9 ottobre 2019

Hong Kong, il limite oltre il quale non è ammesso spingersi

di Andrea De Pascale

Nel gennaio 1922, a Hong Kong, circa 1.500 lavoratori guidati da Su Zhaozheng, Lin Weimin e Chen Bingsheng entrarono in sciopero: aveva così inizio lo sciopero dei marittimi, organizzato dalla Chinese Seamen’s Union. Gli scioperanti chiedevano aumenti salariali del 30-40% rispetto alle magre retribuzioni da loro percepite, non proporzionate all’alto costo della vita, e il riconoscimento della rappresentatività del sindacato dei marittimi. Tuttavia, nonostante le apparenti motivazioni di natura economica e sindacale, quella dei marittimi si rivelò presto un’agitazione orientata da fini politici, intimamente connessa al movimento rivoluzionario di Sun Yat-sen.

Nel mese di febbraio gli scioperi arrivarono a paralizzare del tutto la colonia britannica. Di fronte a una situazione che appariva sempre più precaria, il governo di Hong Kong decise di adottare, il 28 febbraio, una serie di provvedimenti tesi ad arginare le agitazioni, emanando anche una Ordinanza dei regolamenti d’emergenza che conferiva «al governatore pieni poteri di censura, arresto, controllo su persone e cose, lavoro coatto, requisizione, ecc.» (si veda Sun Yat-sen e lo sciopero di Hong Kong del 1922 di Maurizio Brunori). Ma proprio quando la tensione raggiunse il suo apice, si arrivò a un’intesa tra le parti che determinò aumenti salariali dal 15 al 30% e la revoca della messa al bando del sindacato dei marittimi. Scioperi e boicottaggi erano, del resto, tutt’altro che sporadici a Hong Kong negli anni successivi alla Prima guerra mondiale.

In questi giorni di grandi turbolenze nell’ex colonia britannica, l’Emergency Regulations Ordinance s’è imposta nuovamente all’attenzione degli osservatori. Venerdì 4 ottobre la chief executive di Hong Kong, Carrie Lam, ha annunciato il ricorso da parte della Regione amministrativa speciale all’ordinanza di epoca coloniale per introdurre una norma che vieti l’uso di maschere durante le proteste. La legge, entrata in vigore allo scoccare del 5 ottobre, consente alla polizia di fermare chiunque indossi una maschera o si copra il viso in occasione di raduni in luoghi pubblici. I trasgressori possono incorrere in una pena detentiva di un anno e in una multa fino a 25.000 HKD (l’equivalente di circa 2.800 euro). Stando a quanto reso noto martedì 8 ottobre dalla polizia di Hong Kong, sono 77 le persone tratte in arresto per aver violato il divieto.

Ai sensi dell’Ordinanza dei regolamenti d’emergenza, la legge conferisce al chief executive il potere di emanare qualsiasi regolamento in occasioni di emergenza o di pericolo pubblico, qualora lo si ritenga opportuno ai fini dell’interesse comune. Sono contemplati, tra gli altri, la censura, il controllo e la soppressione delle pubblicazioni (anche sui mezzi di comunicazione); arresti, detenzioni e deportazioni; il controllo dei porti e delle acque di Hong Kong; la confisca dei beni e l’autorizzazione a procedere alla perquisizione dei locali.

Carrie Lam ha tenuto a precisare che, sebbene la nuova norma si rifaccia alla Emergency Regulations Ordinance, ciò non implica che Hong Kong si trovi in uno stato di emergenza, sottolineando che le misure vanno intese come un mezzo per porre fine alle violenze e ripristinare l’ordine.

L’accusa rivolta ai manifestanti è di aver indossato maschere per nascondere la propria identità. Ma, per ora, la nuova legge non sembra aver intimorito le migliaia di dimostranti che hanno continuato a riversarsi sulle strade con il volto coperto. Diverse fonti sottolineano quanto sia difficile applicare una legge simile in una città in cui le maschere sono ampiamente utilizzate anche in contesti differenti dalle manifestazioni. L’epidemia di SARS che flagellò Hong Kong agli inizi del nuovo secolo, ad esempio, ha segnato profondamente i comportamenti degli abitanti della regione. Su treni e autobus in tanti indossano abitualmente mascherine per uso medico, e spesso anche nelle scuole tale consuetudine viene rispettata da insegnanti e studenti. Va detto, comunque, che la legge anti-maschere prevede anche delle esenzioni: chi le porta per motivi di salute, religiosi o professionali è infatti dispensato dagli obblighi stabiliti.

Come riportato dalla Reuters, diversi parlamentari solidali con i manifestanti hanno criticato il provvedimento, sostenendo che il governo abbia scavalcato l’organo legislativo. «La nuova legge comporta una chiara violazione della Basic Law ed è quindi incostituzionale», ha detto all’agenzia di stampa britannica Martin Lee, un avvocato di Hong Kong, il quale ha aggiunto: «Dal 1° luglio 1997, solo il Consiglio legislativo può emanare leggi, anche nel caso della subsidiary legislation». La Lam ha tuttavia precisato che, nonostante l’entrata in vigore della legge il 5 ottobre scorso, quest’ultima verrà successivamente vagliata, alla metà del mese, dopo la riapertura del Consiglio legislativo.

Nel suo A Concise History of Hong Kong, John M. Carroll, oltre a ripercorrere le tappe dello sciopero dei marittimi del 1922, che portarono all’emanazione della Emergency Regulations Ordinance, descrive anche un’altra fase storica in cui il governo di Hong Kong fece ricorso all’ordinanza tanto discussa oggi: era il 1967 e la si chiamò nuovamente in causa per reprimere violente proteste scoppiate nel Porto profumato. Una disputa nata nel maggio di quell’anno, che verteva sui salari e sull’orario di lavoro, degenerò in oltre sei mesi di violenze. Ci furono scontri tra attivisti di sinistra e la polizia coloniale, sulla scia di quanto accadeva in Cina con la Rivoluzione culturale. Le rivolte segnarono il punto più basso mai raggiunto dalle relazioni sino-britanniche nella storia della Nuova Cina.

Rimane dunque da chiedersi quale prospettiva si delinei per le proteste che oggi infuriano a Hong Kong. È opinione diffusa che il governo cinese non voglia procedere con un’azione diretta nella Regione amministrativa speciale per porre fine agli scontri. Secondo molti, infatti, la Repubblica Popolare sarebbe lontana dal voler vanificare tutto il lavoro fatto dal 1989 a oggi per ricostruire la sua immagine internazionale. Ma c’è anche chi ritiene che, superato un certo limite, Pechino non potrà sottrarsi all’incombenza di ripristinare l’ordine nell’ex colonia britannica, mettendo in secondo piano le critiche che dilagherebbero in tutto il mondo in caso di intervento. A questo punto bisogna capire qual è il limite oltre il quale non è ammesso spingersi.

 

Immagine: La protesta contro la legge sull’estradizione a Hong Kong si è trasformata in un altro conflitto di polizia (15 settembre 2019). Crediti: PaulWong / Shutterstock.com

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