26 marzo 2020

Doppio dramma al confine orientale dell’Europa

 

Sembra che una minaccia invisibile sia diventata più spaventosa di un confine militarizzato, colpito quotidianamente da una pioggia di gas lacrimogeni e proiettili di gomma, una zona dove la notte le temperature si abbassano notevolmente e addirittura alcune persone sarebbero state uccise. Siamo sulla sponda orientale dell’Europa, dove per settimane migliaia di migranti sono rimasti schiacciati tra due eserciti, quello greco e quello turco, che li respingevano brutalmente o cercavano di mandarli dall’altra parte, a seconda degli ordini dei rispettivi governi. Più che le dichiarazioni dei politici ad Ankara o Bruxelles, è stata l’emergenza Coronavirus a cambiare radicalmente la situazione fermando, di fatto, queste migliaia di persone che per un mese avevano tentato di entrare in Unione Europea (UE) oltrepassando il confine terrestre tra Grecia e Turchia.

Con l’obiettivo di spingere Bruxelles a dare un maggiore sostegno alla Turchia per la gestione dei quasi 4 milioni di rifugiati ospitati sul suo territorio, e anche per le centinaia di migliaia di profughi bloccati nella zona al confine con la Siria nella regione di Idlib, il presidente turco Erdoğan a fine febbraio ha annunciato che Ankara non avrebbe più fermato i migranti che volevano tentare di entrare in Europa. Dal 2016, la Turchia aveva bloccato il flusso migratorio verso l’Unione Europea in cambio di fondi per un totale di 6 miliardi di euro concessi, anche se ancora non del tutto stanziati, da parte di Bruxelles ad Ankara con l’obiettivo di dare assistenza ai migranti che vivono sul territorio turco. L’annuncio del presidente turco ha portato decine di migliaia di persone a raggiungere la zona di frontiera tra Turchia e Grecia con la convinzione che sarebbero riusciti ad entrare in Europa. Solo pochissimi sono in realtà riusciti a passare. Una volta arrivati nella zona di confine, i migranti hanno trovato la zona bloccata dalle forze di Atene che li respingevano con determinazione. Molti di loro hanno ingaggiato un violento conflitto con i militari greci, lanciando contro di loro tutto quello che trovavano, la zona è stata militarizzata e in breve tempo è diventata quasi inaccessibile per i giornalisti. I migranti hanno deciso comunque di continuare a provare ad entrare, restando nell’area per settimane e pernottando direttamente a ridosso della zona di confine in tendopoli improvvisate e in pessime condizioni igieniche. La speranza era di riuscire ad entrare il giorno dopo, ma questo giorno non è mai arrivato e la scorsa settimana quasi tutti ‒ si stima che siano rimaste circa 2.000 persone ‒ sono stati riportati a Istanbul dopo che il confine tra Grecia e Turchia è stato sigillato come misura di prevenzione contro la diffusione del Coronavirus.

Adolescenti di varie nazionalità tra i migranti alla stazione di Edirne (foto di F. Cicciù)

«Sono qui da 10 giorni e le condizioni sono davvero terribili, non ci fanno passare e vorrei tornare a Istanbul ma allo stesso tempo penso: e se mentre me ne vado via la situazione qui cambiasse e aprissero il confine? Per questo motivo non è semplice prendere una decisione in questo momento», Marc ha 25 anni e viene dal Congo. Da qualche anno vive in Turchia, è arrivato qui legalmente con la speranza di trovare un posto dove costruirsi una vita lontana dalla povertà e dai problemi che lo avversavano nel suo Paese di origine. Lo incontro nella zona rurale che si sviluppa sul confine turco-greco. Ci troviamo a circa 300 metri dalla frontiera e attorno a noi decine di migranti si muovono a piedi per raggiungere il centro abitato più vicino dove poter acquistare del cibo. Hanno facce segnate dalla stanchezza, sguardi persi nel vuoto e se non hanno la forza di farsi a piedi i 5 km che separano la zona dalla città più vicina, Edirne, salgono su taxi guidati da cittadini turchi che chiedono 100 TL (circa 15 euro) per un viaggio di 10 minuti. Anche i contadini della zona aiutano i migranti a raggiungere mercati o luoghi dove possono trovare del cibo, li trasportano con carretti trainati da cavalli, chiedono un compenso per il viaggio più basso di quanto vogliono i tassisti in macchina. In lontananza si sentono spari e si vede salire il fumo dei lacrimogeni sopra la zona boschiva che si sviluppa sul fiume Meriç, corso d’acqua che delimita quasi totalmente il confine terrestre tra Turchia e Grecia.

Anche molti bambini piccolissimi tra le migliaia di migranti che hanno raggiunto il confine per cercare di arrivare in Europa (foto di F. Cicciù)

«Vogliamo davvero andare in Europa, è questo il nostro sogno», Marc è arrivato in Turchia dall’Africa immaginando di trovare un Paese simile alla sua romantica visione dell’Europa, un sogno ben lontano dalla realtà. Mi dice che in Turchia non è riuscito a trovarsi bene perché la cultura è «troppo diversa» e per questo se ne vuole andare. Gli spiego che anche se riuscisse ad arrivare in Unione Europea potrebbe trovare un posto molto diverso da quello che ha immaginato per anni guardando video diffusi sui social media, ma non mi dà ascolto. La sua convinzione sfiora il misticismo: «Qui al confine la situazione è insostenibile, è freddo e i militari greci continuano a respingerci, spero che la situazione possa cambiare presto anche se a livello politico non mi pare stia succedendo. Io ho comunque speranza, il mio è un credere in qualcosa di superiore a questa realtà materiale».

Un ragazzo prepara il fuoco per proteggersi dal freddo della sera nei pressi della stazione di Edirne, dietro di lui un altro migrante offre una banana a un bambino (foto di F. Cicciù)

A Edirne, città turca situata a pochi chilometri dalla zona di confine, il mercato coperto del venerdì è affollatissimo. Il vociare di acquirenti e venditori rimbomba sull’infrastruttura di teli e pareti metalliche che delimita il luogo e si mischia alla musica sghemba dell’organetto suonato da una ragazzino turco zingaro seduto a terra davanti a un secchiello di latta dove ogni tanto raccatta qualche moneta. Centinaia di persone comprano e vendono, la vita scorre normalmente e i turchi al mercato, o nella sala da tè adiacente, non sembrano dare alcuna attenzione ai migranti che si aggirano accanto a loro barcollando e trascinandosi appresso borsoni sdruciti dove hanno infilato le poche cose che vorrebbero portarsi in Europa. La maggior parte dei turchi che incontro al mercato di Edirne non esprime razzismo o avversione nei confronti dei migranti, ma piuttosto disinteresse. Nello stesso tempo, gli abitanti di Edirne sono contenti che i migranti se ne stiano andando perché ritengono che in Europa potranno avere una vita migliore e diritti umani su cui forse in Turchia non hanno potuto contare. Il senso di liberazione provato dai turchi nel vedere i profughi che se ne vanno è legato a una preoccupazione essenzialmente economica: i migranti sarebbero il motivo della crescita dei disoccupati, perché ruberebbero il lavoro ai turchi essendo disposti ad essere pagati molto poco, e anche la ragione della continua crescita dell’inflazione.

 

Non tutta la società turca la vede allo stesso modo. Arrivato alla stazione degli autobus di Edirne mi rendo conto che non ci sono più le centinaia di migranti che avevo visto il giorno prima accampati come potevano nei giardini adiacenti. La stazione di Edirne è il luogo dove arriva la maggior parte dei migranti diretti al confine tra Grecia e Turchia. È stato per giorni un posto dove le persone più vulnerabili, come bambini molto piccoli e anziani, pernottavano non potendo permettersi di rischiare di compromettere la loro vita, aspettando di entrare, a ridosso della zona di confine, dove era in corso una vera e propria guerriglia e le condizioni igienico sanitarie erano disperate. Scorgo comunque un gruppo di tre ragazzi seduti a terra nei pressi della stazione, sono circondati da borse di plastica e bagagli. Mi avvicino chiedendo perché siano rimasti qui, do per scontato che siano gli ultimi migranti rimasti, ma scopro ben presto che si tratta di tre studenti turchi. Sono arrivati qui con borse piene di cibo e materiale sanitario per aiutare i migranti, hanno portato loro aiuti ogni giorno e mi spiegano che non c’è più nessuno perché i migranti sono stati portati qualche ora prima nella zona di confine dopo che nuovamente si era diffusa la voce che si poteva passare.

 

Questa notizia si è rivelata in realtà l’ennesimo falso allarme. Per settimane migliaia di migranti sono rimasti bloccati nella zona di confine tra Turchia e Grecia. Pochissimi sono riusciti a passare e dalla scorsa settimana sono stati riportati quasi tutti a Istanbul dopo che il confine è stato definitivamente chiuso per cercare di contrastare la dilagante minaccia del Coronavirus. La decisione di Erdoğan di permettere ai migranti di raggiungere l’Europa per fare pressione su Bruxelles non ha portato ad alcun risultato e il dramma della situazione è stato sostanzialmente subito da migranti e militari che per settimane si sono scontrati nella zona di confine per poi essere costretti ad abbandonare il campo di questa triste battaglia. Un gioco a somma zero che ha anche portato la Germania, l’unico Stato europeo che era andato incontro alle richieste di Erdoğan, a decidere di non accettare più migranti nel suo territorio, almeno fino a quando sarà conclusa l’emergenza sanitaria del Coronavirus.

«Sono tornato a Istanbul oggi, hanno distrutto i nostri sogni e ora non mi azzardo ad uscire di casa, sono terrorizzato da questo maledetto virus», Yassin mi scrive questo messaggio su WhatsApp dopo che il suo numero è rimasto irraggiungibile per due settimane. L’avevo incontrato nei pressi del confine tra Turchia e Grecia. Ha 23 anni, è un siriano di Aleppo. Parte della sua famiglia è fuggita dalla guerra in Siria già parecchi anni fa. I suoi parenti vivono in Italia e questa era la sua destinazione finale, il motivo che lo ha spinto a muoversi verso il confine tra Turchia e Grecia dopo che per un anno aveva cercato, senza fortuna, di costruirsi una vita a Istanbul. Quando l’ho incontrato a pochi metri dal confine era visibilmente stanco, con il volto segnato da troppe notti insonni, ma nello stesso tempo sorridente e determinato a inseguire il suo sogno europeo, disposto a rischiare la propria vita lanciandosi senza paura nella pericolosa guerriglia sul confine, incurante di lacrimogeni e proiettili di gomma che, a suo dire, avrebbero ferito a morte alcuni dei suoi compagni. Oggi Yassin è bloccato in una piccola casa di Istanbul, in quarantena come tutti noi, spaventato a morte da una minaccia invisibile che ritiene più spaventosa del dispiegamento militare sul confine e circondato da un’incertezza che rende la sua vita da migrante a Istanbul ancora più drammatica.

 

Immagine di copertina: Anche molti bambini piccolissimi tra le migliaia di migranti che hanno raggiunto il confine tra Grecia e Turchia per cercare di arrivare in Europa (F. Cicciù)

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