04 settembre 2013

Gli Stati Uniti non si fidano del Pakistan

di Barbara Vaccani

Il governo degli Stati Uniti prevede per il 2013 di destinare ai propri servizi segreti un budget di 52,6 miliardi di dollari. Nonostante il costante aumento di risorse che le amministrazioni statunitensi hanno destinato alle attività di intelligence dal 2001 ad oggi, il mastodontico impianto di sorveglianza statunitense riconosce di non avere informazioni sufficienti su alcuni dei paesi e dei soggetti internazionali sotto osservazione. Tra questi ci sarebbe il Pakistan, formalmente un alleato degli Stati Uniti, impegnato soprattutto sul fronte della lotta al terrorismo.

Le informazioni sul ‘black budget’ sono state rivelate il 29 agosto da un’inchiesta del Washington Post grazie ad un documento ottenuto da Edward Snowden, l’ex collaboratore della National Security Agency che ha rivelato l’esistenza di Prism, il programma di spionaggio su larga scala diretto a cittadini non americani. Il documento sul budget destinato al National Intelligence Program si compone di 178 pagine e descrive nel dettaglio come vengono utilizzati i fondi dalle 16 agenzie che compongono il programma, tra cui ci sono, per esempio, Cia e Nsa.

Nel documento il Pakistan riceve particolare attenzione perché i servizi segreti statunitensi non sarebbero riusciti ad avere conferma dell’affidabilità degli alleati pakistani nella lotta al terrorismo e nella protezione del proprio arsenale nucleare e dei laboratori chimici di interesse nazionale presenti nel paese. Sempre nel bilancio di previsione per i servizi segreti dell’anno 2013 si legge che “una delle lacune più preoccupanti dell’intelligence comprende la conoscenza della sicurezza del programma nucleare del Pakistan, dati l’instabilità politica, la minaccia terroristica e l’ampliamento dell’arsenale nucleare del paese”.

Il bilancio di previsione rilasciato dal Washington Post non specifica la quantità di denaro destinata allo spionaggio di ogni singolo paese, ma nel caso del Pakistan viene annunciata l’intenzione di voler destinare più risorse, umane e finanziarie, per colmare i vuoti di informazioni sul paese ritenuti sensibili ai fini della sicurezza degli Stati Uniti. Il Pakistan è anche al centro di due dei cinque obiettivi del programma di intelligence statunitense. I cinque obiettivi includono aggiornare il governo circa eventi critici per la sicurezza degli Stati Uniti, lotta al terrorismo, lotta alla diffusione di armi chimiche e batteriologiche, sicurezza e controllo del web, controspionaggio. Il Pakistan compare nella lotta al terrorismo e alla diffusione delle armi chimiche e batteriologiche, categorie che da sole rappresentano più della metà del budget totale destinato all’intelligence.

Il Pakistan è un paese instabile: il governo deve far fronte alla frammentazione etnica e religiosa che sfocia spesso in violenti conflitti e alle infiltrazioni terroristiche provenienti dal vicino Afghanistan. Dopo l’attacco statunitense del 2001 al regime fondamentalista dei taliban in Afghanistan, parte dei militanti fuggirono in Pakistan e continuarono ad operare da lì. Formalmente Pakistan e Stati Uniti sono alleati nella lotta al terrorismo, tanto che buona parte dei rifornimenti destinati alle truppe statunitensi in Afghanistan passa dal Pakistan. Sempre su suolo pakistano vengono compiute le operazioni dei droni, aerei senza pilota comandati a distanza, che hanno come obiettivo l’uccisione di terroristi e militanti del fondamentalismo islamico (anche se l’uso dei droni è spesso motivo di polemica fra i due governi a causa dei danni collaterali degli attacchi).

L’affidabilità del Pakistan nella lotta al terrorismo, e la conseguente alleanza con gli Stati Uniti, è però minata dal sospetto che esercito e servizi segreti pakistani facciano in realtà un doppio gioco. Da un lato sarebbero impegnati nella lotta al terrorismo, a fianco degli Stati Uniti (che, secondo il Washington Post, negli ultimi 12 anni hanno donato 26 miliardi di dollari in aiuti al Pakistan), dall’altro manterrebbero contatti con i militanti taliban per assicurarsi controllo e influenza in Afghanistan.

Un evento chiave, nel calo di fiducia degli Stati Uniti nei confronti del Pakistan, sarebbe stato la presenza di Osama bin Laden sul suolo pakistano. Il fatto che le autorità pakistane non sapessero, o non abbiano condiviso l’informazione con gli Stati Uniti ha dato modo di pensare al governo statunitense che il governo pakistano non sia in grado di sorvegliare quanto succede entro i confini del paese e di valutare e arginare l’infiltrazione terroristica.

La preoccupazione dei servizi segreti statunitensi, quindi, non riguarda l’uso che il Pakistan potrebbe fare del proprio arsenale nucleare. Gli Stati Uniti non si fidano della sorveglianza delle autorità pakistane su laboratori e tecnologie nucleare e temono che queste possano subire un attacco terroristico o essere rubate. Lo stesso discorso vale per i laboratori chimici governativi: non vi è il sospetto che il Pakistan stia sviluppando pericolosi programmi di armi chimiche o batteriologiche, ma piuttosto il timore che materiali utili per la costruzione di questi armamenti possano essere facilmente reperiti da parti terze nei laboratori militari pakistani.

Un’altra preoccupazione che i servizi segreti statunitensi vorrebbero placare aumentando le operazioni di intelligence in Pakistan è quella di una massiccia infiltrazione di militanti del fondamentalismo islamico nei ranghi dell’esercito e dei servizi segreti pakistani. I rischi di infiltrazioni di tale tipo sono quelli di un attacco terrorista dall’interno o del contrabbando di materiale e tecnologia militare.

Il Ministero degli esteri pakistano non è entrato nel merito delle informazioni contenute nel documento sul ‘black budget’, ma si è limitato a rilasciare una dichiarazione in cui assicura l’assoluta sicurezza dei propri siti nucleari e il proprio impegno nel disarmo e non proliferazione nucleare.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali 


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