14 giugno 2018

I Mondiali di Putin

di Lorenzo Longhi

Sarà la sua Coppa del Mondo, perché mai come in questo caso è difficile scindere l’identità del Paese organizzatore della più importante manifestazione calcistica globale da quello di colui che ne è il leader: Russia 2018 sarà il Mondiale di Vladimir Putin, un torneo che rappresenterà lo zenit della lunga strategia di propaganda attraverso lo sport che il presidente russo ha attuato sin dalla sua comparsa sulla scena internazionale.

Rieletto lo scorso marzo per il suo quarto mandato presidenziale, Putin nel dicembre 2010 – quando i delegati FIFA assegnarono la XXI edizione della Coppa del Mondo alla Russia – era primo ministro (presidente era il suo stretto collaboratore Dmitrij Medvedev, oggi premier) e ne era già da tempo il riconosciuto dominus politico, aspetto questo che lo rende uno dei pochi leader ad essere stati in carica sia al momento dell’assegnazione che a quello dell’apertura del Mondiale. Un aspetto da non sottovalutare e che ne conferma la centralità. Mandela e Lula, ad esempio, furono i grandi promotori dei Mondiali di Sudafrica e Brasile, che caddero poi nel corso delle presidenze di Dilma Rousseff e Jacob Zuma, e per rintracciare l’ultimo precedente bisogna tornare indietro di oltre quarant’anni, al 1976, quando il Mondiale 1982 venne assegnato alla Spagna: il fil rouge in quel caso era la figura del re Juan Carlos I, che stava traghettando la nazione fuori dal franchismo, una situazione per nulla paragonabile a quella che vede oggi in Putin, per paradosso, una sorta di monarca, se non altro per longevità, se si considera che solo Stalin, a quelle latitudini, ha mantenuto il potere per più tempo.

Curiosamente, ha metaforicamente seppellito anche Joseph Blatter, ex numero uno della FIFA caduto in disgrazia nel 2015 a causa degli scandali che hanno coinvolto la confederazione calcistica internazionale, le cui trame di fatto agevolarono l’assegnazione del Mondiale alla Russia. Non a caso, lo stesso Putin ha cordialmente invitato Blatter – sebbene quest’ultimo sia sospeso per 6 anni da ogni carica legata al calcio – quale ospite personale per la cerimonia di apertura, e del resto anche il successore dell’ex capo della FIFA, Gianni Infantino, nel corso degli ultimi mesi non ha mai lesinato peana e complimenti all’organizzazione del torneo. E, questo, a prescindere da situazioni imbarazzanti quali il caso doping figlio del rapporto McLaren (con il ministero dello Sport complice) o la costruzione dello stadio di San Pietroburgo: 10 anni di lavori per quello che entrerà nella storia come lo stadio più caro di sempre, costato ben oltre 1 miliardo di dollari.

Per non parlare, poi, delle istanze più politiche e sociali di un Mondiale che fungerà da megafono propagandistico per un Paese il quale, in termini di diritti civili e autonomia della stampa, non rappresenta l’archetipo di liberaldemocrazia che teoricamente lo sport dovrebbe per sua natura prediligere. Ma la strategia putiniana ha mirato proprio a stravolgere il paradigma e così nell’era Putin la Russia è diventata a tutti gli effetti una patria privilegiata dello sport: nel 2007 in Russia si sono svolti gli Europei di volley maschile, nel 2013 Mosca ha organizzato i Mondiali di atletica, nel 2014 Sochi ha accolto le Olimpiadi invernali, nel 2015 Kazan′ ha ospitato la rassegna iridata del nuoto, nel 2016 la capitale e San Pietroburgo sono state sedi dei Mondiali di hockey su ghiaccio. La Coppa del Mondo di calcio, in questo senso, è la chiusura del cerchio, e il ruolo avuto nell’organizzazione da attori politici ed economico-finanziari di assoluto rilievo – figure apicali come il braccio destro di Putin, Vitaly Mutko, e il premier ed ex presidente Medvedev, già illo tempore presidente di Gazprom che nel calcio ha investito decine di miliardi – sottolineano la formidabile qualità dell’offensiva in termini propagandistici. E attenzione alla scelta delle città in cui si giocheranno le partite, perché anche quelle – a partire da Kaliningrad – meriterebbero un capitolo a parte.

Che sia il Mondiale di Putin lo confermano in fondo anche i boicottaggi, di chiaro interesse geopolitico ma destinati al limite a trovare lo spazio di qualche titolo, più o meno nascosto, perché la narrazione devierà su altri aspetti: dopo tutto le defezioni non toccheranno il calcio, ma si rifletteranno sul sancta sanctorum che avrà accesso alla tribuna autorità e alle cene di gala destinate alle delegazioni politiche. Non manderà alcun delegato il Regno Unito, che aveva annunciato il boicottaggio di ministri e membri della famiglia reale già nei giorni successivi al caso Skripal, e recentemente si sono registrate anche le defezioni dei rappresentanti dei governi di Australia, Svezia e Islanda, che non saranno presenti alla cerimonia di inaugurazione. Non abbastanza per offuscare alcunché.

Sotto l’aspetto simbolico infine, ospitare un Mondiale – con tutto ciò che la manifestazione si porta appresso in termini economici e di immagine – mentre la Russia è ancora oggetto delle sanzioni varate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea dopo l’inizio della guerra nel Donbass, rappresenta un successo politico incontestabile, a maggior ragione se si considera che diversi dei 150 individui e delle 38 entità oggetto di sanzioni hanno tratto o trarranno profitto dall’organizzazione, da Viktor Veksel´berg il cui gruppo (Renova) controlla gli aeroporti di quattro città-sede – Ekaterinburg, Nižnij Novgorod, Rostov e Samara – alla Stroytransgaz, che ha preso parte alla costruzione degli stadi di Nižnij Novgorod e Volgograd, alla stessa Gazprom. Per gli oligarchi, una manna che renderà verosimilmente ancora più solidi gli equilibri di potere attorno a Putin. E, nei confronti dei cittadini russi, ospitare un Mondiale equivale all’esatto contrario della percezione di isolamento che le sanzioni vorrebbero provocare.

Ciò che poi accadrà in campo giungerà ai posteri, eppure esistono anche altri aspetti che prescindono il dato agonistico e meritano menzione, a partire dalla gara inaugurale fra Russia e Arabia Saudita (gruppo A) che presta il fianco a considerazioni geopolitiche non banali in virtù delle diverse posizioni nel merito del conflitto siriano e in quello del commercio di idrocarburi, mentre interessante sarà valutare il comportamento del pubblico serbo (gruppo E) quando la nazionale di Belgrado affronterà la Svizzera, nella rosa della quale sono presenti ben 11 calciatori originari di Kosovo e Bosnia e riparati, da bambini assieme alle famiglie, nella confederazione elvetica per sfuggire alla pulizia etnica. Degna di nota la composizione del gruppo B, in cui l’Iran – Paese di grandissimo valore sullo scacchiere internazionale – appare quasi un corpo estraneo rispetto alle altre 3 nazionali, quelle di Marocco, Spagna e Portogallo che, a livello di confini, enclavi più volte oggetto di discussione e di una storia fortemente interconnessa, costituiscono un microcosmo geografico e politico di indiscutibile attrattività.

 

Crediti immagine: Kremlin.ru [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0), CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0) or CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso Wikimedia Commons


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