22 gennaio 2019

Hallyu, la cultura pop globale della nuova Corea del Sud

Quando si parla di Corea del Sud, solitamente il dibattito è monopolizzato dall’annoso confronto con i fratelli settentrionali. Questa prospettiva è pressoché totalizzante, e la percezione che abbiamo della Corea del Sud è quasi definita dalle minacce nucleari che la dinastia Kim ha generosamente elargito nel corso dei decenni. Anche il rapporto con i principali vicini regionali, Repubblica popolare cinese e Giappone, è storicamente altalenante e incanalato in un sistema di dialogo-confronto che ha sì permesso un’imperiosa crescita nei rapporti economici, ma non ha portato in dote una vera e propria normalizzazione politica e diplomatica.

Ma non è questo il biglietto da visita che Seoul vuole presentare al mondo, e non deve essere identificata come il Paese che resiste sotto l’oppressione di un’atomica spada di Damocle. In questo senso, lo sforzo diplomatico ha spesso bisogno di una spinta dal basso per essere più incisivo e contribuire attivamente al benessere del Paese. La spinta che serviva al governo sudcoreano si è presentata sotto forma di Korean Wave (Hallyu), un fenomeno socio-culturale che ha permesso alla Corea del Sud di diventare uno degli epicentri della cultura pop a livello mondiale.

In che modo la Corea del Sud è riuscita a trasformare la sua cultura in un bene da esportazione? I grandi cambiamenti e sommovimenti portati in dote dagli anni Novanta, in primis l’apertura democratica e la crisi finanziaria del 1997, contribuirono in maniera decisiva a plasmare questa tendenza. In questi anni i principali prodotti d’esportazione erano due: le Korean Dramas (K-Drama) e il Korean Pop (K-Pop). Con il passare del tempo, complice anche la furiosa modernizzazione tecnologica e telematica, ai due apripista si sono aggiunti diversi altri settori, tra cui l’industria culinaria (la Corea del Sud è famosa per il suo street food), l’industria cosmetica e l’industria della moda e del fashion. In questo senso, e grazie all’esplosione di piattaforme come YouTube e Facebook, si può parlare di una progressiva internazionalizzazione dell’hallyu che ha permesso alla Corea del Sud di presentarsi al mondo in una veste completamente diversa rispetto al passato.

Ma in che modo l’industria culturale influisce sulle relazioni diplomatiche del Paese? Che ruolo e che potere ha la cultura pop al giorno d’oggi? Prendiamo ad esempio i BTS (acronimo di Bangtan Sonyeondan, ossia boyscout a prova di proiettile), la più popolare ed influente idol band odierna. Grazie alla loro produzione musicale, unita ad un’estrema attività sui social network, hanno raggiunto un livello di esposizione mediatica globale mai vista per una K-Pop band, superando agevolmente PSY e la sua Gangam Style.

I BTS hanno infranto record su record: sono i primi artisti sudcoreani ad aver raggiunto la vetta della classifica degli album di Billboard, i primi musicisti sudcoreani ad essersi esibiti in uno stadio americano (il Citi Field di New York, ovviamente esaurito), hanno stabilito il record per il video musicale che ha raggiunto più velocemente la soglia di 10 milioni di visualizzazioni (Fake Love in 4 ore e 55 minuti), con 15 milioni di follower hanno l’account Twitter più seguito del Paese. Infine, prima idol band a vincere ai Billboard Music Awards e agli American Music Award. Tali esposizione e influenza mediatiche possono velocemente diventare un importante asset, e sulla scia di questi numerosi riconoscimenti l’Ente coreano per il turismo ha commissionato ai BTS una canzone per promuovere Seoul e il turismo nella capitale. L’attesa è stata tale che, il giorno dell’uscita del video, il sito dell’ente turistico è andato off-line per il numero di tentativi di accesso. A questo video è seguita una serie di brevi cortometraggi (My Seoul Playlist), indirizzati però verso il pubblico straniero.

Grazie anche all’onda lunga del successo dei BTS, la cultura pop sta diventando una sempre più importante fonte di potere. L’industria dell’intrattenimento è in costante ascesa, con sempre più film e produzioni televisive che raggiungono i lidi americani ed europei, trainando turismo, sport e attività culturali.

L’industria del K-Pop è ormai talmente rilevante e globalizzante che, in alcuni casi, è stata coinvolta nelle relazioni regionali, soprattutto prendendo in considerazione il rapporto tra la Corea del Sud e la Cina. In questo contesto, la cultura pop coreana è stata sia pomo della discordia che oggetto di rappresaglia. Alla vigilia delle elezioni taiwanesi del 2016 scoppiò un piccolo caso diplomatico attorno a Chou Tzuyu, idol e membro della K-Pop band Twice. Ospite a My Little Television, famoso format televisivo sudcoreano, la giovanissima idol sollevò una bandierina di Taiwan e si identificò come taiwanese, scatenando la reazione inferocita di fan e internauti cinesi. Di conseguenza le azioni della JYP, grande talent agency coreana che gestisce la band, crollarono inesorabilmente; la Huawei decise di interrompere il contratto di collaborazione con la LG poiché Tzuyu ne era la testimonial; tutti i concerti della band in Cina vennero annullati. Pochi giorni dopo l’incidente la idol, sotto pressioni della JYP, rilasciò un video di scuse per il suo comportamento e ribadì l’adesione al principio dell’unica Cina.

Un altro esempio si verificò sempre nel 2016, quando Corea del Sud e Stati Uniti si accordarono per l’implementazione del famigerato scudo antimissilistico THAAD. In risposta, il governo cinese bloccò l’accesso a tutte le K-Drama e agli album K-Pop presenti nelle piattaforme on-line cinesi, impedì agli artisti coreani di esibirsi nel Paese e cancellò diversi eventi programmati nei mesi successivi. In entrambi i casi, colpire il potere culturale coreano significa essenzialmente colpire l’economia di Seoul, che ha nella Cina uno dei principali partner.

La cultura pop sudcoreana e la sua inarrestabile crescita globale non devono più essere viste semplicemente come una merce, ma come un grezzo strumento politico, che una volta affinato potrebbe dare enormi benefici alla causa di Seoul.

 

Crediti immagine: Korea.net / Korean Culture and Information Service (Photographer name) [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

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