27 settembre 2017

Gli echi brussellesi delle elezioni tedesche

di Nicolò Carboni

Angela Merkel non l’aveva immaginata così la sua, forse, ultima notte elettorale. Con la CDU/CSU accreditata attorno al 40% e la possibilità concreta di avere una maggioranza nero/giallo che scaricasse all’opposizione l’ormai logora SPD, la cancelliera sperava in un quarto mandato agevole, almeno sul fronte della politica interna.

Le urne, però, ci hanno insegnato che ormai i risultati possono essere più che imprevedibili, anche nella stabilissima e serissima Germania. A fronte del tracollo, atteso, della SPD di Martin Schulz (per trovare una socialdemocrazia tedesca in condizioni peggiori dobbiamo tornare al 1933, l’anno della vittoria di Adolf Hitler) pure l’unione CDU/CSU si è risvegliata con otto punti percentuali in meno rispetto al risultato del 2013 e, soprattutto, con il partito populista di estrema destra AfD (Alternative für Deutschland) che porta al Bundestag circa novanta deputati e il 13% dei consensi totali.

Nelle prossime settimane Angela Merkel dovrà costruire un’inedita coalizione a tre (forse addirittura a quattro se, come sostengono alcune indiscrezioni, la CSU comporrà un gruppo parlamentare autonomo) con il risorto partito liberale ̶ nel 2013 non aveva eletto alcun deputato, oggi ha superato il 10%  ̶  e con quell’eterogenea galassia ecologista riunita sotto il cartello elettorale dei Verdi.

Senza l’SPD, da subito indisponibile alla prosecuzione dell’esperienza di governo, il baricentro del nuovo governo tedesco rischia  ̶  almeno sul fronte economico  ̶  di spostarsi a destra, soprattutto se i liberali otterranno la nomina di un loro dirigente per il potentissimo ruolo di ministro delle Finanze.

L’Unione Europea, che guardava all’appuntamento elettorale tedesco con interesse ma poca apprensione, rischia di subire l’ennesima scossa: Jean-Claude Juncker, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, ha spinto per una maggiore integrazione e, addirittura, per portare nella moneta unica i Paesi che ne sono ancora sprovvisti, mentre il presidente francese Emmanuel Macron intende lanciare a stretto giro una sua proposta per il rafforzamento dell’Eurozona.

Angela Merkel sperava di poter fare quello che le riesce meglio, governare i processi cercando un punto d’equilibrio che mettesse d’accordo le spinte federaliste (guidate da Juncker e, seppur con una declinazione diversa, da Macron e Gentiloni) e i Paesi più scettici, in particolare il sempre spigoloso Gruppo di Visegrád.

Il profilarsi di una coalizione “giamaicana” (dai colori dei tre partiti che la comporranno, il nero della CDU/CSU, il giallo dei liberali e il verde degli ecologisti) costringe però la cancelliera a un approccio che dovrà fare i conti con la realpolitik berlinese: l’FDP (Freie Demokratische Partei), per bocca del suo leader, ha già dichiarato di non vedere con favore un tentativo di rafforzare le finanze dell’Eurozona tramite forme più o meno blande di trasferimenti fiscali dai Paesi “forti” (la Germania) a quelli con deficit problematici (Italia, ma pure la Francia), mentre i Verdi, con tutta probabilità, si concentreranno su temi come la transizione dalle energie fossili alle rinnovabili lasciando la gestione della politica economica e fiscale ai colleghi di maggioranza. Inoltre, e non va per nulla sottovalutato, il partito fratello dei cristiano-democratici, la CSU bavarese, ha subìto un duro ridimensionamento elettorale. Alcuni parlamentari hanno incolpato la politica merkeliana sui migranti e l’accoglienza, nel 2015, di quasi un milione di profughi siriani. L’anno prossimo, come se non bastasse, a Monaco si voterà per rinnovare il parlamento locale e il timore  ̶  diffuso fra i maggiorenti della CSU  ̶  è che il partito, per la prima volta, possa perdere la maggioranza relativa.

Stretta dalla rigidità finanziaria dei liberali e pungolata sul fronte della sicurezza interna dall’alleato bavarese, la signora Merkel sarà con tutta probabilità costretta a contrastare buona parte delle proposte francesi e, di conseguenza, ad adottare una linea molto più intransigente riguardo le concessioni ai Paesi mediterranei. Il rischio per l’Europa è di trovarsi ancora nella situazione del 2009-2013, quando la rigidità tedesca impedì un approccio anticiclico alla crisi dei debiti sovrani.

L’Europa, tuttavia, non è stata un tema cardine della campagna elettorale e, come segnala l’analisi dei flussi fatta dal Financial Times, la principale preoccupazione dei cittadini tedeschi pare essere la sicurezza interna e l’approccio alla questione migratoria (anche se, paradossalmente, AfD ha ottenuto i risultati migliori nei Länder orientali, più poveri ma meno toccati dai problemi dell’integrazione). In ogni caso, però, la relativa debolezza interna di Angela Merkel non è una buona notizia per l’Unione Europea: quando la Germania si ripiega sulle sue questioni interne il “motore” dell’integrazione rallenta fino quasi a incepparsi. L’inizio del ̶ lungo  ̶  addio della “cancelliera del mondo libero” costringerà gli altri attori politici a fare i conti con le proprie responsabilità. Sarà il turno di Emmanuel Macron? O della futura leadership italiana? Solo il tempo saprà dircelo, ma non è detto che l’Unione Europea abbia tanto tempo a disposizione.


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