26 giugno 2018

Eritrea ed Etiopia verso una soluzione dello storico conflitto

Il presidente eritreo, Isaias Afewerki, manderà presto una delegazione in Etiopia per confrontarsi con il premier Abiy Ahmed sul contenzioso che divide i due Paesi. Il primo ministro etiope, in carica da meno di tre mesi, ha mandato un chiaro segnale per la ripresa del dialogo con l’Eritrea, fin dal suo insediamento, e ha recentemente dichiarato che l’Etiopia sarebbe pronta ad accogliere il deliberato della Commissione per la delimitazione dei confini, istituita dopo la fine della guerra nel 2000, in seguito all’accordo di Algeri.

La città di Badme potrebbe quindi essere ceduta all’Eritrea. Infatti, se l’Etiopia era uscita vincitrice sul piano militare dal conflitto con il suo vicino, l’Eritrea aveva ottenuto un successo diplomatico, poiché la commissione le aveva attribuito l’area contesa, che comprende appunto la città di Badme. L’Etiopia non ha mai riconosciuto il verdetto della commissione indipendente e le tensioni tra le due nazioni non si sono mai risolte positivamente, con il rischio che il contrasto potesse degenerare di nuovo in un conflitto armato.

L’apertura di Ahmed potrebbe sbloccare la situazione; è probabile che ci saranno difficoltà e resistenze interne, ma le speranze di una soluzione negoziata stanno crescendo. In questo difficile contesto, si inserisce il gravissimo attentato di Addis Abeba di sabato 23 giugno che aveva molto probabilmente proprio Abiy Ahmed come obiettivo e che ha provocato, con il lancio di una granata durante un comizio, un numero elevato di feriti di cui sei molto gravi. Il premier è uscito illeso, ma l’attentato ha scosso fortemente il Paese.

Ahmed rappresenta un cambiamento molto radicale nella politica etiope a partire dalle sue caratteristiche personali: è il primo capo del governo di etnia Oromo. Gli Oromo sono l’etnia più numerosa dell’Etiopia (rappresentano circa un terzo della popolazione) e vivono soprattutto nella parte meridionale e in quella centrale del Paese, mentre nell’area settentrionale sono prevalenti gli Amhara e i Tigrini. Gli Oromo e gli Amhara negli ultimi anni hanno dato vita a proteste e manifestazioni, sentendosi discriminati, ma hanno incontrato una forte repressione da parte del governo egemonizzato dalla minoranza tigrina, che ha causato numerose vittime. Questa situazione ha contribuito fortemente alle dimissioni del primo ministro Hailemariam Desalegn, alla dichiarazione dello stato di emergenza e ad aprile all’investitura parlamentare di Abiy Ahmed, che si è presentato al Paese con un profilo riformista, in grado di superare le divisioni e di portare a un processo di democratizzazione. In effetti, sono stati attuati diversi provvedimenti come la liberazione dei detenuti politici, l’attenuazione della censura, l’annuncio di un superamento anticipato dello stato di emergenza.

È probabile che questi cambiamenti e soprattutto la possibilità di rinunce territoriali causino resistenze e tensioni, di cui l’attentato del 23 giugno potrebbe essere un sintomo, ma un processo di distensione è stato avviato. Alcuni osservatori auspicano che le nuove trattative di pace provochino un rinnovamento anche nella vicina Eritrea, dove il presidente Isaias Afewerki è al potere da quasi trent’anni e la situazione delle libertà civili è considerata molto critica dalle associazioni umanitarie.

 

Crediti immagine: ANSA/EPA

 


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