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09 novembre 2017

Gli sviluppi del caso Russiagate

Paul Manafort, Rick Gates, George Papadopoulos: è attorno a questi 3 nomi che ruotano le recenti evoluzioni sul caso delle possibili interferenze russe nel processo elettorale statunitense del 2016; questione di cui si sta occupando – con un mandato che gli conferisce ampi poteri – il procuratore speciale Robert Mueller. Manafort – che fino all’agosto del 2016 è stato al vertice della campagna elettorale di Trump – e il suo braccio destro Gates hanno deciso di consegnarsi spontaneamente alle autorità: su di loro, pendono 12 capi d’imputazione, tra cui quelli di cospirazione, riciclaggio di denaro e frode fiscale.

Sotto la lente d’ingrandimento, le loro attività di consulenti politici e lobbisti, in particolar modo nel periodo compreso tra il 2006 e il 2015: in tale lasso di tempo, Manafort e Gates avrebbero infatti operato – si legge nell’atto di accusa – come «agenti non registrati del governo ucraino», lavorando peraltro per il Partito delle Regioni dell’ex presidente filorusso Viktor Janukovič, deposto nel febbraio del 2014 dopo l’ondata di proteste a Kiev. Nello svolgimento delle loro attività, essi avrebbero conseguito guadagni per decine di milioni di dollari, nascondendoli alle autorità di Washington attraverso un complesso sistema di società, partnership e conti in banca statunitensi e stranieri. Le risorse sarebbero poi confluite su conti offshore e società registrate in Paesi come Cipro, Saint Vincent e Grenadine e le Seychelles, nonostante Manafort e Gates abbiano sempre negato di possedere conti in banca all’estero. Ancora – rileva l’atto d’accusa – i due avrebbero nascosto agli Stati Uniti il loro lavoro come agenti dell’Ucraina, di alcuni suoi partiti e leader politici; inoltre, avendo effettuato attività di lobbying sulle autorità statunitensi per conto dello Stato dell’Europa orientale, essi avrebbero per legge dovuto trasmettere a Washington le informazioni relative alla loro attività e ai compensi percepiti. Eppure, anche quando nel 2016 il dipartimento di Giustizia ha formulato le sue richieste a Manafort e Gates riguardo il loro lavoro, le riposte sono state false e ingannevoli. Entrambi sono agli arresti domiciliari, si proclamano innocenti e rischiano pesanti condanne.

Dal punto di vista investigativo, il caso appare evidentemente estraneo ai fatti concernenti il Russiagate ed è questo che attraverso il suo account Twitter ha voluto evidenziare il presidente Trump, rilevando come i fatti contestati risalgano al passato e non siano in alcun modo collegati al periodo in cui Manafort è stato parte del team della campagna presidenziale. Messaggio immediatamente rilanciato dalla portavoce della Casa bianca Sarah Huckabee Sanders, secondo cui le novità annunciate non avrebbero nulla a che vedere con il presidente e con la sua campagna elettorale, né cambierebbero nulla in merito all’assenza di prove su una presunta collusione fra Trump e la Russia.

Il terzo nome – accanto a quelli di Manafort e Gates – che ha animato le cronache del 30 ottobre è quello di George Papadopoulos, che del candidato repubblicano è stato consulente di politica estera. In questo caso invece, la vicenda è pienamente inserita nel Russiagate: il 5 ottobre, Papadopoulos si è infatti dichiarato colpevole di aver mentito all’FBI circa i suoi contatti con personalità straniere che sapeva essere collegate alle autorità russe. Il consulente ha dunque deciso di collaborare e ha raggiunto un accordo con le autorità.

In base a quanto riportato, dopo essere venuto a conoscenza della sua partecipazione alla campagna del candidato repubblicano come consulente, un professore con contatti con Mosca avrebbe informato Papadopoulos – nell’aprile del 2016 – dell’esistenza di materiale compromettente su Hillary Clinton in possesso della Russia, raccolto in migliaia di e-mail. Tutto questo ben prima che la questione diventasse di pubblico dominio. Già prima di essere informato dell’esistenza di tale materiale, Papadopoulos si era comunque messo al lavoro: entrato in contatto grazie al professore con una personalità legata al ministero degli Affari esteri russo, il consulente avrebbe sin da subito cercato di creare le condizioni per un incontro fra il team di Trump e le autorità russe, riportando alla squadra del candidato repubblicano tutto l’interesse mostrato da Mosca in proposito. I documenti certificano però come i vertici della campagna presidenziale fossero contrari a una partecipazione diretta di Trump all’incontro: meglio inviare rappresentanti di più basso profilo, così da non lanciare alcun tipo di segnale. Per parte sua il professore, identificato come il maltese Joseph Mifsud, ha negato di aver mai parlato di contenuti ‘compromettenti’, sostenendo che Papadopoulos avrebbe detto il falso.

Anche su tale questione – che ricalca la vicenda dei noti contatti tra Donald Trump jr. e Rob Goldstone e il successivo incontro con un’avvocatessa russa circa la disponibilità di materiale sensibile sulla Clinton – il presidente ha minimizzato, sottolineando come Papadopoulos fosse un volontario di scarsa rilevanza nella sua campagna e invitando a puntare i riflettori sulla vera importante notizia di questi giorni, ossia la decisione di Tony Podesta – fratello di John alla guida della campagna presidenziale della Clinton – di lasciare la sua società di lobbying. Anche la società di Podesta sarebbe infatti finita nelle indagini di Mueller, per aver collaborato – assieme a Manafort – a una campagna per promuovere l’immagine dell’Ucraina negli Stati Uniti.

L’impressione è che le prossime settimane offriranno ulteriori sviluppi. Per il momento, non sembrano esserci implicazioni per Trump, ma siamo solo agli inizi.

Secondo gli esperti, non è infatti improbabile che le prime tessere possano essere utili a dare forma a questo complesso puzzle: fornendo informazioni importanti al procuratore speciale Mueller per proseguire con il suo lavoro. E in questo caso, non possono escludersi grattacapi – soprattutto politici – per l’inquilino della Casa bianca.