7 giugno 2019

FCA-Renault, tra capitalismo italiano e francese

di Alessandro Aresu

Le trattative sulla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e Renault e il ritiro della proposta da parte di FCA per «le condizioni politiche» in Francia hanno riportato all’attenzione, oltre allo scenario generale del mercato dell’auto tra consolidamento e trasformazioni tecnologiche, i rapporti economici e geopolitici tra Italia e Francia.

Sono numerosi gli incroci, gli affari e i dissidi che legano i due Paesi, in una lunga storia di diffidenze e di compartecipazioni. Basti citare i contrasti con la Francia di Enrico Mattei e i rapporti tra Mediobanca e Lazard. La Francia è il Paese europeo che ha “inventato” e che pratica di più il cosiddetto sovranismo, soprattutto nell’ambito economico. L’Agenzia di partecipazioni dello Stato definisce quote e obiettivi dello “Stato azionista”, tra le cui partecipazioni vi è la stessa Renault. L’amministrazione è garantita con continuità dall’alta burocrazia francese pubblica e privata, nel cui ambito è stato peraltro elaborato, da Bernard Esambert, il concetto contemporaneo di “guerra economica”. La capacità militare sancisce l’estensione dello Stato francese, e accompagna spesso i suoi eccessi, oltre a un’assertività alla quale non corrisponde una capacità negoziale in Europa paragonabile a quella tedesca.

In ogni caso, la Francia è una potenza finanziaria di altro tenore rispetto all’Italia, in particolare per la capacità di usare le banche d’affari per promuovere la crescita dimensionale di grandi gruppi, come mostrato dal sostegno determinante di Antoine Bernheim (Lazard) al gigante del lusso di Bernard Arnault, LVMH.

Molti sono i fronti aperti tra Italia e Francia. Basti pensare alla vicenda Fincantieri. I rapporti bilaterali, ben più che con la problematica “campagna d’Italia” di Vincent Bolloré, sono cresciuti d’intensità con l’attivismo dei due maggiori azionisti di Generali dopo Mediobanca, Caltagirone e Delvecchio. Il primo è presente tra l’altro nel gigante di acqua e rifiuti Suez, anch’esso controllato dallo Stato francese. Il secondo, già attivo nell’immobiliare francese, alla prova della complessa integrazione con Essilor. 

In sintesi brutale, al ruolo elefantiaco dello Stato in Francia corrisponde l’impronta delle famiglie italiane, spesso in cerca d’autore, come accade nelle vicende attuali del gruppo controllato da John Elkann. Le medie imprese, punto di forza del nostro sistema rispetto alla Francia, non hanno un vero protagonismo politico, mentre l’Italia non ha affrontato due grandi questioni: la saldatura tra il risparmio e l’investimento e la necessità di sostenere e promuovere quell’alta tecnologia che è ancora un punto di forza del Paese nonostante gli scarsi investimenti, tanto pubblici quanto privati.

Lo Stato in Francia pensa “napoleonicamente”, al di là di ogni riverniciatura di comodo di Macron. L’Italia, invece di pensare “strategicamente”, oscilla tra la richiesta di confusi interventi tampone, per cui pare che la Cassa depositi e prestiti debba giungere a qualunque capezzale, e l’appiattimento dell’interesse nazionale sulle contingenze politiche. Eppure, l’interesse nazionale vive solo di coesione, consapevolezza geopolitica, continuità, capacità negoziale, chiarezza su tutti gli attori. Tutti elementi che sarebbero utili per comprendere il futuro incerto del gruppo FCA, che con Magneti Marelli (già finita ai giapponesi) e Comau (gigante della robotica) vanta punte di eccellenza tecnologica, oltre che nella componentistica e nell’indotto. Un approccio più maturo sarebbe necessario anche per i prossimi passaggi che attendono gli incroci tra Francia e Italia: oltre al settore bancario, gli assetti delle Generali e il ruolo di Leonardo nel contesto europeo, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione.  

 

Immagine: Deposito di nuove auto FCA da esportare, Torino, Italia (gennaio 2019). Crediti: MikeDotta / Shutterstock.com

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