21 febbraio 2020

Dove va il Messico? La Quarta Trasformazione di López Obrador

Per la prima volta nella breve storia del Messico democratico le elezioni del 2018 hanno portato al governo un candidato della sinistra, Andrés Manuel López Obrador (AMLO), che ha vinto con il 53% dei voti, circa 30 milioni, la più ampia maggioranza ottenuta da un presidente dopo l’alternanza. Un segnale positivo per la democrazia, non solo perché vede l’alternanza aprirsi anche alla sinistra dello spettro politico, ma anche perché ha modificato il tradizionale assetto fondamentalmente tripartitico del sistema politico messicano, conferendo la vittoria a un quarto partito di recente formazione, il Movimiento de Regeneración Nacional (MORENA), cresciuto in pochissimi anni.

 

Si è trattato di un voto per il cambiamento contro il vecchio sistema politico, che esprime il sentire di una cittadinanza indignata e stanca di fronte al dilagare della diseguaglianza, della violenza e della corruzione, che ha perso ogni fiducia nelle istituzioni, in primis verso i partiti. In un Paese dove gli omicidi superano i 30.000 all’anno, la giustizia è discrezionale, l’impunità tocca il 97% e gli indici di corruzione posizionano il Messico fra i peggiori Paesi dell’OCSE. In questo contesto di crisi, aggravato da una debole crescita economica e dalla forte diseguaglianza, i cittadini hanno riposto le loro speranze nella proposta radicale della Cuarta Trasformación che secondo Obrador sarebbe comparabile solo con i grandi avvenimenti della storia patria: l’Indipendenza, la Riforma e la Rivoluzione, di cui completerebbe il ciclo storico. AMLO ha promesso una vera e propria rigenerazione del Paese per liberarlo dalla corruzione e riscattarlo dalla decadenza in cui è precipitato a causa della casta politica neoliberale che ha governato il Paese negli ultimi decenni.[1]

 

La conclusione del primo anno di governo, nel dicembre 2019, ha polarizzato il dibattito fra fautori e detrattori del cambiamento epocale che è iniziato nel Paese. Un bilancio vero e proprio potrebbe essere prematuro, si possono tuttavia scorgere alcune tendenze e tensioni fra rotture e continuità con il passato. Per la prima volta nella storia del Paese la scure del governo si è abbattuta sulla burocrazia e sulla corruzione. La politica di austerità, che si propone di generare le risorse destinate alle politiche pubbliche per lo sviluppo attraverso l’eliminazione della corruzione e dei privilegi, ha colpito un po’ tutti i settori della burocrazia statale con l’eliminazione di più di 8.000 posti di lavoro e di circa 700 direzioni generali, la diminuzione dei finanziamenti e tagli agli esosi salari di alcuni alti funzionari, che in Messico sono fra i più alti del mondo. Come promesso in campagna elettorale, il governo di Obrador ha iniziato l’attacco alla corruzione, che potrebbe segnare un punto di rottura con il regime di impunità imperante sino ad oggi. La Unidad de Inteligencia Financiera (UIF) ha congelato diversi conti bancari legati a presunte attività illecite, riciclaggio di denaro. Le indagini condotte hanno coinvolto politici, imprenditori, come il presidente dell’acciaieria più grande del Paese (Alto Hornos de México), il direttore del colosso petrolifero Pemex (Emilio Lozoya) e Genaro García Luna, ministro della Pubblica sicurezza durante il governo di Felipe Calderón, accusato di collusione con il potente cartello di Sinaloa. Un chiaro messaggio del governo è stato l’arresto di Juan Collado, avvocato di una parte importante della vecchia classe politica del PRI (Partido Revolucionario Institucional) e del PAN (Partido Acción Nacional), personaggio che simboleggia la “mafia al potere” combattuta da Obrador.

 

Nel ritmo incalzante di riforme messe in marcia, dalla riforma educativa a quella del lavoro, si scorge la volontà di rompere con il precedente sistema. In materia di politica sociale l’Instituto Nacional de Salud (Insabi) ha sostituito il Seguro Popular, un programma inaugurato da Fox per sussidiare i ceti più vulnerabili, con la prospettiva di poter arrivare a un servizio di salute universale con prestazioni e medicamenti gratuiti per tutti. In materia di sicurezza AMLO ha promesso di attuare una nuova strategia multidimensionale e trasversale, sintetizzabile nello slogan “abrazos y no balazos” (abbracci e non pallottole) per distanziarsi dalle politiche repressive dei precedenti governi. Secondo questa visione violenza e criminalità sarebbero il sintomo di una crisi più profonda della società che dev’essere rigenerata recuperando quei valori collettivi perduti a causa dell’indottrinamento neoliberale votato unicamente all’individualismo e al successo materiale. I punti interrogativi non sono pochi, nei fatti l’unica vera novità è stata la creazione di una guardia nazionale, concepita come una forza ausiliare dell’esercito e oggi in gran parte schierata alla frontiera con il Guatemala per fermare le migliaia di migranti diretti verso gli Stati Uniti, mentre il 2019 si è chiuso con un ulteriore aumento degli omicidi, circa 36.000 vittime, strappando così al 2018 il triste primato dell’anno più violento della storia del Paese.

 

Sul versante della politica estera, mentre il Messico assume la presidenza della CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y del Caribe) guardando all’America Latina, attua una politica migratoria che tradisce le promesse iniziali, suscitando critiche e tensioni. Infatti, dietro alle minacce di Trump di imporre dazi ai prodotti messicani, si è giunti ad un accordo con cui il governo messicano si compromette a controllare la frontiera sud, riproponendo così una sostanziale continuità con le precedenti visioni che di fatto criminalizzano la migrazione illegale militarizzando i confini.

 

In una prospettiva futura il tallone di Achille continua ad essere il consolidamento della democrazia minacciata dalle tendenze populiste, non solo nello stile discorsivo ma anche nella visione del mondo proposta da Obrador, e fortemente personaliste del presidente che fonda la sua legittimità nel consenso popolare riaffermando l’idea di una democrazia plebiscitaria, tipica di alcune derive del recente progressismo latinoamericano. Tanto nelle riforme varate come nell’introduzione dei “superdelegati”, una figura di collegamento fra esecutivo e autorità statali/municipali, si ripresenta la tendenza centralista. La storica tensione Federalismo Vs. Centralismo è così risolta secondo i canoni della più tradizionale cultura politica. Per la prima volta dall’alternanza l’esecutivo ritorna ad avere la maggioranza nel Congresso configurando un quadro incerto data la strutturale debolezza istituzionale del Paese, i retaggi di uno Stato corporativo non troppo lontano e un sistema di partiti debilitato che limita l’opposizione necessaria ad ogni democrazia. In MORENA appaiono le prime divisioni interne che gettano ombra su un futuro incerto, oscurato da un’economia in stagnazione, stretta fra le difficoltà dello scenario internazionale e alcune discutibili scelte interne che guardano nostalgicamente al passato. Mentre la direzione del cammino intrapreso dal Messico per ora si configura tutt’altro che rettilinea, López Obrador ha chiesto un anno di tempo per consolidare la sua Quarta Trasformazione.

 

[1] Andrés Manuel López Obrador, La salida-decadencia e renacimiento de México, Planeta, Città del Messico, 2018

 

Immagine: Andrés Manuel López Obrador, Mexico City, Messico (25 settembre 2019). Crediti: Octavio Hoyos / Shutterstock.com

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