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16 giugno 2017

Gli eroi di Deir ez-Zor

Nei caffè damasceni dicono che una volta terminata la guerra gireranno un film incentrato su Deir ez-Zor. Gli elementi per farne un “colossal” ci sono tutti. Sperduta nel deserto nord-orientale, separata dal resto del Paese e letteralmente accerchiata dai miliziani di Daesh da quasi tre anni, questa città abitata ormai da solo 100.000 anime è diventata il simbolo della resistenza siriana alla barbarie del terrorismo. È una storia paragonabile, se non più eroica, a quella di Kobane, città che sorge al confine con la Turchia, dove i Curdi, supportati dall’aviazione statunitense, riuscirono a fermare l’avanzata delle bandiere nere; eppure i grandi mezzi d’informazione sembrano essersene dimenticati.

Fra il novembre 2011 e il febbraio 2014 la battaglia di Deir ez-Zor (che a quel tempo aveva ancora 250.000 abitanti) ha vissuto una serie di capovolgimenti di fronte che vedevano da una parte l’esercito siriano e dall’altra una variegata brigata composta da soldati dell’Esercito libero siriano e da miliziani di Jabhat al-Nusra. Per i ribelli controllare la regione e il suo capoluogo voleva dire isolare un intero territorio dal governo centrale di Damasco, ma soprattutto sottrargli le maggiori riserve petrolifere (secondo il Financial Times la produzione di greggio in quest’area dopo lo scoppio della guerra si attesterebbe tra i 34.000 e i 40.000 barili al giorno). Così, nel giugno del 2014, quando Abu Bakr al-Baghdadi proclamò da Mosul la nascita del sedicente Stato islamico, Deir ez-Zor diventò terra imprescindibile di conquista. Da lì è iniziato il più brutale lungo assedio dall’inizio della guerra all’ultima enclave governativa nel deserto siriano.

Da quasi tre anni quella popolazione, perfettamente riconoscibile dalla pelle scurita dal sole, gli occhi color sabbia e dalla kefiah poggiata sul capo, vive sotto i bombardamenti, senza acqua, elettricità e carburante, protetta da un manipolo di soldati che controllano l’unico aeroporto della città. Se cade, cade tutta Deir ez-Zor. Da mesi ormai i voli cargo sono stati sospesi per ragioni di sicurezza e solo gli elicotteri riescono a paracadutare rifornimenti di ogni sorta: viveri, medicinali, armi e munizioni. Anche i soldati feriti vengono portati via dal cielo per poi essere trasferiti negli ospedali militari di Damasco e sostituiti dai combattenti più preparati, spesso volontari, che impazienti attendono la chiamata alle armi. A coordinare tutte le operazioni sul campo c’è un druso di nome Issam Zahr al Din, della 104a brigata paracadutisti della Guardia repubblicana, che è stato convocato proprio nella città assediata a ottobre del 2013 per difendere le ultime postazioni governative dopo la morte del maggior generale Jameh. Col passare dei mesi il “comandante falco” (soprannome che gli è stato dato per via delle foto che lo immortalano con un falco sulla spalla sinistra) è diventato una delle personalità più popolari della Siria, tanto da ricevere la scomunica da uno dei massimi leader della comunità drusa, il libanese Walid Jumblatt, nemico giurato di Bashar Assad, di Hassan Nasrallah e Michel Aoun.

Intorno alla figura di Issam Zahr al Din, uomo sulla cinquantina, in uniforme militare, con la folta barba bianca e gli occhiali da sole, si è creata una vera e propria mitologia. Sui social network e i canali informativi mediorientali viene considerato una “star”. I suoi video da milioni di visualizzazioni e le sue fotografie con altrettanti “mi piace” e condivisioni lo raffigurano costantemente in prima linea a Deir ez-Zor, ferito, lo sguardo rivolto verso il cielo per la preghiera, in azione con il kalashnikov mentre si getta sul nemico o col binocolo mentre impartisce ordini ai suoi uomini. Pluridecorato al valor militare, il druso eretico nato a Tarba, ai confini con il Libano e Israele, è oggi diventato, insieme ai suoi uomini, l’ultima diga capace di respingere i miliziani di Daesh, in fuga da Raqqa, nel deserto siriano.

 

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08 giugno 2017

Verso la liberazione del Siraq

Il caldo torrido e il digiuno dettato dal ramadan non fermeranno la liberazione del “Siraq”. Proprio in queste ore tutti gli eserciti coinvolti sul terreno si stanno muovendo in direzione dell’epicentro dello Stato islamico per cancellarlo una volta per tutte dal Medio Oriente. L’esercito iracheno, impegnato sul fronte orientale, vuole mettere fine all’occupazione di Mosul, dove il 29 giugno 2014 Abu Bakr al Baghdadi proclamò la nascita del Califfato, tanto che secondo alcuni analisti militari l’offensiva potrebbe concludersi già nel giro di poche settimane. Di recente lo stesso comando della polizia federale irachena ha confermato che i jihadisti avrebbero perso l’80% delle loro forze speciali che indossano cinture esplosive, protagonisti degli attacchi suicidi e in passato principali spine nel fianco della Golden Division irachena, che in compenso ha già circondato gli ultimi cinque quartieri, tra cui quello della “città vecchia”, sede della grande moschea Al Nour in cui si sarebbero asserragliati tra i 500 e i 1000 miliziani.

A causa dei frequenti scontri confessionali avvenuti in questi anni in Iraq, fuori da Mosul sono i soldati dell’unità di difesa popolare (PMU) a maggioranza sciita a gestire l’avanzata nel quadro dell’operazione Mohammed Rasool Allah (Mohammed è il profeta di Dio), i quali negli ultimi giorni hanno aperto un varco fino al confine con la Siria liberando i villaggi di Taro, a nord-ovest del distretto di Al-Qahtaniya, lungo la montagna di Sinjar, e di Wadi al Meitar nella parte occidentale del governatorato di Ninive. Il vice-comandante Abu Mahdi al-Mohandes, in accordo col premier Haider Al-Abadi, ha dichiarato che le sue truppe si concentreranno unicamente nel controllo della frontiera siro-irachena per poi spostarsi a Tell Afar, città a maggioranza turcomanna di confessione sunnita, che riveste un forte valore strategico. La sua riconquista permetterebbe di tagliare la principale via di rifornimento e comunicazione tra Siria e Iraq e isolare i gruppi jihadisti impegnati nella lotta contro il governo di Bashar Al-Assad e gli arabo-curdi più a nord. In questi mesi sono persino circolate diverse voci sulla presenza di Abu Bakr al Baghdadi proprio in questa città, che durante il periodo di presenza in Iraq delle forze statunitensi era divenuta la roccaforte di Abu Mussab al Zarqawi, fondatore di al-Qaida nonché ispiratore dello stesso Stato islamico.

Sul fronte occidentale, invece, l’offensiva contro il Califfato si concentra principalmente tra Raqqa e le province di Homs, Palmira e Aleppo. È una partita a scacchi in cui ognuno cerca di ritagliarsi uno spazio vitale in vista di una ricomposizione territoriale. Se da un lato i soldati delle Forze democratiche siriane, l’alleanza arabo-curda appoggiata dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, sono entrate martedì sera nella parte est (quartiere di Mashalab) della “capitale del Terrore” dove sarebbero rimasti soltanto tra i 3 e i 4 mila miliziani, dall’altro l’esercito siriano ha lanciato tre offensive distinte (Arak, Maskanah, Al Tanf) che mirano a riaprire l’autostrada verso Baghdad e a creare un varco in direzione di Deir Ezzor e della stessa Raqqa. Ma è proprio in questo intreccio di operazioni militari che i soldati governativi sono stati fermati dagli Stati Uniti, che a ridosso del confine meridionale giordano-iracheno addestrano da anni delle milizie siriane ribelli in lotta contro Assad. Così, dopo quel primo attacco dell’amministrazione Trump alla base aerea siriana di al-Shayrat, è arrivato nella notte di martedì il secondo raid da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro una colonna che si dirigeva verso le zone controllate ai ribelli. Si tratta dell’ennesimo cortocircuito del Pentagono, che mentre dice di lottare contro il terrorismo nei fatti gli apre una via di fuga verso sud.

In ogni caso, allo Stato islamico rimangono poche settimane e, non potendo difendere tutti i fronti aperti dai suoi nemici della regione, ha deciso di accelerare il processo di esportazione della guerra oltre confine attraverso operazioni terroristiche in tutto il mondo. Dopo i recenti attacchi di Londra e di Parigi, a pagare più caro degli altri sono gli sciiti colpevoli di combattere il jihadismo di confessione sunnita da più tempo e con maggiore efficacia degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei. Una settimana fa sono stati attaccati i quartieri a maggioranza sciita di Baghdad; mercoledì mattina è arrivato il turno della Repubblica islamica dell’Iran. Non accadeva da decenni, ma il consolidamento dell’amicizia tra la famiglia reale dei Saud e Donald Trump sembra aver cambiato radicalmente gli orizzonti. Nessuno, ormai, è più al sicuro.

 

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31 maggio 2017

Trump disegna il “suo” Medio Oriente

Il primo viaggio all’estero di Donald Trump da presidente degli Stati Uniti è terminato. Un test importante per il nuovo inquilino della Casa bianca, un’occasione per ridiscutere impegni e ridefinire alleanze, un momento di confronto sugli obiettivi ma anche di scontro sulle diverse posizioni, talvolta senza riuscire ad arrivare a una sintesi.

L’“appendice europea” del tour di Trump è stata ampiamente approfondita su questo magazine, dai trenta minuti di colloquio in Vaticano con Papa Francesco, al vertice NATO di Bruxelles, in cui il presidente ha richiamato i partner a fornire il loro giusto contributo economico  all’Alleanza, fino al summit dei leader del G7 a Taormina, nel quale sono riemerse ancora una volta tutte le difficoltà di una convergenza su temi cardine come il commercio, la gestione dei flussi migratori e il cambiamento climatico. Prima di arrivare nel Vecchio continente, però, il magnate newyorkese ha fatto tappa in Medio Oriente, diventando peraltro l’unico presidente nella storia degli Stati Uniti ad aver scelto la complicata regione come meta del suo primo viaggio internazionale.

È stata l’Arabia Saudita ad accogliere con tutti gli onori, lo scorso 20 maggio, l’inquilino della Casa bianca. E Trump ha subito mostrato di trovarsi a proprio agio nel lusso dei palazzi di Riyad, riavvicinando Washington alla rigida monarchia sunnita e ricalibrando le scelte di politica estera del suo predecessore Barack Obama. Sul tavolo c’era, innanzitutto, un accordo sulla vendita di armi al ritrovato alleato mediorientale, del valore di 110 miliardi di dollari, da inserire nel più ampio quadro di un’intesa decennale da 350 miliardi: e di questo, Trump non ha potuto che rallegrarsi tornando a rivolgere la sua attenzione all’interno dei confini americani e alle promesse della campagna elettorale, rimarcando come le firme apposte a Riyad garantiranno investimenti negli Stati Uniti e la creazione di posti di lavoro.

Sul piano propriamente internazionale, Trump è poi intervenuto davanti ai rappresentanti di oltre cinquanta Paesi arabi e a maggioranza musulmana in un summit arabo-islamico-americano. Il presidente ha dapprima rammentato le discussioni già avviate con molti degli interlocutori presenti sul rafforzamento delle partnership esistenti e sulla creazione di nuove alleanze, al fine di rafforzare la sicurezza e la stabilità nella regione mediorientale. Di fatto, un riferimento a quell’idea di una “NATO araba” a guida saudita che ha già fatto capolino e che si ricollega al concetto espresso immediatamente prima di una «coalizione di nazioni il cui obiettivo sia quello di cancellare l’estremismo».

Alla minaccia terroristica, il presidente statunitense ha dedicato una parte importante del suo discorso, sottolineando come la vittoria sul terrorismo sia da considerarsi un comune obiettivo, condiviso dalle nazioni musulmane che a causa della violenza del fenomeno hanno finora pagato il prezzo più caro in termini di vite umane. Nelle parole di Trump, la battaglia non può configurarsi come uno scontro di fedi o confessioni religiose, né tanto meno come uno scontro di civiltà, ma è semplicemente la battaglia del bene contro il male, è la contrapposizione tra la barbarie di chi distrugge la vita e le persone di ogni religione che aspirano a difenderla. Quella del presidente è dunque una mano tesa verso l’islam, ma anche la chiamata all’assunzione di un impegno in prima linea contro il terrorismo, perché l’America è pronta a dare una mano, ma le nazioni del Medio Oriente non possono pensare che sarà Washington a «distruggere il nemico per loro».

Dopo questa presa di posizione, elogiata da un repubblicano storico come Newt Gingrich secondo cui mai un presidente aveva così esplicitamente conferito la principale responsabilità della lotta al terrorismo ai Paesi della regione, Trump ha poi osservato che i terroristi potranno essere sconfitti solo se saranno tagliati i loro canali di finanziamento, eliminate le loro basi territoriali e sconfitta la loro ideologia. Qui il presidente ha menzionato esplicitamente l’Iran, principale responsabile – secondo l’inquilino della Casa bianca – dell’instabilità regionale e reo – dall’Iraq, al Libano, allo Yemen – di armare, addestrare e finanziare milizie, gruppi terroristici e forze estremiste.

Rispetto a Obama, che perseguendo la strada diplomatica dell’accordo con l’Iran sul nucleare aveva raffreddato notevolmente i rapporti con le monarchie sunnite del Golfo, la cesura non potrebbe essere più netta. Come però ha osservato Fareed Zakaria in una sua analisi per il Washington Post, la ricostruzione trumpiana lascia a desiderare: certo, osserva il commentatore, l’Iran non è una forza stabilizzatrice del Medio Oriente e sostiene attori politici discutibili, ma il collegamento con Teheran del terrorismo di matrice jihadista appare chiaramente inaccurato, essendo questo spesso alimentato da gruppi come il sedicente Stato islamico o al-Qaida che sono legati al jihadismo sunnita. Da questo punto di vista dunque – rileva Zakaria – le parole di Trump potevano essere rivolte a Riyad più che a Teheran.

La posizione anti-iraniana non è certamente risultata sgradita a Israele, dove il presidente si è peraltro recato direttamente dall’Arabia Saudita senza alcuno scalo, a segnare quasi fisicamente l’esistenza di quella che lo stesso Trump ha definito una «causa comune» tra Tel Aviv e i vicini arabi, ossia il contrasto della minaccia rappresentata da Teheran.

Ovviamente, incontrando sia Netanyahu che Abu Mazin, il presidente non poteva non affrontare il tema del processo di pace israelo-palestinese, ma ancora una volta non è apparso chiaro quale possa essere il percorso da seguire per raggiungere l’obiettivo.

Ora, Trump è di nuovo negli Stati Uniti, dove ad attenderlo c’è il caldo dossier dei rapporti con la Russia. La parentesi europea del primo viaggio presidenziale all’estero non sembra aver soddisfatto gli interlocutori del Vecchio continente, tanto che secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel non sarebbe più possibile fidarsi degli USA. Trump segue la strada di quello che, al momento, ritiene sia innanzitutto l’interesse statunitense. In Medio Oriente, nessun interesse a impartire lezioni di diritti e democrazia alle monarchie sunnite, ma partnership per obiettivi condivisi. E delle sue posizioni a Riyad saranno sicuramente soddisfatti.

 

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12 giugno 2017

Gli attentati terroristici in Iran nel generale caos mediorientale

Attacchi coordinati, a colpire un obiettivo geopolitico assai sensibile come l’Iran. Piani che si intrecciano, da quello interno a quello internazionale, dalla dimensione politica fino a quella ideologica e religiosa, mentre Teheran si scopre vulnerabile. Gli attentati terroristici dello scorso 7 giugno – rivendicati dal sedicente Stato islamico – sono costati la vita a 17 persone, e hanno aggiunto un’ulteriore tessera a un mosaico mediorientale che gronda sempre più sangue. L’attacco in sé non può considerarsi inatteso: che l’Iran fosse – per più motivi – nel mirino dell’IS, è cosa nota, e anzi diversi analisti hanno evidenziato come negli ultimi mesi la propaganda jihadista contro Teheran si fosse ulteriormente consolidata, anche attraverso messaggi in lingua farsi per sollecitare la minoranza sunnita nel Paese da colpire. Non sfugge poi il valore altamente simbolico dei luoghi in cui lo Stato islamico ha deciso di seminare il terrore, dal mausoleo che ospita le spoglie del ‘padre’ della Repubblica islamica, l’ayatollah Khomeini, al Parlamento, che di quella Repubblica è uno dei centri politici e istituzionali di riferimento. I soldati del califfo sono dunque penetrati – e soprattutto sono riusciti ad aprire uno squarcio – nel cuore pulsante della principale potenza sciita, con un’azione che ha colpito tanto lo sciismo quanto la sua declinazione in ‘sistema politico’, incarnata dall’articolato e complesso modello della Repubblica islamica. Sotto questo profilo, dunque, nella galassia jihadista, lo Stato islamico si propone come avanguardia della lotta contro l’apostata Iran, distinguendosi così in maniera netta dal network qaidista: come ha infatti ricordato Giuliano Battiston per Il Manifesto, al-Qaida e Teheran hanno in passato instaurato una informale ‘cooperazione tattica’, evitando vicendevolmente di nuocersi, mentre in un’intervista per il Council on foreign relations Bruce Hoffman, esperto di terrorismo presso la Georgetown University, ha ricordato come copiosi finanziamenti a favore dell’organizzazione terroristica passassero proprio attraverso la Repubblica islamica.

Spostando poi l’analisi sul campo più specificamente geopolitico, emergono in maniera chiara e immediata i punti di scontro tra l’Iran e l’Is: a Damasco, Teheran sostiene apertamente il regime del presidente Bashar al-Assad, e nel teatro di guerra del Siraq – lì dove lo Stato islamico si è incuneato e i porosi confini statali mediorientali paiono quasi annullarsi – gli ayatollah supportano le milizie sciite che sul campo di battaglia si scontrano con le truppe dell’autoproclamato califfo. Sul terreno – tra Mosul e Raqqa – i tempi sono duri per gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, le cui conquiste vanno progressivamente assottigliandosi. Che L’IS possa perdere la propria dimensione ‘proto-statuale’ è dunque un’eventualità piuttosto concreta, alla quale però l’organizzazione terroristica cercherà di ribattere mostrando flessibilità strategica: di qui – citando sempre Bruce Hoffman – la necessità di mantenere attivi i propri santuari dislocati nel mondo, tra Occidente, Medio Oriente, Africa e Asia meridionale, così da poter colpire il nemico e continuare a far sentire la propria presenza.

In concreto e nell’immediato, quali conseguenze potrebbe produrre però l’attentato dell’IS all’Iran? Come si è visto, nella prospettiva jihadista l’attacco sembra rispondere – sotto più aspetti – a una sua precisa logica; dall’altra parte però c’è un attore geopolitico di grandissima rilevanza nello scacchiere regionale a essere ferito, dal quale è lecito attendersi una replica. In questo senso – rilevava Hoffman – non è pertanto improbabile che Teheran rafforzi il proprio sostegno ad Assad in Siria e miri a infliggere ulteriori perdite allo Stato islamico, che comunque ha raggiunto l’obiettivo di dimostrare che anche l’Iran – più volte apparso come una delle realtà più stabili di tutta la regione – può essere colpito. Come tutti gli attentati, anche quello ai luoghi simbolo della Repubblica degli ayatollah porta con sé un elevato potenziale di destabilizzazione, che finisce per produrre i suoi effetti in uno scenario naturalmente infuocato e negli ultimi tempi ancora di più in fibrillazione.

Il 20 maggio scorso, infatti, l’Arabia Saudita ha accolto con tutti gli onori il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nel corso della sua visita ha preso a ‘disegnare’ il suo Medio Oriente e di fatto ‘abbracciato’ la visione della regione che è propria della monarchia dei Saud e dei suoi alleati, in chiave marcatamente anti-iraniana. Nelle parole dell’inquilino della Casa bianca, Teheran è così tornata a essere la principale responsabile dell’instabilità regionale, rea di addestrare e finanziare milizie, gruppi terroristici e forze estremiste. Una posizione che Trump ha sostanzialmente confermato anche nella sua nota sugli attentati nella capitale iraniana, rilevando – dopo aver espresso il suo dolore per le vittime innocenti dell’attacco – che chi sponsorizza il terrorismo rischia di essere vittima del male che promuove.

Dall’altra parte, i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno invece puntato il dito contro Washington e Riyad, rilevando come l’attacco sia appunto avvenuto a poche settimane dal viaggio del presidente USA in Arabia Saudita.

Dunque, instabilità che si somma a instabilità, mentre in funzione anti-iraniana i principali alleati di Riyad hanno isolato il Qatar. Intanto, la Siria continua a essere dilaniata dalla guerra civile e lo Yemen, teatro di una terribile proxy war iraniano-saudita, è messo in ginocchio, oltre che dalle bombe, dalla fame e dal colera.   

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07 giugno 2017

Qatar: la crisi diplomatica che stringe d’assedio Doha

Il Qatar si trova nella peggiore crisi internazionale da quando ha conquistato l’indipendenza. Tutti i Paesi della penisola arabica, con l’eccezione di Kuwait e Oman, oltre ad altri Paesi a maggioranza sunnita quali la Libia orientale sotto il controllo del generale Haftar e le Maldive, hanno sospeso ogni attività diplomatica con Doha. I collegamenti da e verso il Qatar con questi Stati sono stati sospesi, così come è stato chiuso l’unico confine terrestre che il Paese, una penisola, condivide con l’Arabia Saudita. Anche i mezzi d’informazione qatarioti, a cominciare da al-Jazeera, sono stati oscurati. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain hanno dato due settimane di tempo ai cittadini qatarioti residenti sui loro territori per abbandonarli, mentre l’Egitto non ha messo in atto questo tipo di provvedimenti solo «per evitare atti di reciprocità, considerata la nutrita comunità di egiziani presenti in Qatar».

Alla base di queste decisioni l’accusa rivolta al Qatar di finanziare diversi gruppi terroristici islamisti o considerati tali dai suoi vicini, come, ad esempio, i Fratelli musulmani. Al tempo stesso il Qatar, secondo gli accusatori, oltre ad appoggiare il fondamentalismo sunnita sarebbe in accordi con l’Iran e con i gruppi armati sostenuti da Teheran, come Hezbollah o i ribelli Houthi nello Yemen, ragion per cui il governo di quest’ultimo Paese ha deciso di troncare ogni relazione con Doha. Il Bahrain, altro piccolo Stato arabo del Golfo Persico, ha persino accusato Doha di ingerenze interne mirate a destabilizzare il Paese (il Bahrain è stato uno dei pochi Paesi del Golfo interessato da considerevoli manifestazioni di protesta durante le Primavere arabe).

Da diversi anni analisti, media e commentatori internazionali accusano il Qatar di finanziare, neanche troppo velatamente, gruppi terroristici e di farlo attraverso varie modalità: dall’utilizzo del ricchissimo fondo sovrano nazionale fino agli investimenti in Paesi stranieri, quali la Libia o la Francia, considerati da alcuni come un modo per foraggiare terroristi locali. Non era però ancora avvenuto che queste posizioni venissero sposate apertamente da autorità di governo, ed è ancora più sorprendente osservare come i Paesi che hanno puntato il dito contro il Qatar ne siano perlopiù gli alleati storici in funzione anti-iraniana e sotto l’egida degli Stati Uniti. Si tratta di un comportamento sorprendente ma non del tutto inedito, se si considerano gli attriti che già ci furono nel 2014 tra il Qatar e Stati vicini per via dell’appoggio di Doha al governo dei Fratelli musulmani nell’Egitto di Mohammed Mursi, poi deposto dal generale al-Sisi.

A dar fuoco alle polveri questa volta è bastata l’azione di un profilo Twitter, quello dell’agenzia di stampa del governo qatariota, che nell’arco di un paio di ore, mercoledì 24 maggio, ha pubblicato diversi tweet a sostegno dell’Iran, di Hamas (il cui leader, dal 2012 residente in Qatar, ha appena lasciato il Paese) e di Israele. Il governo qatariota ha cancellato i tweet dichiarando che il profilo era stato vittima di un attacco hacker. Sono però diversi i Paesi della regione che non vogliono credere alla versione di Doha e che considerano i tweet autentici oltre che una sorta di ammissione di intenti da parte del Qatar. Da lì è partita l’escalation della tensione che ha portato alla decisione da parte di quei governi di troncare ogni rapporto con il vicino.

Il piccolo Stato affacciato sul Golfo Persico intanto vive giorni di grande inquietudine. La preoccupazione principale è legata alle difficoltà nell’approvvigionamento di cibo, con supermercati presi d’assalto dai cittadini per timore di una possibile carenza di generi alimentari. Il Qatar è un Paese desertico che importa la quasi totalità delle derrate alimentari di cui ha bisogno. Il blocco da parte dei vicini, in particolar modo la chiusura della frontiera terrestre con l’Arabia Saudita, da cui passa una buona parte delle derrate importate, rischia di far cadere il Paese in una seria crisi alimentare. Anche l’economia qatariota sta accusando i colpi della crisi diplomatica in atto, con la borsa in forte contrazione dall’inizio delle tensioni (meno cinque punti nella sola giornata di domenica). Il ministro degli Esteri ha parlato alla nazione invitando all’unità, ma per uno Stato come il Qatar, così fortemente interconnesso con l’estero, la prospettiva dell’isolamento rischia di scatenare il panico tra la popolazione in tempi assai brevi. Per tale ragione Doha ha già chiesto un incontro chiarificatore con l’Arabia Saudita nella speranza di far rientrare la crisi.

Il fatto che il Qatar sia stato accusato di sostenere al contempo il fondamentalismo sunnita dell’Is e di al-Qaida, l’Iran e le compagini armate collegate a Teheran quali Hezbollah e Hamas e, addirittura, Israele, tre soggetti impegnati a combattersi da anni, può fornire una possibile indicazione delle reali motivazioni che sono alla base del blocco imposto dai Paesi vicini, capeggiati dall’Arabia Saudita. Riyad, forte dell’accordo commerciale da più 100 miliardi di dollari per forniture militari sottoscritto con gli Stati Uniti durante la visita di Trump, non vede di buon occhio la politica estera spregiudicata di Doha. Si tratterebbe, perciò, di un’azione messa in atto per riportare nei ranghi il Qatar. Da parte qatariota, essa viene invece percepita come un tentativo da parte dei sauditi di colpire la propria autonomia.

Al desiderio di egemonia dell’Arabia Saudita si aggiunge l’emergere delle rivalità tra i piccoli Paesi arabi del Golfo, che con l’aumentare della prosperità economica sentono sempre di meno la necessità di far fronte comune contro le minacce esterne. Gli Emirati Arabi Uniti in particolar modo, in feroce concorrenza con i qatarioti su molti scenari dell’economia internazionale, sembrano decisi a sfruttare la crisi attuale per ridimensionare i rivali. Alcuni media internazionali, tra cui l'Huffington Post, hanno pubblicato alcune mail leakate tra l’ambasciatore emiratino negli Stati Uniti, Yousef al Oitaba, e diversi esponenti politici e analisti internazionali di primo piano americani. Dal contenuto delle mail si intuisce come dal 2014 gli Emirati Arabi Uniti stiano cercando di screditare il Qatar agli occhi di Washington.

L’opera dell’ambasciatore emiratino negli USA, soprattutto tra gli ambienti più conservatori, potrebbe aver dato i frutti sperati. Dagli Stati Uniti, infatti, arriva una presa di posizione molto forte sulla questione qatariota. Su Twitter Donald Trump ha salutato l’isolamento del Qatar come «l’inizio della fine del terrorismo». Resta da vedere se queste dichiarazioni siano una rivendicazione da parte americana per aver orchestrato l’azione contro Doha o il tentativo di rincorsa sulle azioni di alleati per mostrare alla comunità internazionale che è sempre Washington a tirare le fila della coalizione sunnita in Medio Oriente.

Intenzionale o meno, di sicuro il blocco subito dal Qatar è la prima grande conseguenza della recente visita di Trump nella regione, che sembra aver portato a una divisione interna nel “fronte sunnita” a guida americana, con alcuni Paesi che hanno intensificato il legame con gli Stati Uniti, come Egitto e Arabia Saudita, e altri che sembrano esser stati messi ai margini, come la Turchia e, per l’appunto, il Qatar.

Gli scenari sono ancora in divenire, ma è possibile che questa divisione tra le potenze sunnite del Medio Oriente possa diventare definitiva e che un avvicinamento tra il governo di Erdoǧan e il Qatar, già vicini su molte questioni internazionali (a cominciare dal sostegno ai Fratelli musulmani), possa portare alla formazione di una seconda coalizione sunnita nell’area, contrapposta sia all’Iran, sia agli ex alleati guidati da Arabia Saudita e Stati Uniti.

 

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