17 giugno 2019

I conservatori inglesi in cerca di un nuovo leader

di Domenico Cerabona

Il 7 giugno si è avviato il processo formale per eleggere il nuovo leader del Partito conservatore. Il vincitore diventerà, verosimilmente anche se non automaticamente, il prossimo primo ministro della Gran Bretagna. La prima fase della corsa alla leadership è tutta interna al gruppo parlamentare: questa è una pratica comune a tutti i grandi partiti britannici, proprio perché il leader di ciascun partito diventa automaticamente il candidato premier, ruolo che nel Regno Unito può essere ricoperto esclusivamente da un parlamentare.

Per “iscriversi” alla competizione era necessario ottenere il sostegno di almeno otto parlamentari: in dieci si sono presentati ai nastri di partenza con questi requisiti. Esther McVey, Mark Harper, Andrea Leadsom, Rory Stewart, Matt Hancock, Sajid Javid, Dominic Raab, Michael Gove, Jeremy Hunt e – ovviamente – Boris Johnson.

Il 13 giugno si è tenuta la prima votazione a scrutinio segreto all’interno del gruppo parlamentare. Per regolamento al primo turno si effettua una prima scrematura eliminando automaticamente dalla competizione chi non ottenga almeno 17 voti. Ci sono state dunque le prime tre esclusioni. Nessuna sorpresa per l’esclusione di McVey e Harper, mentre è stata abbastanza inaspettata l’eliminazione così rapida di Andrea Leadsom, potentissima Leader of the House of Commons durante il governo May, colei che di fatto ha portato – con le sue dimissioni – alla fine del suo premierato. Non sorprende neanche il primo posto di Boris Johnson, che però ottiene un numero molto importante e inaspettato di voti, ben 114: quasi il triplo del secondo, il ministro degli esteri Jeremy Hunt, che si è fermato a 43.

Ora la procedura riprenderà martedì 18 giugno: questa volta la soglia per evitare l’eliminazione sarà di 33 voti. Dopo questo secondo voto si procederà ad oltranza tra i rimanenti candidati, continuando il voto sino a giovedì 20 giugno ed eliminando ciascuna volta il candidato con meno voti fino che non rimarranno solo due candidati.

A questo punto la palla passerà ai circa 160.000 iscritti del Partito conservatore che a partire dal 22 giugno voteranno via posta. Il vincitore dovrebbe essere annunciato il 22 luglio.

Ovviamente il voto tra gli iscritti avverrà solo se il gruppo parlamentare, come avvenne nel caso della May, non troverà un accordo al proprio interno con il ritiro di tutti i candidati tranne quello prescelto.

Al momento, ovviamente, il favorito pare Boris Johnson: non solo per il grande numero di voti ottenuti e perché è il candidato più popolare all’interno della base conservatrice, ma soprattutto perché è il volto stesso della Brexit in Gran Bretagna, secondo forse solo a Nigel Farage. E dopo il clamoroso successo del Brexit Party alle elezioni europee, l’ex sindaco di Londra pare il leader naturale per i Tories, un partito alla disperata ricerca di riconnettersi con il proprio elettorato. Non a caso durante la sua campagna elettorale di questi giorni ha annunciato l’intenzione di uscire dall’Unione Europea il 31 ottobre 2019 senza nessuna possibilità di ulteriori rinvii e che il No Deal non può essere escluso e – anzi – deve essere usato come un «utile strumento negoziale».

Tuttavia, sostanzialmente tutti i candidati sono dei ferventi sostenitori non solo della Brexit, ma di una Hard Brexit, quasi tutti disposti ad uscire con un No Deal e con pochissime sfumature tra le singole posizioni.

L’unica possibilità di fermare Boris Johnson è data da una santa alleanza tra tutti i suoi avversari, un po’ come era capitato nel 2017 quando, a sorpresa, fu costretto a ritirarsi dalla competizione. Questa opzione però pare al momento remota, anche se è vero che Johnson, con il suo carattere istrionico e la sua passione per le battute controverse, è a volte il più grande nemico di sé stesso e dunque ogni sua partita politica è spesso contraddistinta da molta incertezza.

Tutto sembra comunque volgere a suo favore al momento, soprattutto dopo il voto parlamentare della scorsa settimana, ovviamente sul tema Brexit: il Labour aveva provato ad introdurre un emendamento che impediva per legge e dunque definitivamente la possibilità di un No Deal. L’emendamento è stato bocciato con 309 voti contrari e 298 a favore, grazie al voto (o all’astensione) decisivo di 21 parlamentari laburisti.

I risultati della corsa alla leadership Tories, uniti a questo voto parlamentare, sembrerebbero indicare che la Gran Bretagna si stia dirigendo verso una sempre più probabile Hard Brexit guidata da Boris Johnson. Ma se questi ultimi tre anni ci hanno insegnato qualcosa, è che fare previsioni per il Regno Unito è diventato sostanzialmente impossibile. Dunque, non ci resta che aspettare e seguire l’evoluzione dei fatti.

 

Immagine: Boris Johnson, Londra, Regno Unito (15 maggio 2018). Crediti: Bart Lenoir / Shutterstock.com

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