14 settembre 2018

Elezioni di midterm. Quattro variabili cruciali

di Mattia Diletti

Ci si avvicina a grandi passi alle elezioni di medio termine del 2018. Esse appaiono meno thrilling delle elezioni europee del 2019 – dove potremmo assistere ad accadimenti più sconvolgenti – ma è comunque un inizio assai importante di questa stagione di voto euro-atlantica. Perché aprire sul midterm americano ricordando anche del voto europeo? Perché mai come oggi la saldatura ideologica tra le due sponde dell’Atlantico – parliamo soprattutto di quella che lega i cosiddetti “sovranisti” di destra (così la definizione da vulgata) – fa apparire il campo politico nordamericano così vicino al campo politico europeo.

Viviamo in un paradosso: mentre si indeboliscono i legami economici e gli interessi strategici che hanno tenuto assieme le due sponde dell’Atlantico nella metà del secolo scorso, si rafforza l’identificazione politico-culturale tra le forze politiche. Soprattutto a destra, ma anche a sinistra – il paragone tra Corbyn e Sanders, le autocandidature a divenire l’Obama di questo o quel Paese – in una dinamica di ricerca di idee e metodi che è forte soprattutto tra gli europei, anche se il revival socialdemocratico americano guarda al miraggio del vecchio welfare nord-europeo.

Quindi, e non secondario nell’approcciarsi a queste elezioni di midterm, quello che accadrà negli USA avrà influenza anche sulle dinamiche europee, come minimo nella dinamica psicologica con la quale chi cerca voti altrove affronterà il momento elettorale.

Come guardare a queste elezioni? Vanno elencate, intanto, quattro variabili: 1) la dinamica delle elezioni di medio termine, che di solito sfavorisce il partito del presidente in carica; 2) la tenuta della popolarità di Donald Trump, sotto assedio dopo l’uscita di Fear di Bob Woodward e di un articolo anonimo del New York Times scritto da un alto burocrate americano, che sostiene che Trump sia mentalmente instabile; 3) la tenuta del campo repubblicano, apparentemente sempre più “trumpizzato”; 4) la reale forza elettorale delle nuove leve democratiche di candidati e (soprattutto) candidate “leftist”, che si affacciano al confronto elettorale per la prima volta, dopo aver conquistato posizioni che un tempo apparivano irraggiungibili. Ci sarà modo di approfondire di più questi temi nelle prossime settimane: intanto teniamoli a mente.

1. Le elezioni di midterm sono terreno di caccia per il partito che sfida il primato del presidente in carica. Sono elezioni nelle quali – senza il traino presidenziale – si partecipa poco e si tende a mobilitare il campo avverso a chi si trova in sella: per Obama, nel 2010, fu un vero disastro. Il citatissimo Nate Silver, guru delle previsioni elettorali, accredita oggi ai democratici un 83% di possibilità di riconquistare la Camera e un 32% di riprendersi la maggioranza anche al Senato. Sono numeri alti: certo, mancano quasi due mesi di campagna elettorale e i repubblicani hanno capito che dovranno investire molti soldi per invertire la tendenza.

2. Di impeachment si parla sempre più apertamente. Non si tratta solamente del cosiddetto Russiagate, ma anche di tutto quello che trapela dalla Casa Bianca a proposito dello stato di salute mentale di Donald Trump, per il quale si è arrivati a evocare il XXV emendamento, quello che permetterebbe di rilevare dalla sua posizione un presidente che non sia più in grado di governare. Inoltre, il tasso di disapprovazione del presidente è il più alto della storia dai tempi di Truman (tenendo i seicento giorni di presidenza quale parametro di misurazione). Come reagirebbe Trump a un esito negativo delle elezioni di midterm?

3. Un alto tasso di disapprovazione per il suo lavoro, a fronte però di una comunità di sostenitori davvero fedele. È l’effetto – ormai consolidato da decenni – della polarizzazione ideologica del sistema politico americano: i partiti e le istituzioni si governano rafforzando i rapporti di fiducia con gruppi organizzati ed elettori motivati e intransigenti. Ognuno vive nella propria bolla, e quella repubblicana è particolarmente resistente: secondo Gallup quasi il 90% degli elettori del GOP (Grand Old Party) dà un giudizio positivo del lavoro di Trump, esattamente come un anno fa. Come lo ha ben definito Mario Del Pero, si tratta dell’Upside Down della società americana.

4. Il partito democratico è senza leader, poiché il vero leader politico di un partito americano è il presidente in carica: quando il partito è all’opposizione, le elezioni di medio termine servono a fare un po’ di conti interni in vista delle presidenziali. L’anti-Trump è ben lontano dall’essere definito, ma le figure più interessanti che stanno emergendo – soprattutto femminili – provengono dalla sinistra del partito, compresa la rediviva frangia socialista (sul ritorno di fiamma degli Usa per il pensiero politico socialdemocratico si tornerà a discutere).

C’è entusiasmo tra i democratici, i media lo alimentano, sarà importante osservare quali saranno i rapporti di forza reali interni al partito democratico dopo le elezioni di midterm del prossimo 6 novembre e se le relazioni tra le diverse anime del partito raggiungeranno livelli eccessivamente conflittuali. Che tipo di campagna sarà? A giudicare dai candidati sarà, ancora una volta, un dialogo fra sordi, interessante per decifrare la direzione che sta prendendo la società americana – più reattiva e veloce nell’affrontare il cambiamento – e la politica ne “l’era della paura”.


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