27 maggio 2019

Gran Bretagna, il terremoto elettorale che premia Farage

di Domenico Cerabona

Un terremoto ha sconvolto la politica britannica. E non stiamo parlando della, seppur clamorosa, decisione di Theresa May di dimettersi dalla guida del Partito conservatore e, dunque, da primo ministro. Le dimissioni diventeranno effettive dal 7 giugno.

No, il terremoto elettorale è avvenuto nelle urne giovedì 23 maggio quando i due principali partiti britannici hanno subito una sconfitta storica. I Tories vengono clamorosamente relegati al quinto posto, con un misero 9%, sorpassati addirittura dai Verdi, assestatisi al 12%.

Solo terzi i laburisti di Jeremy Corbyn, che si devono accontentare del 14%, superati di 6 punti dai LibDem che conquistano un sorprendente 20% dei voti.

Vincitore indiscusso delle elezioni è il Brexit Party di Nigel Farage che conferma le previsioni conquistando quasi il 32% dei voti britannici.

Le urne puniscono il partito di governo evidentemente colpevole agli occhi dell’elettorato di non aver concluso il percorso di uscita dall’Unione Europea a ormai tre anni dal referendum promosso proprio dal Partito conservatore all’epoca guidato da David Cameron. Nei prossimi giorni, c’è da scommetterlo, la corsa per la successione di Theresa May si accenderà proprio su questo argomento. Tutti i candidati faranno certamente a gara nel promettere una Brexit quanto più rapida possibile, con Boris Johnson, leader assoluto dei Brexiteers conservatori che, a questo punto, pare il favorito naturale. Una partita che però potrebbe essere meno scontata del previsto perché la corsa alla leadership passa innanzitutto tra accordi di potere all’interno del gruppo parlamentare conservatore che, come già dimostrato nel 2016 quando elesse a sorpresa May, non risponde a logiche di popolarità pubblica quanto più a quelle dei vecchi e mai fuori moda accordi a porte chiuse.

Paradossalmente più complicata la posizione del Partito laburista che, fino a questo momento, era riuscito a barcamenarsi sull’argomento Brexit, non schierandosi apertamente né a favore né contro. L’alleanza elettorale laburista, infatti, era molto fragile e si basava grosso modo su metà elettorato, quello nelle zone rurali soprattutto del Nord, a favore della Brexit e metà ferocemente contrario, composto da elettori residenti nelle grandi città e soprattutto a Londra.

In questa tornata elettorale tale alleanza elettorale è saltata, con risultati anche sorprendenti. Due esempi su tutti: nel feudo laburista londinese (e personale di Corbyn) di Islington i LibDem diventano il primo partito. In un altro storico seggio “rosso”, questa volta nel Nord, Bolsover, stravince il Brexit Party. È forse superfluo evidenziare come in occasione del referendum a Islington avesse vinto il remain, mentre a Bolsover il leave.

Se dunque è piuttosto facile prevedere quale sarà la strada che da domani verrà percorsa dai conservatori, è più difficile prevedere quali siano le soluzioni a disposizione del Labour, che, se dovesse decidere di schierarsi nettamente contro la Brexit, rischierebbe di alienarsi intere fasce del proprio elettorato storico nei territori del Nord, così come – pare del tutto evidente – al momento pare essere stato abbandonato dal proprio elettorato cittadino e giovanile dei grandi centri urbani.

Sul piano più generale bisognerà poi valutare quali saranno i nuovi equilibri al Parlamento europeo e nella nuova Commissione per capire se e come cambieranno le strategie negoziali dell’Unione nei confronti del prossimo governo britannico.

Insomma, sembra che ancora una volta – come in un bizzarro gioco dell’oca – la vicenda Brexit riparta da zero. O quasi.

 

Immagine: Nigel Farage (28 giugno 2016). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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