11 giugno 2018

G7, la foto di una famiglia in crisi

di Fiorella Favino

Si è chiuso sabato scorso a Charlevoix, in Canada, il vertice dei capi di Stato e di governo dei principali Paesi industrializzati. Un incontro che ha fatto emergere chiaramente tutte le divergenze esistenti tra gli Stati Uniti del presidente Trump e gli altri membri del gruppo: leader dei Paesi europei e rappresentanti delle istituzioni di Bruxelles, il primo ministro giapponese e il primo ministro canadese, padrone di casa dell’incontro di quest’anno.

I temi su cui il confronto è aspro sono noti: la guerra dei dazi ingaggiata dal presidente Trump ai danni tanto del colosso cinese quanto degli alleati europei; il ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare iraniano che invece gli europei continuano a portare avanti; le divergenze sui temi ambientali ed energetici e il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima; infine, il tema del reintegro nel gruppo della Russia, esclusa nel 2014 dall’allora G8 in seguito all’invasione della Crimea.

Guardando un po’ oltre la superficie, si può però intravedere un disaccordo profondo rispetto a quelli che sono considerati da ciascuno gli interessi fondamentali da difendere, il quadro generale di regole e valori ai quali questi vanno conformati e gli strumenti per perseguirli. Tra gli strumenti, in particolare, le istituzioni internazionali e multilaterali, di cui in più occasioni il presidente americano è sembrato contestare platealmente validità ed efficacia.

Il G7 è un luogo di discussione informale tra i rappresentanti di più alto livello di quel gruppo di Paesi che al tempo della guerra fredda rappresentava il nucleo di ciò che poteva essere identificato con l’etichetta di “Occidente”. Nella sua storia ultra quarantennale – il primo incontro si tenne a Rambouillet, in Francia, nel 1975 – il G7 ha già vissuto momenti difficili e fasi alterne, profonde divergenze di vedute tra i suoi membri sui temi caldi all’ordine del giorno, che hanno in passato compromesso l’incisività delle decisioni prese al suo interno.

È però difficile individuare incontri tormentati come quello del 2018, preceduti da scambi di battute così aspri, con tavoli di discussione compromessi dall’assenza di alcuni dei principali protagonisti del dibattito, con un comunicato finale su cui non solo si è rischiato fino alla fine di non trovare un accordo, ma che, naturalmente via Twitter, il presidente Trump ha virtualmente stracciato affermando, dopo aver già lasciato il vertice, di aver dato istruzioni ai suoi rappresentati al summit di non avallarlo per reazione alle dichiarazioni fatte dal primo ministro canadese Trudeau durante la conferenza stampa conclusiva del vertice in cui annunciava che anche il Canada avrebbe reagito all’applicazione dei dazi americani.

Le dichiarazioni finali dei G7 sono documenti approvati per unanime consenso, frutto di un delicato lavoro di limatura sulle singole frasi, e rappresentano quindi una sorta di comune denominatore tra i suoi membri rispetto alle diverse questioni all’ordine del giorno. Qual è, quindi, alla luce del comunicato finale del vertice di Charlevoix, il comune denominatore che unisce oggi i leader che si sono riuniti in Québec?

Sui temi commerciali, dopo aver ricordato in termini generici i vantaggi del libero commercio, sottolineato il ruolo positivo di un sistema commerciale internazionale basato su regole e l’impegno comune a perseverare nella lotta al protezionismo, viene enunciato un non meglio definito impegno a «modernizzare le regole del WTO per renderle più eque il prima possibile«. «Ci impegniamo – si legge infine – a ridurre le barriere tariffarie, non tariffarie e i sussidi»: un apparente slancio nel senso dell’apertura al libero commercio, di sottintesa condanna dell’imposizione di dazi e limitazioni, frutto anche di un repentino e inatteso cambiamento nell’atteggiamento di Trump che, spiazzando gli alleati, già da venerdì aveva fatto trapelare la possibilità di rilanciare proponendo di porre fine a tutte le tariffe e barriere commerciali tra gli Stati Uniti e i partner del G7. Salvo poi, subito prima di lasciare il vertice alla volta di Singapore, in conferenza stampa, alzare nuovamente la posta annunciando che gli Stati Uniti potrebbero interrompere o limitare severamente l’accesso commerciale agli Stati Uniti nel caso in cui i Paesi del G7 non dovessero cooperare.

Nel paragrafo dedicato alla Russia nessun accenno al suo reintegro nel gruppo nonostante l’auspicio espresso da Trump alla vigilia del vertice e la sponda inizialmente offerta su questo fronte dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte. La questione non era in agenda e non è stato possibile discuterla per tempo: questo il senso delle dichiarazioni di commento di molti dei leader presenti. Nel documento finale vengono però stigmatizzati la condotta di Mosca «destabilizzante nel minare i sistemi democratici» e il suo supporto al regime siriano, riaffermando, al contempo, la condanna per l’annessione della Crimea e il perdurante sostegno dei leader presenti al rispetto della sovranità, indipendenza e integrità territoriale dell’Ucraina e l’intenzione a proseguire sull’applicazione delle sanzioni commerciali ai danni di Mosca.

Sull’Iran, un impegno generico ad assicurarsi che il programma nucleare di Teheran rimanga pacifico e in linea con gli obblighi internazionali sottoscritti e che l’Iran rinunci a cercare di acquisire o sviluppare armi atomiche.  

È però sul fronte delle tematiche ambientali e della lotta al cambiamento climatico che la rottura si consuma apertamente, con Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Unione Europa che «riaffermano il loro forte impegno all’attuazione dell’Accordo di Parigi», «in particolare attraverso la riduzione delle emissioni». Gli Stati Uniti, invece, si legge in un paragrafo a parte, «credono che la crescita economica sostenibile e lo sviluppo dipendano dall’accesso a risorse energetiche accessibili e affidabili», impegnandosi quindi in azioni che garantiscano in via prioritaria la sicurezza degli approvvigionamenti energetici. È su queste questioni che il G7 si trasforma platealmente in un G6+1, come sottolineato da più parti e come preannunciato dall’affermazione del presidente Macron secondo la quale «non importa essere in sei, se necessario».

Strategie e visioni divergenti, quindi, e toni e termini molto diversi da quelli che si possono trovare nel documento finale del primo di questi incontri che riunì nel 1975, i leader di sei Paesi (gli stessi di oggi, ad eccezione del Canada, che entrò a farvi parte solo nel 1976) che, pur alleati nella lotta al nemico sovietico, avevano vissuto negli anni immediatamente precedenti una fase di profondo contrasto tra le due sponde dell’Atlantico in seguito alla dichiarazione unilaterale americana di inconvertibilità del dollaro che aveva di fatto posto fine al sistema di Bretton Woods, così come si erano divisi sull’atteggiamento da assumere rispetto agli attori coinvolti nella guerra dello Yom Kippur e all’embargo petrolifero da parte dei Paesi dell’OPEC che ne era seguito e che tanto aveva contribuito ad alimentare la crisi economica e la recessione di primi anni Settanta. Erano Paesi che però riuscirono, proprio in quel frangente difficile, a ritrovare un’intesa nella consapevolezza che gli interessi e i valori che li univano erano di gran lunga più numerosi e forti degli elementi di divisione.

Nel comunicato finale del vertice di allora si poteva leggere dell’auspicio a «una cooperazione internazionale più stretta e un dialogo costruttivo tra tutti i Paesi», di «necessità di nuovi sforzi nei settori del commercio mondiale, delle questioni monetarie e delle materie prime, compresa l’energia», della necessità di agire insieme «in un periodo in cui si stanno sviluppando le pressioni per un ritorno al protezionismo» per evitare che le potenze commerciali introducessero misure per «cercare di risolvere i loro problemi a spese degli altri, con conseguenze dannose in campo economico, sociale e politico» e addirittura, nell’ottica di ridurre la dipendenza dall’energia importata (petrolio proveniente dai Paesi dell’OPEC), di una maggiore cooperazione per lo sviluppo di fonti alternative.

La foto di famiglia carica di tensione che ci lascia l’incontro di Charlevoix ci dà quindi molto su cui riflettere.

Non solo getta un’ombra sinistra sul futuro del G7, organismo multilaterale sempre meno incisivo e che, come molte altre organizzazioni internazionali nate nel secondo dopoguerra, risente delle mutate dinamiche interne ai suoi membri e, in particolare in questa fase, dell’azione di un presidente USA che predilige la diplomazia bilaterale, dove meglio riesce a utilizzare le leve negoziali in suo possesso e a sfruttare il peso della potenza americana. Che questo possa minacciare l’ordine internazionale fondato sul rispetto delle regole che ha regnato negli ultimi settanta anni e di cui proprio gli Stati Uniti sono stati principale artefice e leader sembra importare poco a Washington, ma giustamente impensierisce tutti gli altri membri della “famiglia” occidentale.

È infatti della tenuta dell’Occidente come l’abbiamo conosciuto finora che forse dovremmo maggiormente preoccuparci, interrogandoci sui valori, gli ideali, gli interessi che oggi e domani lo terranno, se lo terranno, unito.

 

Crediti immagine: ANSA/EPA


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