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04 ottobre 2017

Fosche nubi sull’America di Trump

Una nuova strage, di quelle che periodicamente segnano l’America e accendono il dibattito su controverse questioni politiche. Le luci continuano a scintillare a Las Vegas, i tavoli verdi sono sempre pieni di giocatori in attesa della puntata vincente, ma il drammatico bilancio della più grave sparatoria di massa nella storia del Paese – 59 morti e oltre 500 feriti – resterà per sempre nella memoria collettiva statunitense. Sulla strage, il cui responsabile morto suicida è stato identificato come Stephen Paddock, ancora molti paiono i punti da chiarire, e nonostante la rivendicazione del sedicente Stato islamico, per il momento l’FBI esclude la pista terroristica. Sulla questione, è intervenuto anche il presidente Donald Trump, che ha parlato di «atto di pura malvagità» e assicurato la sua presenza nella città del Nevada.

L’inquilino della Casa bianca è reduce da settimane politicamente convulse e controverse, non solo per la persistenza di situazioni critiche in politica internazionale, come sul fronte nordcoreano, ma anche per le polemiche che lo hanno visto protagonista sul fronte interno. Nella giornata di martedì il presidente si è recato in visita a Puerto Rico, territorio liberamente associato agli Stati Uniti su cui profonde sono le tracce lasciate dal passaggio degli uragani Irma e Maria. Trump ha assicurato nei giorni scorsi che le autorità federali stanno lavorando con grande impegno per garantire il loro supporto alla popolazione, ma dall’isola non sono mancate le critiche per la presunta lentezza di Washington nel rispondere alla situazione di emergenza. In questo senso, decisa era stata la presa di posizione della sindaca di San Juan – capitale di Puerto Rico – Carmen Yulín Cruz, che aveva sottolineato come, a fronte di una vera e propria crisi umanitaria in atto e della mancanza di beni di prima necessità e di elettricità, semplicemente non corrispondeva alla realtà quanto dichiarato dalla segretaria alla Sicurezza interna Elaine Duke, secondo cui l’intervento federale a Puerto Rico poteva considerarsi una ‘bella storia’ circa le capacità dell’amministrazione di raggiungere chi è in difficoltà. Ovviamente, la replica di Trump non si è fatta attendere: tramite il suo account Twitter, il presidente ha dichiarato che i democratici devono aver convinto la sindaca di San Juan a mostrarsi inflessibile nei confronti della Casa bianca, quando in realtà 10.000 lavoratori federali erano già all’opera per assicurare sollievo alla popolazione portoricana. Le principali responsabilità sui problemi nei soccorsi sarebbero dunque da addebitare alla scarsa capacità di leadership proprio di Carmen Yulín Cruz e di altre autorità locali a Puerto Rico. La polemica però – parola di presidente – sarebbe rientrata.  

Probabilmente ancora più duro nei toni e, soprattutto, con maggiore eco a livello internazionale è stato invece il precedente scontro tra il presidente e il mondo dello sport a stelle strisce, in particolar modo basket e football. La polemica è andata avanti sostanzialmente senza soluzione di continuità: tradizione vuole che le squadre vincitrici dei principali campionati sportivi si rechino in visita alla Casa bianca per incontrare il presidente, ma durante un incontro con la stampa Stephen Curry – stella dei Golden State Warriors, vincitori dell’ultimo campionato nazionale di basket (NBA, National Basketball Association) – ha dichiarato che personalmente preferirebbe evitare tale cerimonia, in quanto in disaccordo con il presidente. Per Trump, nessun problema: recarsi alla Casa bianca dovrebbe essere un onore, ma se Curry è così esitante, allora l’invito è da considerarsi annullato. Naturalmente, molti cestisti si sono schierati dalla parte del loro collega: la presa di posizione più netta è stata quella di LeBron James, asso dei Cleveland Cavaliers, che, riprendendo le parole del presidente, ha voluto rimarcare come la visita alla Casa bianca fosse un onore prima che Trump assumesse il suo incarico. Sulla stessa lunghezza d’onda, anche altri grandi protagonisti della palla a spicchi, come Chris Paul e la leggenda dei Los Angeles Lakers Kobe Bryant, che ha da poco lasciato il basket giocato: Trump è un presidente – ha osservato Bryant – che crea ‘divisione e rabbia’, un presidente le cui parole generano ‘dissenso e odio’; pertanto non può – come recitava il suo slogan in campagna elettorale – rendere l’America di nuovo grande. Quanto ai Golden State Warriors, hanno assicurato che a febbraio – quando saranno a Washington per la partita con la squadra locale di basket – coglieranno l’occasione per celebrare la diversità, l’uguaglianza e l’inclusione. Valori che – è questo il messaggio sottinteso – ritengono non siano rappresentati dall’attuale presidenza.

Negli stessi giorni, si è di fatto acceso anche lo scontro tra presidente da una parte e giocatori e lega di football (NFL, National Football League) dall’altra. Il 22 settembre, durante un evento in Alabama, Trump si è scagliato contro la protesta di alcuni atleti, che sono rimasti inginocchiati durante l’inno. Il primo a farlo, Colin Kaepernick, dichiarò di non essere intenzionato a stare in piedi per mostrare il suo orgoglio verso la bandiera di un Paese in cui la popolazione di colore e le minoranze sono oppresse. Dunque, una protesta estremamente forte, in particolar modo per i troppi casi di violenza e per le morti di persone di colore per mano della polizia. Per Trump però, questi atteggiamenti non sono giustificabili: chiunque non mostri rispetto per l’inno e la bandiera dovrebbe essere immediatamente licenziato. La NFL ha stigmatizzato le parole ‘divisive’ del presidente e la protesta ha preso ancor più vigore: decine di atleti, nella partita successiva, si sono inginocchiati davanti alla bandiera durante l’esecuzione dell’inno.

Poi, il 25 settembre, è emersa la notizia che Jared Kushner – genero di Trump – avrebbe usato un indirizzo e-mail privato per comunicazioni riguardanti la Casa bianca: dunque, un comportamento assai simile a quello tenuto da Hillary Clinton durante il suo periodo da segretaria di Stato, giudicato però gravissimo da Trump durante la campagna elettorale. Per l’ennesima volta poi, il presidente ha dovuto rinunciare nell’immediato allo smantellamento di Obamacare.

Adesso però, gli occhi sono tutti puntati su Las Vegas e sul folle gesto di Stephen Paddock, che aveva a disposizione un arsenale di 42 armi da fuoco per seminare morte. Per la Casa bianca però, non è il momento di parlare di misure più restrittive in materia di armi.