buon lavoro sindacalizzato in questo Paese e molti tra coloro che votano per Trump sono cresciuti in quel mondo. E quando ascoltano lo slogan 'Make America great again' è a quello che pensano: un mondo dove la stabilità economica era moneta corrente, si cresceva economicamente anche se in famiglia anche se uno solo lavorava (…). I nuovi lavori sono soprattutto nei servizi non qualificati: si viene facilmente licenziati, non c’è rappresentanza sindacale, si guadagna meno. Una situazione che ha generato quella che definirei disperazione politica” (questa citazione proviene dall’intervista ad Alexander Zaitchik del giornalista italiano Martino Mazzonis).

Questo è lo stato delle cose: un’America emergente (quella delle minoranze) destinata a divenire l’America del futuro - in quaranta anni gli elettori “non bianchi” e non di origine europea sono passati dal 12% al 36% - e un’America declinante che fatalmente coincide con il ceto medio, e medio-basso, che vive nelle zone a maggioranza bianca. Nella saldatura del blocco obamiano - da un lato la classi medio/alte urbane, scolarizzate e capaci di riposizionarsi nei settori economici in espansione, dall’altro le minoranze impiegate per lo più nel nuovo “terziario arretrato” - nasce la sconfitta della vecchia America della working class bianca e l’emersione del fenomeno Trump.

 

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