9 novembre 2018

Elezioni in Kurdistan. La riconferma dei partiti storici

di Fernando D’Aniello

Nella regione autonoma del Kurdistan, dopo il blocco del Parlamento e il continuo rinvio delle elezioni per il suo rinnovo, ci si augurava che le elezioni potessero rilegittimare le istituzioni curde e affidare al Parlamento – con un accordo politico tra partiti alla luce del sole – la soluzione della crisi istituzionale e sociale. Avevamo già anticipato che il percorso per le elezioni era stato particolarmente accidentato e solo poche settimane prima la scadenza fissata per il voto (30 settembre 2018) tutti i partiti avevano deciso di prendere parte alla campagna elettorale: non era stato certamente un buon segnale.

Le elezioni sono state, purtroppo, contestatissime e i risultati ufficiali sono stati pubblicati con molto ritardo, dopo numerose verifiche dei brogli denunciati dall’opposizione (in particolare Gorran e Nuova generazione). Non si è espressa solo la Commissione elettorale (la cui indipendenza è stata messa in discussione) ma la stessa magistratura. C’è da dire che le denunce di brogli e di irregolarità nel voto sono ormai un classico (ci sono state nel settembre 2017 per il referendum e la scorsa primavera per le elezioni al Parlamento iracheno) e, tuttavia, non si può non segnalare come le opposizioni non riescano ancora a definire un blocco coerente che sfidi il duopolio del Partito democratico del Kurdistan (PDK) e dell’Unione patriottica del Kurdistan (UPK). Proprio la frammentazione delle opposizioni continua evidentemente a rafforzare l’egemonia dei partiti storici.

Che, infatti, vengono premiati dalle elezioni. I risultati vedono primo partito il PDK di Masoud Barzani con 45 seggi, che aumenta così i suoi rappresentati in Parlamento (nel 2013 erano 38) ma non raggiunge la maggioranza assoluta e, quindi, dovrà lavorare alla formazione di una coalizione. Magari proprio con l’UPK che ottiene 21 seggi, appena tre in più rispetto al 2013. Crollano, invece, le opposizioni: Gorran passa da 24 ad appena 12 seggi, Nuova generazione si ferma ad 8 eletti, complessivamente perdono voti anche i partiti islamici.

A questo punto si può sostenere che la cosiddetta ‘primavera curda’, quella che nel 2009 portò alla messa in crisi del duopolio PDK-UPK e alla costituzione di Gorran, si sia definitivamente chiusa. La crisi del PDK, che Barzani era riuscito ad edulcorare tramite la guerra allo Stato islamico (guerra che aveva reso i Curdi iracheni i migliori alleati nella lotta contro il califfato), ha raggiunto il suo apice nel 2017 con il fallimento del referendum sull’indipendenza.

Tuttavia, la frammentazione delle opposizioni e l’abilità del PDK nel riprendere le trattative con Baghdad quando le circostanze lo hanno imposto, hanno impedito che si potesse realizzare una nazionalizzazione della gestione della crisi, ovverosia la condivisione della gestione politica e amministrativa della regione, quantomeno a livello embrionale. Una nazionalizzazione che avrebbe dovuto significare nient’altro che una parlamentarizzazione: attribuire finalmente centralità all’organismo di rappresentanza popolare e favorire un processo di autentica transizione generazionale.

Niente di tutto questo: il PDK è rimasto al centro della scena, ancora una volta capace di mantenere la propria egemonia, politica e sociale, nella regione. Troppi interessi e troppi legami storici impediscono al PDK di diventare nuovamente l’oggetto diretto della contestazione popolare, perlomeno nelle urne. E se nel 2009 le primavere scoppiate in tutto il Medio Oriente avevano colpito anche il Kurdistan e la sua anchilosata classe dirigente, nel 2018 Barzani ha vinto nonostante la profonda crisi economica e il fallimento del referendum.

Adesso, conclusasi la fase elettorale, il Parlamento potrà riunirsi e dovrà procedere all’elezione dello speaker e del suo vice: sarà già un banco di prova per verificare quali siano le intenzioni delle forze politiche e, in particolare, del PDK. A quel punto potranno iniziare le trattative per la costituzione di un nuovo governo.

Il vero vincitore è indubbiamente il partito di Barzani: ha aumentato i suoi eletti e ha ora più possibilità di imporre in Parlamento la sua strategia. Ancora una coalizione con l’UPK, costretta, però, ad un ruolo ancor più minoritario, o con le altre forze, magari i partiti islamisti. Al partito di Barzani servono poco più di dieci voti per trovare una maggioranza e, quindi, può trattare da un’indubbia posizione di forza.

L’UPK è riuscita a far eleggere Barham Salih alla presidenza della Repubblica, ma la sua posizione nella regione appare comunque ancora compromessa. Del resto proprio la scelta di puntare su Salih è apparsa come l’estremo tentativo della dirigenza dell’Unione patriottica per uscire dalla crisi nella quale si trova da anni, ricucendo proprio con chi era uscito dal partito per fondare la Coalizione per la democrazia e la giustizia, che avrebbe potuto drenare pochi ma indispensabili voti per l’UPK.

La sensazione, al termine di queste elezioni, è che la resistenza e la pervasività del blocco di potere che ha governato sin qui il Kurdistan non siano state scalfite né dalla crisi economica né, tantomeno, dal fallimento del referendum del 2017 e dalla crisi con il governo centrale che ne è scaturita. Al contrario, da queste elezioni il PDK potrebbe trarre la conseguenza, ad avviso di chi scrive molto pericolosa, di poter continuare a governare come fatto negli ultimi anni. Sarebbe, invece, auspicabile che, al netto dei rapporti di forza molto favorevoli, il PDK decida di potenziare e premiare l’istituzione parlamentare.

Proprio lo sviluppo che dovrà essere avviato nella regione richiede una prova di maturità del partito egemone. Il blocco istituzionale può essere superato da una Carta costituzionale – in attuazione di quella federale – della regione autonoma che definisca anche il ruolo del Parlamento e quello del presidente della regione. Allo stesso modo, presupposto per la fuoriuscita dalla crisi economica e sociale – diversificazione delle entrate, ad oggi dipendenti dal petrolio, e investimenti nelle infrastrutture – è la fine del sistema 50-50 tra i due partiti storici.

Anche le crescenti tensioni mediorientali, obbligheranno la classe dirigente curda ad una visione di maggiore profondità e non, come è avvenuto negli ultimi anni, al raggiungimento di vantaggi immediati: la stabilizzazione dell’Iraq è un obiettivo indispensabile per la popolazione ma anche per evitare una nuova spirale negativa in tutta l’area. Dalla soluzione della questione sulle aree contese passa la possibilità di una ricostruzione pacifica di tutto il Paese, tramite una gestione federale e una valorizzazione di tutte le componenti, nazionali, etniche e religiose.

La presenza di Salih alla guida della Repubblica potrebbe determinare l’allentamento della tensione e una risposta, certamente provvisoria, alla questione delle aree contese come pure all’annosa questione del greggio e del gas naturale: Salih ha idee valide, potrebbe influenzare positivamente il nuovo governo iracheno. E spingere al compromesso quello curdo, tuttavia dominato, come si è visto, dai suoi avversari del PDK che non lo hanno votato come presidente.

Ma al momento i segnali di maggiore preoccupazione arrivano proprio dalla politica curda: quanto la necessaria fase di rinnovamento generazionale che investirà il PDK sarà in grado di trasformarsi in un processo rilevante per l’intera politica curda è ancora da vedere.

 

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