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14 marzo 2017

Elezioni olandesi. I candidati, gli scenari e la posta in gioco

di Giacomo Natali

 “ Zero percento (chance) Geert, ZERO percento. Non. Succederà. Mai”  è stato il tweet con il quale il premier olandese Mark Rutte ha reagito alla rivendicazione dell'incarico di capo di governo da parte di Geert Wilders, leader del partito populista euroscettico PVV, in caso di sua vittoria alle prossime elezioni del 15 marzo.

Avendo la monarchia una funzione soltanto cerimoniale, il vero potere nei Paesi Bassi è detenuto proprio dal premier, che è normalmente il segretario del partito col maggior numero di seggi in parlamento. Ma questa volta, intendeva sottolineare Rutte, "faremo di tutto perché non sia così". In linea con le speranza di quasi tutti i governi europei.

Alla vigilia del voto, infatti, il partito di Wilders è dato ancora in cima alle preferenze, grazie a una campagna incentrata sull'ostilità verso immigrati e musulmani (tema tornato a infuocare il dibattito, dopo gli scontri nel weekend tra polizia e immigrati turchi provocati dal divieto imposto al ministro degli Esteri turco di tenere un comizio elettorale a Rotterdam). Ma le sue possibilità di giungere a guidare il governo sono rese estremamente ridotte dalla natura stessa del sistema politico olandese.

Le elezioni di mercoledì, infatti, determineranno l'assegnazione dei 150 seggi della Camera bassa, il principale organo legislativo del Paese (il Senato viene eletto separatamente, coi voti dei soli rappresentanti delle province, ma ha una funzione meramente consultiva). Ma in oltre cento anni nessun partito è mai riuscito a raggiungere da solo i settantasei seggi necessari a formare un governo. E poiché anche il PVV è assai lontano dall'obiettivo, in assenza di partner disposti a formare una coalizione, Wilders potrebbe ritrovarsi con una maggioranza relativa, ma isolato e sconfitto.

Grazie al sistema proporzionale puro, con un unico collegio elettorale nazionale, molti dei 28 partiti che si presentano alle elezioni otterranno una rappresentanza in parlamento. Di fatto, in assenza di una soglia di sbarramento fissa e considerando il numero di seggi a disposizione, è generalmente sufficiente prendere una percentuale di voti superiore allo 0,67% per eleggere almeno un rappresentante.

Ma mentre in passato i tre principali partiti erano comunque in grado di ottenere complessivamente l'80% dei voti, oggi la loro quota si aggira appena attorno al 40%. Ed è proprio questa frammentazione che potrebbe consentire al PVV di Wilders di diventare il primo partito del Paese, pur con una percentuale non superiore al 20%.

In base agli ultimi sondaggi, il PVV si trova al momento circa alla pari con il VVD di Mark Rutte. Entrambi dovrebbero ottenere circa 24 seggi, ma occorre ricordare che il VVD aveva vinto le precedenti elezioni ottenendo ben 41 deputati.

Il partito laburista, attualmente seconda forza nel parlamento e nel governo di coalizione, potrebbe precipitare addirittura al settimo posto, con una decina di seggi, scavalcato non solo dal partito di Wilders, ma anche dall'Appello Cristiano Democratico (circa 20 seggi), Sinistra Verde (17-18), il liberali del D66 (14-17) e Partito Socialista (10-12).

Proprio la Sinistra Verde (GroenLinks) è la grande sorpresa di questi ultimi giorni di campagna elettorale. Nel giro di poche settimane, il partito guidato dal trentenne di origine olandese-indonesiana-marocchina Jesse Klaver, ha quadruplicato le preferenze nei sondaggi, grazie a un mix denunciato dagli altri partiti come populista, ma di radice opposta a quello di Wilders.

In opposizione al clima politico del momento, Klaver è esplicitamente pro-UE e pro-rifiugiati. E la sua promessa di “speranza e cambiamento” riguarda anche la fine della ricerca esasperata di crescita economica e dell'affidamento al mercato contro il settore pubblico, sostituiti da una priorità per “l'empatia”, “maggiore equità economica” e protezione dell'ambiente, con particolare attenzione al “cambiamento climatico”.

Secondo alcuni, nel gioco di alleanze che si scatenerà al termine del voto, Klaver potrebbe addirittura finire tra i papabili all'incarico di premier. Ma da questo punto di vista, la partita è ancora completamente aperta. E in questo scenario anche i cinque o sei piccoli partiti che si fermeranno tra i 3 e i 5 seggi potrebbero svolgere un ruolo di primo piano, in quanto fondamentali per raggiungere la quota necessaria a governare.

Come indicato dal tweet del premier Rutte, il VVD e gli altri principali partiti hanno già esplicitamente escluso alleanze con il PVV, chiudendo teoricamente ogni possibilità di premiership a Wilders. Ma il leader del PVV, che da alcuni giorni ha annullato tutte le apparizioni pubbliche per rischi alla sua sicurezza, si è detto sicuro che i risultati finali convinceranno molti a rimangiarsi questa promessa, venendo a patti con lui.

Anche senza giungere alle rivolte popolari prospettate da Wilders nel caso gli venisse negato l'incarico, il rischio, infatti, è che l'anomalia del tenere fuori dalla coalizione di governo il principale partito del Paese, rischi di rappresentare un punto debole per il nuovo governo e un punto di forza per il leader del PVV, che potrebbe giocare ancora di più sul ruolo di outsider in lotta contro il sistema.

In altri tempi si sarebbe pensato a piccole beghe tra piccoli partiti di un piccolo Paese, ma il metro di quanto siano invece considerate cruciali le imminenti elezioni di mercoledì 15 marzo, anche ben al di là dei confini dei Paesi Bassi, è dato dall'inquietante ragione per cui, in un Paese sempre all'avanguardia per tecnologia e sperimentazioni, gli elettori alle urne si troveranno ancora davanti le vecchie schede cartacee, che saranno poi contate a una a una dagli scrutatori.

Proposte per il passaggio al voto elettronico erano state bocciate anche in passato, ma mai prima di oggi un ministro aveva esplicitamente dichiarato che il motivo è che i software non sarebbero in grado di affrontare le concrete minacce di ingerenza da parte di Stati stranieri interessati a falsare i risultati del voto.

Come nel caso delle elezioni statunitensi, anche qui è la Russia a trovarsi in cima alla lista dei sospetti del governo olandese, che teme la volontà di Putin di destabilizzare l'UE, attraverso un effetto domino con le successive elezioni in Francia e Germania.

Per questo, per la prima volta nella storia, tutta l'Europa starà con il fiato in sospeso fino ai primi exit poll, che la tv pubblica NOS diffonderà alla chiusura dei seggi, nella serata di mercoledì. Ma in un'elezione così combattuta, la loro affidabilità sarà estremamente ridotta. Tanto più che anche quando saranno comunicati i risultati definitivi, per le caratteristiche del sistema olandese, sarà ancora difficile stabilire chi saranno vincitori e vinti e chi andrà a formare il governo.

In passato sono trascorsi anche mesi prima che si raggiungesse un accordo per comporre una coalizione tra i diversi partiti. Ma questa volta la minaccia di Wilders potrebbe paradossalmente fungere da catalizzatore, agevolando il superamento delle divergenze tra tutti quelli interessati a tenerlo fuori dalle stanze del potere.

Prima di allora, però, la parola spetta agli elettori. E come la Brexit e l'elezione di Trump ci hanno insegnato, dobbiamo essere pronti a qualunque risultato. Come ricordava Wilders nel proprio tweet di risposta a quello di Mark Rutte: “Sono gli elettori che decidono per questo Paese, Mark. Al 100%. E nessuno. In Olanda. Vi. Crede. Ancora”.

 


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