09 febbraio 2017

Emmanuel Macron. En Marche, ma per andare dove?

di Stefano Carpentieri

Di questi tempi passeggiare il sabato mattina al mercato rionale nella provincia di Parigi (come altrove in Francia) è diventato una vera corsa a ostacoli. Tra le organizzazioni non governative che cercano di alleviare i problemi del mondo, quelle che cercano di salvare il pianeta, i sostenitori dei vari candidati alle primarie del centro sinistra (sono sette in lizza), i sostenitori di Fillon (i Repubblicani), gli accoliti di Marine Le Pen (Fronte Nazionale), il povero flaneur fine-settimanale diventa un ricettacolo di pamphlet, slogan e buoni propositi.

In quello stesso mercato capita sempre più spesso di essere avvicinati da un paio di giovani (tra i venti e i trenta anni in media), vestiti con stile ma senza troppe pretese, che pongono delle domande sulla cittadinanza e sulla partecipazione alla vita politica. Quando vi prendete il tempo di rispondere alle loro domande, a risposta multipla, allora vi rendete conto che si tratta degli aderenti al neonato partito “En Marche” capeggiato dall’ex ministro dell’Economia Emmanuel Macron.

Macron, una costante nelle trasmissioni di approfondimento politico e nelle pagine dei quotidiani tanto quanto in quelle dei tabloid francesi. L’incubo dei candidati alle presidenziali e la speranza di centinaia di migliaia di persone che negli ultimi mesi hanno partecipato alle sempre più numerose conferenze organizzate in giro per la Francia.

In effetti, ad analizzare il personaggio ci si rende conto che il giovane candidato ha tanto per affascinare un poco tutti.

Innanzitutto è giovane, trentanovenne, è stato il ministro dell’Economia più giovane della storia francese; non appartiene a nessuno degli esistenti schieramenti politici (pur essendo nominalmente di sinistra, ha rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista definendole “questioni tribali”); è competente in economia e affascina molto i liberisti (oltre ai due anni come ministro Macron vanta anche una brillante carriera come banchiere d’affari presso il prestigioso gruppo Rothschild) ed è un uomo che segue il proprio cuore (in riferimento alla sua tanto celebrata storia di amore che l’ha portato, sedicenne, a lasciare la famiglia per stare con la sua professoressa di liceo, di venti anni più grande di lui, assieme alla quale continua ad apparire sulle copertine dei tabloid).

Insomma, un personaggio alquanto atipico, che affascina molto ma allo stesso tempo preoccupa, data la già incerta situazione politica del paese.

Già nel 2015, in seguito agli attacchi dell’allora ministro dell’Economia Macron alle trentacinque ore lavorative settimanali, molte voci del suo partito avevano gridato allo scandalo; oggi, quando il leader del movimento En Marche riesce a radunare più di 4000 giovani sostenitori a Lille, una delle città più a sinistra dell’esagono, oltre 12000 curiosi a Parigi e più di 2500 a Clemont-Ferrand, dove vi è uno dei minori tassi di partecipazione del paese, si può facilmente affermare che Macron fa paura a sinistra come a destra.

Trattato da traditore dai sostenitori del suo vecchio partito, fustigato dalla destra per la sua politica populista (il segretario generale dei Repubblicani non ha esitato a definirlo un “Beppe Grillo che veste Armani”) e condannato dall’estrema destra come il candidato delle banche d’affari e della macchina liberista, è facile capire che un tale accanimento deriva proprio dalla presa di coscienza che il fenomeno Macron non è un fuoco di paglia.

Qual è dunque il segreto di questo successo così folgorante? Come spesso accade in politica, non si tratta di segreti ma, più banalmente, di strategie di comunicazione, e quella di Macron è una vera macchina da guerra.

L’obiettivo è di rendere la politica più moderna, più “cool”, come ha fatto l’ex presidente democratico statunitense nelle sue campagne. Per far ciò non si parla di partito ma di movimento, non di programma ma di politiche partecipative, non di riforme ma di cambiamenti.

Uno degli assi nella manica di questa campagna è la società Liegey-Muller-Pons, una start-up fondata negli Stati Uniti che ha fatto le sue prime esperienze di campagne elettorali assieme ai promoter di Barack Obama. Questa piccola società, che vanta il titolo di “prima start-up per tecnologia di campagna politica” ha già collaborato con il governo di François Hollande portandogli più di 300.000 voti nelle regioni dove hanno lavorato. Il loro sistema è complicato e semplice allo stesso tempo: ispirandosi allo “studio controllato randomizzato”, una pratica statistica utilizzata per ridurre i margini di errore nel test di nuovi vaccini, i tre fondatori della start-up hanno messo a punto un algoritmo che, analizzando i dati ottenuti, indica i bacini di voti più fertili. In pratica questa società indica ai campaigner a quali porte andare a bussare per ottenere più facilmente voti.

Questa strategia non farà forse vincere le elezioni, ma senza dubbio aiuta nella creazione di un nuovo partito. Nel panorama politico francese di oggi assistiamo sempre più rapidamente allo smembramento del sistema di grandi alleanze che aveva caratterizzato le precedenti elezioni, e se all’inizio in pochissimi pensavano che Macron potesse davvero arrivare al ballottaggio, nel contesto che si è venuto a creare oggi un personaggio volutamente fluido (ad ora, infatti, il movimento In Marcia, non ha ancora pubblicato un vero programma, ma solo delle linee guida), che utilizza la gioventù e la tecnologia meglio dei suoi antagonisti, dotato di una grande ambizione, può gettare delle solide basi se non per un vero cambiamento, almeno per una duratura partecipazione alla futura vita politica del paese.

Se poi questa partecipazione comporti un’eccessiva frammentazione, come molti a sinistra temono, e una conseguente vittoria di partiti estremisti, soltanto le prossime elezioni potranno dircelo.

 


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