19 aprile 2019

Gli attori esterni nella guerra in Libia

di Michela Mercuri

Dopo l’ultimo vertice sulla Libia ‒ la conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre scorsi ‒ sembravano essere stati realizzati alcuni passi avanti nel dialogo politico per la “stabilizzazione” del Paese: una road map che prevedeva un percorso istituzionale per condurre a elezioni e una maggiore collaborazione tra le parti anche in tema di sicurezza. Il percorso appariva ormai tracciato. Eppure la Libia ci insegna che le cose possono mutare con una rapidità spesso sconosciuta alla storia. Lo scenario interno, infatti, ha subìto un repentino deterioramento nelle ultime settimane. Il generale Khalifa Haftar, forte del suo Esercito nazionale libico, è avanzato verso il Sud del Paese, in cui è riuscito a conquistare porzioni di territorio, anche grazie all’appoggio di alcune tribù locali, e poi si è diretto verso Tripoli. Quella che sembrava essere una “prova di forza” in vista della conferenza di Ghadames, che si sarebbe dovuta svolgere dal 14 al 16 aprile, si è presto trasformata in una guerra a “bassa intensità” tra le milizie di Haftar e quelle di Misurata che si sono unite a quelle di al-Sarraj in difesa della capitale ma soprattutto della propria autonomia. In poco più di dieci giorni questa escalation di violenze ha causato circa 200 vittime, anche tra i civili, e circa 25.000 sfollati.

Tutto questo non sarebbe potuto accadere senza l’appoggio degli attori esterni che dal 2011, con la loro longa manus, influenzano gli equilibri libici per perseguire i propri interessi nazionali. Per questo è utile capire quale ruolo hanno giocato e potrebbero giocare nelle sorti di questa ennesima guerra per procura.

In primo luogo va valutato il peso degli attori regionali che sponsorizzano, armano e finanziano le diverse compagini in lotta. Haftar può contare sul supporto di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il 27 marzo scorso il generale si è recato a Riyad per colloqui segreti sulle prospettive di “pacificazione” della Libia e, con tutta probabilità, in questa occasione gli storici alleati gli avrebbero dato il nulla osta per l’avanzata su Tripoli, nonché le garanzie finanziarie e militari per portare avanti i suoi disegni. Dall’altra parte Qatar e Turchia sostengono gli attori dell’Ovest, anche in questo caso con armamenti e soldi. È evidente, dunque, come il conflitto abbia assunto sin dall’inizio una dimensione regionale che va ben oltre i meri interessi egemonici, spinta anche da motivazioni religiose. Qatar e Turchia supportano la Fratellanza musulmana tripolina, mentre gli Emirati e soprattutto i sauditi hanno tutto l’interesse a rafforzare i madkhaliti, una corrente di stampo salafita ultraconservatrice considerata da molti al soldo della casa reale dei Saud.

In questo scenario le potenze occidentali paiono quasi spettatori impotenti e, soprattutto, ancora troppo divisi per poter tentare di condurre le parti in causa a più miti consigli.

La Francia, storica alleata di Haftar, ha avuto sin qui un ruolo piuttosto ambiguo. Se da un lato sembra quasi assodata la collaborazione dell’Eliseo per l’avanzata di Haftar, visto che recentemente un gruppo di agenti dell’intelligence francese in uscita dalla Libia è stato bloccato alla frontiera con la Tunisia, dall’altro la presa di posizione di Macron rischia di essere controproducente. Con una guerra civile in corso, che secondo molti potrebbe protrarsi per molto tempo e non garantire la vittoria di Haftar, la Francia rischia di perdere il suo alleato di ferro. Il generale, infatti, aveva fin qui giustificato la sua azione presentandosi come il “salvatore della patria” per fare perno su una popolazione stanca del caos e dello strapotere delle milizie e sull’incapacità di al-Sarraj di controllarle. Portando avanti un’avanzata così aggressiva, però, il “federmaresciallo” rischia di perdere il consenso di una parte dei cittadini ‒ che stanno manifestando nella capitale contro Haftar ma anche contro i francesi ‒ e di alcune delle milizie che fin qui lo hanno appoggiato. Se il generale perdesse parte del potere e del controllo del territorio la Francia perderebbe posizioni in Libia, viceversa accrescerebbe la sua egemonia nell’area. Solo con il tempo, dunque, si potrà dare un giudizio definitivo sulla scelta di Macron.

Dall’altra parte “della barricata” c’è l’Italia. Il governo, dopo un iniziale momento di impasse, ha dato vita a un “gabinetto di crisi per la Libia”. Il premier Conte ha incontrato di recente il vicepremier e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulraham al-Thani e l’uomo forte di Misurata, il vicepremier libico Ahmed Maitig, rafforzando, dunque, il suo supporto a Tripoli. Italia e Francia, in sintesi, sembrano ancora correre su binari opposti.

Non resta ora che capire quale peso hanno nella vicenda le due “superpotenze”: Stati Uniti e Russia. Trump, che è stato uno dei principali alleati dell’Italia per la realizzazione della conferenza sulla Libia, sembra volersi distaccare da Roma. L’Italia ha firmato un memorandum d’intesa con la Cina, ha posizioni divergenti rispetto a quelle americane sulle sanzioni alla Russia e sul destino di Maduro, e questo infastidisce non poco il tycoon americano. Di contro, va ricordato il peso che gli Stati Uniti attribuiscono alla partnership con i sauditi. Riyad è tra gli alleati e finanziatori di Haftar e tra quelli che lo hanno aiutato in questa avanzata. Non è da escludere che, per mantenere le vitali relazioni economiche con i sauditi, Trump possa aver chiuso più di un occhio sulle minacce del generale.

D’altra parte i russi hanno mantenuto fin qui una posizione piuttosto vaga. In ballo ci sono gli interessi in comune con la Turchia: la fornitura ad Ankara dei missili russi S-400 e il gasdotto South Stream. Da questo punto di vista, il recente incontro tra Putin ed Erdoğan, che sostiene Tripoli e dunque gli avversari dei russi, potrebbe placare gli animi? Difficile dirlo, molto più facile, invece, constatare che sulla Libia manca, di nuovo, una linea comune che potrebbe permettere – quantomeno ‒ la riapertura di un dialogo tra le parti mediato dagli attori internazionali. Tutti sembrano più interessati ad assicurarsi l’appoggio di leader locali che a progettare insieme un percorso per la stabilizzazione, parola che oramai, purtroppo, è divenuta un mantra vuoto di significato.

 

Immagine: Tripoli, Libia. Crediti: rm / shutterstock.com

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