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16 maggio 2018

Gaza, violenza e vittime civili

La questione palestinese si impone ancora una volta all’attenzione della comunità internazionale con un pesante bilancio di vittime civili e di problemi irrisolti, che coinvolgono tutta l’area e rischiano di sfociare in nuovi scenari di guerra. Le tensioni sono esplose in maniera dirompente al confine della Striscia di Gaza con lo Stato d’Israele lunedì 14 maggio, una data che divide e forse da quest’anno dividerà ancora di più le due comunità: il settantesimo anniversario della nascita dello stato d’Israele ha coinciso infatti con la decisione degli Stati Uniti di spostare la propria ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo dunque la città contesa come capitale israeliana.

Lunedì 14 maggio era anche la vigilia del Yawm al-Nakba, il ‘giorno della catastrofe’, che ricorda l’esodo di migliaia di palestinesi dal nuovo Stato; quest’anno il 15 maggio era anche la data prescelta dai leader palestinesi per concludere la Marcia del ritorno, una serie di manifestazioni che per sette venerdì consecutivi hanno portato la protesta – innervata da azioni di sabotaggio e disobbedienza e funestata da 47 morti e da migliaia di feriti causati dalla risposta dell’esercito israeliano – ai confini tra la Striscia di Gaza e Israele.

Lunedì 14 maggio erano decine di migliaia i manifestanti che hanno espresso la loro rabbia contro il trasferimento dell’ambasciata, contro il blocco imposto a Gaza che ha fatto precipitare l’area in una permanente crisi umanitaria, per il diritto al ritorno dei profughi. I palestinesi si sono avvicinati alla frontiera lanciando pietre contro i soldati e cercando di violare simbolicamente il confine; la risposta dell’esercito israeliano è stata durissima e ha causato 58 vittime tra i civili, nella sola giornata del 14. Nella giornata del 15, momento di lutto e di nuova protesta, ci sono state ulteriori vittime portando il totale a 63, tra cui molti minori e una bambina di 8 mesi, intossicata dai gas lacrimogeni. Un’autentica strage che si va ad aggiungere alle tante vittime che avevano perso la vita durante la Marcia del ritorno iniziata il 30 marzo.

La risposta da parte israeliana ha suscitato aspre critiche da parte del mondo arabo, della Turchia, dell’Iran e di altri Paesi più vicini alle istanze nazionali dei palestinesi; l’Unione Europea ha fatto un appello alla moderazione rivolto a entrambe le parti, anche se il presidente Macron è stato più esplicito nelle critiche a Israele e a Donald Trump per la sua scelta si trasferire l’ambasciata. La Turchia, attraversata proprio in queste settimane dalla campagna elettorale, dopo aver richiamato i suoi diplomatici da Stati Uniti e Israele, ha espulso dal Paese l’ambasciatore israeliano come persona non gradita e ha accusato lo Stato ebraico di genocidio. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha replicato duramente accostando il leader turco ai terroristi di Hamas e il console turco a Gerusalemme è stato invitato a tornare in patria.

Il presidente palestinese Abu Mazin ha proclamato uno sciopero generale e tre giorni di lutto per commemorare le vittime. Le possibilità di una ripresa del dialogo sembrano al momento esigue e rimane forte il rischio di nuove violenze, non solo a Gaza.

 

Crediti immagine: ANSA/EPA