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19 giugno 2017

Helmut Kohl, il tempismo che divenne visione

La scomparsa di Helmut Kohl sembra destinata a segnare profondamente anche i simboli della politica europea. Se le intenzioni manifestate dal presidente della Commissione europea Juncker si concretizzeranno, allora, per la prima volta nella storia, si terrà una cerimonia di Stato europea in memoria di un uomo politico. Strasburgo, sede del Parlamento europeo, dovrebbe essere il luogo politico principale di questa cerimonia. A prescindere dai pochi dettagli attuali si comprende fin d’ora l’inedita portata politica di un simile progetto. Dopo essere stato insignito in vita della cittadinanza onoraria europea – un riconoscimento concesso dal Consiglio europeo solo ad altre due figure politiche, Jacques Delors e Jean Monnet – Kohl sarebbe celebrato, nel momento della sua morte, come vero e proprio statista europeo, immortalato da un funerale di Stato organizzato dall’Unione Europea.

Ma l’UE non è uno Stato e dunque quest’ossimoro rivela un fatto politico interessante. Se quel funerale sarà effettivamente celebrato, gli Stati europei avranno per la prima volta condiviso nella loro precaria unione sovranazionale un altro elemento fondamentale di quel formidabile apparato, materiale e immateriale, che per secoli li ha invece separati. Un apparato che ha definito la vita politica in Europa attorno alla dimensione nazionale e, giocoforza, alle divisioni ch’essa strutturalmente produce proprio a partire da un sistema di simboli particolare ed esclusivo, quello statuale, creato per distinguere e separare gli uni dagli altri.

Sarebbe dunque un atto politico di notevole portata quello auspicato da Juncker, oltre che l’omaggio più appropriato a colui che oggi viene considerato uno statista europeo proprio per aver condotto alla riunificazione una grande potenza europea, contribuendo, da una posizione di comando, a richiudere la più profonda e lacerante delle divisioni in Europa, quella tra Germania orientale e occidentale, simbolo fondamentale della separazione europea tra Est e Ovest. Rinsaldare quella divisione resta ancora un’urgenza dell’integrazione europea e la vicenda di Kohl lascia, dunque, ai posteri un’intera lezione da imparare.

Vi è però, in quella lezione, perlomeno un aspetto che si può subito inquadrare. Il tempismo è stato una virtù politica essenziale di quest’uomo che amava citare Bismarck e si considerava nel solco di Adenauer. Esso consiste tanto nel creare occasioni quanto nel coglierle quando si presentano e Kohl ne fu consapevole: «Cito sempre, per la situazione in cui mi venni a trovare, Otto von Bismarck, perché non trovo immagine migliore: “Quando il mantello di Dio agita la storia, si deve saltare e afferrarlo”». Sebbene fosse in parte volto a impressionare, questo elemento filosofico rifletteva il senso profondo che certi risultati in politica non possono essere assicurati come Bismarck stesso spiegò in un celebre discorso alla dieta della Confederazione tedesca del Nord il 16 aprile 1869. «Immaginare di poter sveltire il trascorrere del tempo mettendo avanti gli orologi è uno sbaglio del quale vorrei darvi avvertimento», disse quel giorno. «Non possiamo fare la storia. Possiamo solo attendere che abbia luogo. Non possiamo ottenere più velocemente un frutto maturo mettendolo sotto una lampada. E se cogliamo un frutto prima che sia maturo, ne impediamo solamente la crescita e lo sciupiamo».

Kohl non fu, dunque, un anticipatore, com’è stato scritto. Non precorse il tempo politico; lo colse. Ma cogliere il momento politico non è solo un fatto d’attesa, bensì di discernimento, come quello invocato proprio dall’altro referente di Kohl – Adenauer – in un discorso al Parlamento di Bonn del 29 aprile 1954: «Vi è un grosso pericolo nel rimandare continuamente la realizzazione dei piani per un’unione europea. Nella storia, certe costellazioni favorevoli non durano all’infinito e solo raramente si ripresentano. Dobbiamo essere consapevoli della gravità di questo momento e mostrarci all’altezza delle sfide, affinché le generazioni future non ci condannino come deboli e irresponsabili. Dobbiamo essere consapevoli che se il processo di unificazione europea fallisse l’esistenza stessa del continente potrebbe vacillare». È qui, nel punto in cui il tempismo diventa visione, che il cancelliere della Repubblica Federale di Germania ha superato il “cancelliere di ferro”, unendo, senza sangue e senza ferro, un continente che si prepara a onorarne le spoglie e, forse, a studiarne la lezione diplomatica. 

 

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29 marzo 2017

L’interesse nazionale riposto nella Dichiarazione di Roma

"Socialismo o barbarie" fu un motto reso celebre nel secolo scorso da Rosa Luxemburg. La rivoluzionaria tedesca voleva con ciò indicare un bivio politico ideale in Europa: o la transizione al socialismo o la regressione alla barbarie. ‘Europeismo o barbarie’ potrebbe essere il motto a sintesi della conferenza di Roma sui sessant’anni dell’Unione Europea. Esso indicherebbe nel nostro secolo un bivio politico reale in Europa: o la transizione all’europeismo o la regressione alla barbarie della guerra, che in tanti considerano inevitabile se l’Unione tornasse sui propri passi. L’europeismo, termine di conio relativamente recente, è la posizione di chi sostiene l’integrazione politica progressiva tra i vari Stati europei come antidoto essenziale a questa temuta possibilità. A prescindere dal resto, la Dichiarazione di Roma, firmata da 27 Stati membri dell’Unione, riguarda, prima di tutto, questo fatto essenziale. Essa significa che la tutela dell’interesse europeo di tutti converge oggi con la tutela dell’interesse nazionale di ciascuno Stato. Si tratta, ognun lo vede, dell’affermazione di una prospettiva politica ambiziosa, volta a sostenere il maggior processo di cooperazione tra Stati mai realizzato sul continente, ciò che chiamiamo Unione Europea. Se è così, nelle intenzioni degli Stati il “sacro egoismo” della difesa dell’interesse nazionale sembrerebbe conoscere oggi il proprio alter ego nella difesa dell’interesse internazionale definito nell’Europa “indivisa e indivisibile” (Dichiarazione di Roma). Si vedrà quali virtù e quanta fortuna avranno gli europei per realizzare compiutamente queste intenzioni. Nel frattempo occorre comprendere i due motivi principali di questa prospettiva politica, la quale, questo è certo, dipende integralmente dal processo d’integrazione europea. Senza di esso, questa prospettiva non sarebbe potuta emergere tra Stati comunque diversi e in competizione quali sono quelli d’Europa – e come difatti non emerge nel resto del mondo laddove questo livello d’integrazione non esiste. Il primo motivo riguarda l’impatto della politica mondiale sull’Europa e la collocazione degli europei nel mondo. È impresso nelle parole pronunciate in tempi differenti dai rappresentanti di due Stati europei decisamente diversi, Andorra e Italia. Il concetto è semplice. Ci sono due categorie di Stati in Europa: quelli piccoli e quelli che non hanno ancora realizzato di esser tali. Colpisce che il 27 marzo 2017 Sergio Mattarella abbia espresso a Roma questo concetto, il medesimo detto da Antoni Martí il primo ottobre 2016 a San Marino. Ciò non è frutto del caso, è frutto d’analisi politica in chiave storica: in caso di disunione gli europei sono destinati alla marginalità, soggetti all’azione di grandi potenze esterne e di forze soverchianti. Il secondo motivo della prospettiva assunta con la Dichiarazione di Roma riguarda anch’esso un fatto d’analisi politica speculare ma frutto di una visione storica differente. Per chi non crede nella necessità di avanzare nell’integrazione politica europea, esaltare la coesione dell’Unione coincide difatti con l’intenzione di vincolare l’avanzamento dell’integrazione degli Stati a ciò maggiormente disposti, intrappolandoli con un meccanismo tipico delle alleanze. La prospettiva dichiarata è la stessa nella forma bensì opposta nella sostanza. È questa, in fondo, una forma sofisticata di nazionalismo espressa da chi non crede alla ridefinizione della sovranità nazionale nell’ambito di un’Europa politica e cerca di vincolare il percorso d’integrazione altrui, anzitutto col proprio potere di veto. Attorno a questa questione politica s’addensa gran parte della questione ‘tecnica’ dell’Europa a più velocità, la quale, tuttavia, non maschera un fatto: “unità nella diversità” è il motto europeo e l’Unione Europea è, per definizione, a più velocità in tutti i pilastri integrativi. Dall’euro a Schengen gli Stati europei non hanno mai proceduto alla stessa velocità in nessuno degli ambiti dell’integrazione. Allora, a ben vedere, dopo Roma resta intatto il problema del bivio politico reale in Europa e di un confronto che non è tanto sulla ‘velocità’ dell’integrazione quanto sulla ‘profondità’. Non è la diversa velocità ciò che fa problema a chi comunque afferma coesione e unità, bensì la differente direzione di marcia. Quella contraria all’integrazione politica, per essere intrapresa, necessita non solo di fermare gli altri ma anche la storia dell’Europa a venire che è stata immaginata a Roma.

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24 marzo 2017

L’Europa oggi, a 60 anni dai Trattati di Roma

Il cantiere europeo sembra essersi fermato e l’architettura dell’Unione fin qui tirata su scricchiola e non appare molto stabile. L’Europa è stata il terreno, dal secondo dopoguerra in poi, del più significativo esperimento democratico di condivisione pacifica di sovranità tra Stati nazionali, attraverso la creazione di regole e istituzioni comuni, che si sono evolute dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ai Trattati di Roma istitutivi della Comunità Economica Europea e della Comunità Europea dell’Energia Atomica di cui si celebrano i 60 anni, fino all’Unione Europea e all’Unione economica monetaria, per come configurate dal Trattato di Lisbona e dal Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria (il famigerato fiscal compact). Non è stato un processo scevro da tentativi di egemonia economica, istituzionale e culturale da parte dei Paesi che l’hanno realizzato, che nel farlo hanno avuto attenzione - con maggior o minor fortuna - alla salvaguardia degli interessi e degli obiettivi nazionali. Né è stato un percorso lineare, proprio perché caratterizzato anche dal contrasto di interessi, oltre che da leadership e classi dirigenti di diversi spessore e visione che si sono alternate nel tempo nei diversi Stati membri. Tra fasi di arresto e ripartenza, avanguardie e frenatori, grandi visioni e momenti di crisi, l’Europa è andata avanti a geometrie variabili, a seconda di ciò che si è voluto e riuscito a condividere, dei rapporti di forza, dei rischi di rimanere esclusi o delle paure di essere troppo vincolati: allo stato, ad esempio, l’Unione Europea è fatta di 28 Paesi, che in futuro diverranno 27 con l’uscita del Regno Unito, lo spazio Schengen di libera circolazione delle persone di 26 Paesi europei, di cui 22 parte dell’Unione Europea e 4 no (Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera), la zona euro di 19 Paesi della UE. I sostenitori dell’Europa vedono nel processo di integrazione europeo uno dei fattori principali, insieme alla volontà politica delle cancellerie europee e alla guerra fredda, del benessere e della pace del continente dopo la Seconda guerra mondiale. I suoi detrattori invece, in particolare da destra, ne additano il progressivo svuotamento della sovranità per gli Stati che ne fanno parte, soprattutto per quelli che condividono l’euro, ma non solo, come la Brexit dimostra. Da sinistra, la critica è principalmente rivolta, in origine, a un impianto istituzionale orientato più al funzionamento dei mercati che ai diritti dei cittadini e, più di recente, a partire dalla cosiddetta crisi del debito sovrano - sottoprodotto della crisi globale del 2008 -, alle politiche di austerità che hanno scaricato i loro effetti depressivi sugli Stati europei più in difficoltà e sugli strati più deboli della popolazione. Bersagli polemici sempre più trasversali, soprattutto nei Paesi che stentano a trovare la via della crescita e in cui riduzione dei redditi e povertà mordono in maniera significativa, sono da un lato la cosiddetta burocrazia tecnocratica di Bruxelles, che succhierebbe risorse nazionali imponendo regole e limiti, e dall’altro la moneta unica in quanto impoverirebbe alcuni Paesi a vantaggio di altri. Eppure l’Unione Europea nel suo insieme o la più ristretta area euro rappresentano la seconda forza economica globale in termini di PIL nominale, dietro gli Stati Uniti, ma prima della Cina e del Giappone secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, la seconda o la terza in termini di prodotto interno lordo procapite, a seconda che si consideri il PIL nominale o a parità di potere d’acquisto, e dal 2012 il primo esportatore netto globale visto che hanno soppiantato la Cina grazie a un saldo attivo medio annuo delle partite correnti di oltre 300 miliardi di dollari contro i 250 cinesi tra il 2012 e il 2016, risultando contemporaneamente tra il 2006 e il 2015 primo esportatore e primo importatore globale di beni e servizi in volumi. L’Europa nel suo complesso ha le finanze pubbliche tra le più solide del mondo, sia in termini di deficit pubblico su PIL sia in termini di rapporto debito pubblico su PIL (con l’esclusione della Cina), per considerare due dei principali indicatori dei parametri di Maastricht; è l’area del mondo con i più ampi sistemi di protezione sociale e in cui, di conseguenza, le disuguaglianze sono più contenute e quella con il minor impatto ambientale sul resto del globo anche per le scelte europee di ridurre l’inquinamento e provare a puntare sulla sostenibilità dei modelli di produzione e consumo. Nonostante questo, la costruzione europea è segnata da una crisi profonda, che sembra essere al contempo una crisi di struttura, di architettura istituzionale e di leadership politica, e genera in una parte crescente dei cittadini dei Paesi europei, in particolare nelle fasce di popolazione più esposte a rischi economici e sociali, sentimenti di estraneità, di incapacità di trovare risposte alle proprie esigenze, se non di ostilità a un progetto che viene considerato in contrasto agli interessi della propria comunità nazionale. La crisi globale ha fatto da detonatore alle difficoltà europee, con una crescita della disoccupazione a livelli doppi e tripli rispetto a Stati uniti e Giappone e tassi di crescita reali medi annui dal 2010 a oggi contenuti tra l’1% per l’area euro e l’1,4% della UE, differenza peraltro significativa all’interno dell’Europa, ben inferiori all’oltre 2% degli USA di Obama. Ma il passo - in media - meno sostenuto rispetto all’economia statunitense, ad esempio, è una costante per l’Europa da oltre trent’anni, a dimostrazione dell’esistenza di fattori strutturali con cui l’Europa deve fare i conti, non ultimo la dinamica demografica non favorevole, un tasso di innovazione tecnologica che appare inferiore a quello di altri sistemi, la dipendenza dalle materie prime estere che condiziona significativamente anche le relazioni internazionali a partire dai rapporti con Russia e con i Paesi del Mediterraneo. Senza contare che il ritorno sulla scena globale della Cina e l’avanzata di nuovi Paesi industriali dell’area asiatica, Corea del Sud in primis, ha modificato radicalmente la geografia della produzione internazionale del valore con tutto ciò che ne consegue in termini di crescita dell’occupazione e dei redditi: basti pensare, ad esempio, che nel 2015 l’area euro ha ceduto per la prima volta alla Cina il suo primato di principale esportatore mondiale di beni (escludendo le esportazioni tra Paesi della zona euro). In particolare, dalla crisi dei debiti sovrani in poi sono emersi tutti i limiti della struttura istituzionale europea, che è risultata in grado di fronteggiare il lato monetario e finanziario dei problemi, specie per l’azione emergenziale della Banca Centrale Europea guidata da Draghi che ha funzionato da argine, ma non è riuscita a dare risposte tempestive alla caduta dei redditi, alla perdita di lavoro e all’emergere di nuove povertà né a livello di Unione Europea o di zona euro, né per i singoli Paesi maggiormente in difficoltà. Invece di attrezzare gli strumenti anticiclici di stampo europeo idonei a rispondere a questi shock, si è proceduto con lo stringere le maglie già strette, dal patto di Stabilità e Crescita, della politica fiscale dei singoli Stati membri attraverso l’introduzione del fiscal compact, per poi correggere il tiro da una parte con forme di flessibilità “concessa” dalla Commissione europea e, quando non sufficiente, lasciando di fatto momentaneamente lettera morta il rispetto delle regole di Maastricht variamente integrate. Oltre a incessanti contrattazioni su decimali, che talvolta sembrano paradossali rispetto alla portata dei problemi da affrontare, quello che stride è il costante richiamo a riforme strutturali che nella loro pratica attuazione non sembrano rispondere all’idea di modello economico e sociale europeo fatto di diritti, lavoro, Stato sociale e benessere che larga parte dei cittadini europei pensavano di veder realizzato dal progetto dell’Unione Europea e dell’Unione economica e monetaria. Anzi, le situazioni emergenziali in alcuni Stati europei hanno fatto emergere una sorta di approccio punitivo da parte dei Paesi più forti e stabili, che ha portato misure che sono andate nella direzione opposta, come il caso della Grecia testimonia, lasciando peraltro qualche dubbio non solo sull’efficacia delle misure imposte visto che il rapporto debito /PIL è cresciuto al 183%, ma anche sugli interessi in gioco. Quello che è risultato evidente in questa fase è la realtà dei rapporti di forza tra i Paesi membri dell’UE, e in particolare dell’euro, e la sconcertante assenza non tanto della solidarietà, che pur ci vorrebbe, quanto piuttosto della volontà politica di procedere insieme senza fare vincitori e vinti di una partita tutta interna all’Europa. C’è, ad esempio, una nuova consapevolezza che la Germania sia uno dei vincitori, visto che a partire dal partire dal 2002, probabilmente anche grazie alla moneta unica, presenta sempre un segno più di fronte al proprio saldo delle partite correnti, accumulando di conseguenza risorse che tra il 2002 e il 2015 sono state di 2000 miliardi di euro, seguita dai Paesi Bassi con 590 miliardi di euro, a fronte di un saldo negativo complessivo della Francia nel medesimo periodo di circa 108 miliardi, per l’Italia di 189 miliardi, per la Spagna di 558 miliardi. Un risultato ottenuto più sull’esterno che all’interno dell’Europa, ma che trova nel ruolo egemone giocato dalla grande struttura produttiva tedesca all’interno del tessuto europeo della manifattura e dei servizi, nella capacità di indirizzare la politica europea e la sua regolamentazione, e in una moneta unica che nel vuoto di altri strumenti di governance economica europea è risultata a lungo più misura del sistema economico tedesco rispetto quello degli altri Paesi dell’area euro, probabilmente alcuni dei fattori del proprio successo. A fronte di una forza sempre più significativa, non si sono unite altre forze, ma sono avanzate le debolezze, attivando le spinte centrifughe e acuendo una gestione conflittuale, sempre più schiacciata sulla dimensione intergovernativa, che fa fatica a trovare una sintesi nella dimensione europea da parte della Commissione e del Parlamento europeo, a dimostrazione dello sbilanciamento dell’architettura istituzionale. I rischi globali che ogni giorno si palesano, dalle strategie degli altri attori del panorama internazionale, a partire dall’America di Trump agli imponenti fenomeni migratori, ai pericoli del terrorismo, chiamano in causa la necessità di ripensare istituzioni e regole che consentano di percorrere la stessa strada nel rispetto della varietà delle singole comunità nazionali che ne fanno parte, senza l’imposizione di misure o modelli, ma con la condivisione di valori, obiettivi e il recupero di un progetto comune. Le difficoltà di trovare soluzioni condivise, di far emergere la solidarietà tra i membri dell’Unione, di costruire nuovi diritti che rendano e facciano sentire i cittadini europei effettivamente tali, sembrano, infatti, il frutto della mancanza di una comune visione per la prosecuzione del progetto europeo, nonostante i numerosi recenti tentativi, non solo di intellettuali e politici, di autorità nazionali, ma anche delle medesime istituzioni europee di individuare i prossimi passi della costruzione europea, dal rapporto dei 4 Presidenti del 2012, al rapporto dei 5 Presidenti, alle proposte di riforma di iniziativa del Parlamento europeo, agli scenari del Libro Bianco della Commissione sul futuro dell’Europa. La gran parte delle recenti riflessioni si sforzano principalmente di individuare il “prossimo passo”, a partire in particolare dal rafforzamento e dalla messa in sicurezza della zona euro, mentre più limitate al momento appaiono le voci che cercano di delineare il punto di arrivo, diversamente da quanto è successo in passato nella storia dell’Europa in cui nei momenti di maggiore crisi sono emerse quelle “visioni lunghe” che ne hanno poi determinato l’evoluzione. Il fallimento del percorso avviato a Leaken nel 2001 per l’elaborazione di una Costituzione per l’Europa sembra quasi aver ridotto la stessa ambizione a immaginare il futuro dell’Unione Europea, esattamente quando - a 60 anni dal Trattato di Roma - proprio di ambizione e coraggio ci sarebbe necessità. Un coraggio che passa per la ricerca di quell’aggiunta di sovranità, di diritti, di benessere, di sicurezza, di prospettiva che l’Europa nelle sue diverse possibili articolazioni e istituzioni deve poter offrire ai suoi cittadini.

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