25 giugno 2018

Europa in ordine sparso

di Nicolò Carboni

Angela Merkel forse non ha mai letto I promessi sposi ma, nella sua lunga reggenza europea, ha quasi sempre applicato una delle massime manzoniane più note: troncare e sopire. I bollori dei governi più scalmanati venivano lasciati sfogare nei giorni appena antecedenti alle riunioni del Consiglio europeo e, poi, con pazienza e certosina cura, gli sherpa franco/tedeschi lavoravano a un compromesso forse non entusiasmante ma digeribile per tutti.

Il meccanismo ha funzionato con Berlusconi, con Tsipras, con David Cameron e, addirittura, con Orban, ma oggi – mentre la buriana nazionalpopulista si fa sentire a piena forza – rischia di incepparsi.

Per motivi diversi, Francia e Germania oggi sono più deboli che mai. Emmanuel Macron, in crisi di consenso domestico e in fase di scontro totale con i potenti sindacati francesi, ha dovuto archiviare le sue ambizioni di riforma dell’eurozona dopo che il ministro delle Finanze tedesco, il governo olandese e Vienna hanno opposto un niet pressoché inscalfibile; Angela Merkel, per la prima volta in assoluto, vede incrinarsi l’alleanza CDU/CSU con i bavaresi, guidati dal ministro dell’Interno Horst Seehofer, pronti a far cadere il governo e, addirittura, a immaginare nuove geometrie politiche di sponda con Alternative für Deutschland. Nella storia tedesca ci sono già stati alcuni divorzi tra Monaco e Berlino: non hanno mai portato bene.

Nel frattempo il giovane cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha partecipato – per ora come ospite – al prevertice organizzato dai Paesi di Visegrád, confermando che lungo il Danubio si sta formando un blocco conservatore ormai impossibile da ignorare, capace di affascinare pure le (ex) socialdemocrazie scandinave, come confermano le recenti prese di posizione del governo svedese riguardo a riforme economiche e gestione dei migranti.

Non bisogna commettere l’errore di considerare Orban e soci dei dilettanti allo sbaraglio o, peggio ancora, dei semplici masanielli senza un progetto di lungo periodo. I Paesi di Visegrád, insieme ai nuovi e vecchi alleati, non spingono per una dissoluzione dell’Unione Europea e – di massima – non hanno neppure grossi problemi con la moneta unica (pure perché in molti non ne fanno parte), ma hanno raccolto il vessillo abbandonato dai britannici. Quello propugnato da Orban, Kurz e affini è un europeismo minimo, economicista, desideroso di abbandonare ogni velleità politica per concentrarsi sul mercato unico e sulla spartizione dei fondi di sviluppo.

In questo quadro, più che occuparsi di migranti o altre questioni, appare chiaro che il tentativo di Berlino e Parigi sarà resistere a quello che si preannuncia come l’assedio finale alla fortezza dell’europeismo classico. Il Consiglio europeo potrebbe chiudersi con uno spostamento del baricentro politico continentale verso est, segnando un indebolimento dell’egemonia franco/tedesca e un nuovo equilibrio che passa da Roma, Budapest e Vienna.

Certo, Germania e Francia continuerebbero a far valere il loro peso economico, ma il rischio reale è che non siano capaci di rispondere politicamente all’offensiva nazionalpopulista. Un Macron senza alleati e una Germania in crisi faticheranno molto a proporre l’ennesimo rilancio dell’azione comune, senza contare che manca meno di un anno al rinnovo del Parlamento europeo, con la possibilità concreta che – novità assoluta – a Strasburgo sieda una larga e combattiva minoranza eurocritica.

In questo quadro sempre più vorticoso l’Italia potrebbe essere il principale pivot strategico su cui costruire il futuro dell’Unione Europea: entrambi i fronti (quello europeista e quello meno entusiasta) hanno bisogno di Roma per assicurarsi il necessario peso politico. Al momento, però, la nostra penisola pare strattonata in due direzioni opposte: da un lato l’opera sottile del Quirinale – e dei ministri di nomina “non politica” – pare tirare verso i rassicuranti e noti lidi francotedeschi, dall’altro la spinta politica non è per nulla insensibile alle sirene danubiane.

Per non finire subalterni della volontà di potenza altrui occorre capire velocemente quali siano gli interessi strategici italiani da difendere, dalla gestione dei migranti, alla politica industriale, al rapporto fra debito e moneta. Il Consiglio europeo sarà il momento giusto per fare chiarezza.

 

Crediti immagine: da European Council. Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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