14 marzo 2017

I 5 scenari di Juncker che non disegnano il futuro dell’UE

di Nicolò Carboni

A volte le immagini svelano molti più dettagli dei ponderosi documenti ufficiali o dei comunicati stampa, così un Jean-Claude Juncker che presenta le sue cinque proposte per il futuro dell’Europa davanti a un emiciclo di Bruxelles desolato e semivuoto appare in perfetta continuità con Angela Merkel, Mariano Rajoy, François Hollande e Paolo Gentiloni che, incuranti dei fantasmi evocati dalla storia, si fanno fotografare mentre passeggiano nel salone degli specchi della reggia di Versailles.

A pochi giorni dalle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, ci si aspettava che la Commissione Europea - con il suo Libro Bianco sul futuro dell’Europa - indicasse una nuova via per superare le sfide che affliggono l’Unione; Juncker e il suo team, invece, hanno ribaltato il tavolo proponendo non uno ma ben cinque scenari differenti e chiedendo agli Stati Membri di sceglierne uno, senza indicare preferenze o priorità.

Il primo, “Avanti così”, non propone innovazioni sostanziali ma, di base, si limita a suggerire l’applicazione del programma “elettorale” che portò Juncker al vertice del Berlaymont: completamento dell’unione energetica, norme uniformi per la risoluzione delle crisi bancarie, un ampio programma di riforme sociali, rafforzamento delle frontiere e cooperazione in materia di sicurezza.

Il secondo, al contrario, abbraccia un approccio minimalista riducendo l’Unione Europea al solo mercato unico e tenendo in piedi esclusivamente le strutture istituzionali necessarie per garantire il buon funzionamento degli scambi commerciali. Si tratta, in buona sostanza, del vecchio sogno britannico, una sorta di EFTA continentale con legami politici molto laschi se non del tutto assenti.

Nella terza proposta Juncker disegna un’Unione a cerchi concentrici in cui gli Stati più volenterosi possono approfondire l’integrazione su materie specifiche, mentre gli altri possono rimanere indietro qualora non fossero interessati a cooperare in determinati settori. In pratica si tratterebbe di istituire una serie di cooperazioni rafforzate, a volte parallele, a volte sovrapposte, in specifici settori strategici.

La quarta prospettiva, “fare meno in modo più efficiente”, immagina un’Unione Europea con ampi poteri in pochi campi dall’alto valore aggiunto continentale come l’energia, il controllo delle frontiere o la difesa comune.

Infine il quinto scenario sono gli Stati Uniti d’Europa, una vera e propria struttura federale dotata di istituzioni simili a quelle statunitensi e con un governo centrale con ampi poteri in termini fiscali, economici e sociali.

 

Come può evincere chiunque conosca anche in minima parte le vicende europee, le cinque proposte di Juncker in realtà rappresentano poco più di una fotografia della situazione attuale: l’Unione possiede istituzioni di rango federale (la Banca Centrale, dotata di una discrezionalità addirittura superiore a quella della Federal Reserve Americana), ha potestà legislativa solo nei settori con un valore aggiunto europeo, alcuni Paesi fanno parte di cooperazioni rafforzate (il brevetto unico, e addirittura l’euro, che per certi versi può essere considerato un progetto simile) mentre altri hanno scelto di non far parte di Schengen, della moneta unica o hanno limiti nell’accesso al mercato unico.

La Commissione, insomma, non traccia un futuro, non fa proposte, ma cerca in maniera piuttosto maldestra di scansare il vero convitato di pietra: il sempre più precario rapporto fra istituzioni europee e cittadini. Per trent’anni l’Unione Europea ha goduto in quasi tutti i Paesi del continente (esclusa, per motivi storici e sociali, la Gran Bretagna) di una popolarità ben superiore ai suoi reali meriti. In Italia, in particolare, aveva molto successo il concetto di “vincolo esterno”, reso popolare da Guido Carli e sostenuto dal suo successore Carlo Azeglio Ciampi, secondo cui il nostro Paese aveva bisogno dell’argine europeo per responsabilizzare una classe dirigente immatura e incapace di mantenere ritta la barra delle finanze pubbliche.

La crisi del 2008, mostrando improvvisamente l’inadeguatezza dei decisori europei, ha spezzato il vincolo di cui sopra, trasformando l’Europa madre severa in una matrigna dal viso arcigno. Leggendo le trenta pagine elaborate dai servizi della Commissione, quello che più sconcerta è la totale mancanza di un approccio realmente politico, di una visione capace di guardare oltre le impellenze del momento. Offrendo agli Stati l’ultima parola sul futuro dell’Unione, Juncker non solo abdica al suo ruolo come presidente del massimo organo esecutivo europeo ma, più sottilmente, pare ammettere lo stallo in cui si trova il progetto di Spinelli, De Gasperi e Schuman. L’Unione Europea non ha bisogno di nuovi funzionalismi o barocche procedure di mediazione, serve che comprenda il suo destino - posto che ancora ce l’abbia - e costruisca, per rubare un’immagine cara ai federalisti americani, la sua Città sulla Collina comprendendo una volta per tutte quali sono i valori e gli ideali capaci di tenere insieme 27 Paesi che, per buona parte della loro storia, sono stati in guerra fra loro. Senza questa riflessione ogni contributo rischia di apparire sterile, vuote parole di un’Unione convinta di aver archiviato il passato ma incapace di immaginare un futuro.

 


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