26 maggio 2020

Gig economy negli USA e lavoro dopo il Coronavirus

 

L’epidemia di Coronavirus e la crisi economica che questa ha portato anche negli Stati Uniti stanno facendo emergere una volta di più alcune grandi questioni dimenticate nonostante fossero sotto gli occhi di tutti. E cominciando a guardare al dopo Covid-19 il Paese si chiede cosa sarebbe giusto fare.

La realtà da cui partire è quella che vede i lavoratori più poveri essere anche quelli che hanno perso con più frequenza il lavoro e che sono al contempo più a rischio perché usano di più i servizi di trasporto pubblico o svolgono mansioni a contatto con i clienti – o in ambienti chiusi come le cucine. Pochi dati: il 39% delle persone che guadagnano meno di 40.000 dollari l’anno e che a febbraio avevano un lavoro, lo ha perso. Più cresce il reddito e più cala il tasso di disoccupazione, al 13% per chi guadagna più di 100.000 dollari – i dati sono relativi alle prime settimane di aprile, data a cui risale l’indagine della Federal Reserve da cui sono tratti. Gli ispanici, che chiunque sia stato negli Stati Uniti sa essere la colonna portante del settore dell’ospitalità, sono i più colpiti e hanno superato gli afroamericani per tasso di disoccupazione (18,9% contro 16,7%).

 

Per queste persone perdere il lavoro significa anche perdere l’assicurazione sanitaria, che fortunatamente viene in maniera sussidiaria garantita da Medicaid, l’assicurazione pubblica per i più poveri la cui portata è stata ampliata nel 2014 per includere persone e famiglie con redditi bassi ma sopra la soglia di povertà. In 14 Stati questa espansione pare però non sia stata implementata, tra questi Texas, Georgia e Florida, che sono tra quelli dove il numero di persone senza copertura medica è più alto nel Paese. Un problema simile vale e valeva per tutti i lavoratori dipendenti de iure o de facto dalle piattaforme come Uber, Lyft ecc. Costoro non godono neppure di qualche forma di congedo per malattia – sebbene alcuni Stati abbiano approvato leggi locali in materia e le abbiano estese anche ai cosiddetti gig workers. È difficile sapere esattamente di quante persone si tratti, ma sono diversi milioni e secondo alcune stime autorevoli un lavoratore americano su dieci ha come fonte primaria di reddito un lavoro non tradizionale ‒ interinale, a chiamata, a contratto e freelance.

 

Insomma, il mondo è crollato sotto i piedi di decine di milioni di persone che normalmente si barcamenano in un sistema duro e competitivo come quello americano e che in questa situazione non sanno più come cavarsela. Alcune analisi sui benefici delle risorse pubbliche investite in queste settimane indicano poi che la quantità di sussidi di disoccupazione pagati non corrisponde al numero di persone che hanno perso il lavoro.

 

Chi ha perso il lavoro e riesce a farlo si sta rifugiando proprio negli interstizi dell’economia dei servizi che consente attraverso una app di fare la spesa, farsi portare del cibo, comprare qualsiasi merce o essere trasportati. Target Shipt, Amazon, Uber Eats, DoorDash, Instacart e altre app per fare la spesa o farsi recapitare la cena hanno assunto decine di migliaia di lavoratori. Ma gli ex lavoratori dell’economia della ristorazione guadagnano così meno di prima e, per via della concorrenza e dell’assegnazione del lavoro fatta in automatico dai software, a volte si trovano a non guadagnare affatto. Chi faceva prima questo lavoro, d’altro canto, si trova a dover dividere le chiamate con le decine di migliaia di nuovi arrivati.

Se si esclude il momento in cui avviene la consegna o quando si entra ed esce da un’auto Uber o Lyft, è come se questi milioni di persone non esistessero. Per questo probabilmente i datori di lavoro possono permettersi di non garantire loro nessuna protezione o sicurezza. Eppure, come abbiamo scoperto un po’ ovunque nelle economie avanzate del pianeta, si tratta di mansioni divenute indispensabili per il buon funzionamento del sistema. E se la transizione agli acquisti on-line si consoliderà, lo saranno ancora di più.

 

In queste settimane, su AtlanteUSA2020 e nella nostra newsletter abbiamo più volte parlato dell’accelerazione dei mutamenti in corso. Il Coronavirus e la recessione che ne seguirà renderanno più rapidi alcuni processi più che determinare cambiamenti, almeno nel breve termine. L’accelerazione sta anche facendo emergere una discussione ampia su cosa e come occorra cambiare nelle tutele del lavoro. La leader del sindacato dei servizi SEIU (Service Employees International Union), Mary Kay Henry, ricorda al Financial Times l’importanza di approvare una legge federale che preveda la malattia pagata. E diversi gruppi di lavoratori, da quelli della sanità fino agli impiegati dei supermercati e delle consegne hanno, in questi mesi, scioperato o protestato per ottenere condizioni di sicurezza minime – che spesso mancavano, come segnala ad esempio questo post di una ricercatrice della Brookings Institution – o almeno il riconoscimento che il loro, fino a quando l’epidemia non sarà un ricordo, è un lavoro pericoloso e merita un supplemento di paga. Le storie di conducenti di metropolitana, di autobus o di commessi morti in questi mesi in America sono molte, troppe.

 

Per una decina di anni circa l’America e il mondo si sono adagiati sull’idea che quella che per breve tempo si è chiamata sharing economy non dovesse essere regolata secondo i criteri del resto dell’economia. La crisi attuale ha definitivamente gettato una nuova luce su questo mondo e negli Stati Uniti questa presa di consapevolezza è più avanzata che altrove perché più diffusa è l’economia delle piattaforme. Persino un Congresso diviso e polarizzato ‒ e in un anno elettorale – ha in qualche modo affrontato il problema. Senza purtroppo risolverlo. I legislatori che sostengono che occorra estendere alcuni diritti ai cosiddetti contractors (qui si chiamerebbero precari, ma si tratta di una definizione meno neutra) sono in aumento, come del resto anche in Italia, e i trasferimenti di denaro da parte federale sono stati estesi anche a loro. «Dobbiamo pensare in modo più ampio al modo in cui affrontiamo la disuguaglianza. Dobbiamo premiare meglio il contributo sociale ed economico del lavoro svolto dalla maggior parte degli americani, che non hanno una laurea. E dobbiamo fare i conti con gli aspetti moralmente corrosivi della meritocrazia» ha scritto il filosofo della politica Michael J. Sandel sul New York Times. In America, insomma, sembra esserci un certo consenso sul fatto che per avere un sistema stabile è meglio avere un’economia capace di includere di più. Il Coronavirus ha aumentato questa consapevolezza. Che questo produca degli effetti a livello federale, naturalmente, non è affatto detto.

 

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Immagine: Un addetto alle consegne per DoorDash nel quartiere Chelsea di New York, Stati Uniti (13 marzo 2020). Crediti: rblfmr / Shutterstock.com

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