12 ottobre 2018

Dove va il Partito democratico americano?

di Mattia Diletti

Data ormai per molto probabile la vittoria del Partito democratico alla Camera, nel frattempo scorrono fiumi di inchiostro (o meglio, di byte) sul futuro del Partito. Per ragionare sulla sua evoluzione varrà la pena partire dal 2008. Le questioni poste in questo testo sono due: 1) cosa resta di Obama, a dieci anni dalla sua vittoria elettorale, e se esiste una eredità politico-culturale per i democratici che serva a impostare la campagna del 2020; 2) cosa è cambiato nella base elettorale democratica e nell’offerta politica del Partito democratico.

1) Obama sta girando gli Stati Uniti. Un tour di endorsement, che non coprirà i quasi trecento candidati che aveva annunciato il 1° ottobre. Certo, sarebbe interessante poterli studiare con attenzione uno per uno, per avere una mappa del potere d’influenza obamiano. Sappiamo però che nel Sud l’endorsement dell’ex presidente non è ben accetto, come nel caso di Phil Bredesen in Tennessee o, più sorprendentemente, di Beto O’Rourke, che è stato molto schietto: «lo ricorderemo come uno dei più grandi presidenti della storia. Ma questa elezione è in Texas». Mentre Obama viaggia soprattutto in California, Ohio, Illinois, New York (dove sostiene apertamente Alexandria Ocasio-Cortez) e Pennsylvania, come al solito la grande battaglia democratica si gioca sulla capacità, o meno, di portare le persone a votare e aumentare la partecipazione al voto. Ma questo è l’Obama del 2018, tempo in cui aspettiamo che si facciano più chiari i progetti della sua biblioteca/fondazione a Chicago, nella quale molti si attendono di trovare non solo un luogo della memoria ma anche di formazione per le leadership politiche.

Dal punto di vista delle idee e della eredità obamiane, il 2018 (ma anche il 2016) sembrano dirci due cose: le idee di Obama hanno trovato un fronte di radicalizzazione, come se egli avesse seminato per poi trovare chi volesse scavare più profondo di lui. Complice l’effetto della crisi sulla vita delle persone e il volano dei “sanderisti” aggregatisi alle primarie del 2016, quello che si chiede – per esempio – è un rafforzamento della riforma sanitaria, attraverso il cosiddetto sistema single payer. E questo persino in Stati dove i democratici vanno a caccia del voto moderato. La radicalizzazione attorno all’eredità obamiana avviene anche nel campo avverso: Max Boot – un intellettuale neoconservatore – ha lasciato il Partito repubblicano perché lo considera il luogo di aggregazione del maschio bianco razzista, sostenendo che «il lato oscuro del conservatorismo americano ha preso il sopravvento». Una reazione all’affronto dell’elezione di un presidente afroamericano. Di contro, la battaglia per l’abolizione dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che si occupa di contrastare l’immigrazione illegale, istituita nel 2003, è patrimonio di molti democratici.

2) Ci sono poi i movimenti dei latinos, i milioni di donne che hanno marciato contro Donald Trump, Black Lives Matter (un movimento che ha tenuto anche negli anni del nuovo presidente), gli studenti contro la diffusione delle armi da fuoco, i sindacati e la battaglia per l’aumento della paga oraria. Mentre Obama è riuscito a portare cambiamenti incrementali (alcuni cruciali) e a intervenire sull’ordine simbolico della realtà americana, la società si è radicalizzata. Come ci ricorda Martino Mazzonis, dal 2000 a oggi i democratici che si autodefiniscono liberal sono passati dal 28% al 46%. Come detto, la (relativa) radicalizzazione dei millenials, delle donne e delle minoranze (una parte consistente della base elettorale dei democratici) è avvenuta grazie a un mix di aumento della difficoltà materiale di garantirsi un futuro sicuro, di rigetto per l’establishment – il caso del sostegno a Sanders, attivatore “dall’alto” di processi di partecipazione dal basso, ben oltre le primarie del 2016 –, di reazione al trumpismo e al revanscismo bianco, in un Paese che è già una majority- minority nation in California, Hawaii, New Mexico, Nevada e Texas (Stati nei quali i bianchi non sono la maggioranza assoluta, ma solo la minoranza più grande).

Come ha ricordato Marco Mariano, l’immigrazione è un tema mobilitante, ma non solo per chi è contro. Anche se in una direzione prevedibile, l’agenda è evoluta in modo veloce, provocando radicalizzazione e ricambio del personale politico. Un elenco di nomi (non tutti vincitori) che si sono affacciati nella sfera pubblica, e che abbiamo imparato a conoscere: Alexandria Ocasio-Cortez, Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Rashida Tlaib (che diverrà la prima donna musulmana – per di più socialista – della storia del Congresso), Summer Lee, Sara Innamorato, Beto O’Rourke, Cori Bush, Chardo Richardson, Abdul El-Sayed, James Thompson, il sindaco prodigio Pete Buttigieg, Stacey Abrams, Andrew Gillum, Ben Jealous… e via proseguendo.

È stata alimentata a lungo la retorica dell’emersione di una forza socialista nel panorama politico americano – in questa sede ne parlammo dopo la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez – che pure è un fatto significativo, sebbene sostenuto da un’eccezionale spin degli stessi Democratic Socialists of America (DSA), a partire dai loro interventi sulla rivista Jacobin. È certo che, come detto, lo spazio per una radicalizzazione del confronto era ampio, ed è stato occupato (prima di tutto vincendo alcune battaglie nelle primarie democratiche). Non è questo il luogo per affrontare il tema, ma è chiaro l’obiettivo dei DSA, poiché essi credono che la radice etnica e di “partito delle minoranze” che caratterizza il Partito democratico possa farlo evolvere in un “partito di classe”. Per lo più fantasie, ma è chiaro che gli elementi in comune – anche e soprattutto in materia di sofferenza sociale ed economica – tra le diverse minoranze rappresentate nel Partito democratico sono percepiti in modo più forte rispetto al passato.

Ultima annotazione: il voto della cintura ex operaia della Rust Belt sembra intenzionato a premiare di nuovo i democratici, ma attenti al fenomeno del gerrymandering (ne abbiamo parlato qui): in alcuni Stati, il dato è talmente distorcente che i democratici potranno portare a casa qualche seggio solo se avranno una maggioranza del voto popolare che superi il partito repubblicano di almeno il 15%.

 

Crediti immagine: da Pax Ahimsa Gethen [CC BY-SA 4.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

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