14 marzo 2019

I dilemmi dell’interdipendenza USA-Cina

di Mario Del Pero

I negoziati sul commercio tra Cina e Stati Uniti proseguono senza tregua e alle dichiarazioni invariabilmente ottimistiche di Trump corrispondono invece quelle più caute di Robert Lighthizer, il rappresentante del commercio USA che guida la delegazione statunitense. I dossier sul tavolo sono plurimi, così come i compromessi che un accordo impone a entrambe le parti. Diverso è peraltro il clima politico negli USA, dove la linea della fermezza verso Pechino conosce oggi un sostegno bipartisan molto ampio e le voci filocinesi, nel mondo politico così come nella comunità imprenditoriale, sembrano essersi fatte più flebili.

I termini della contesa sono noti e tra loro strettamente intrecciati: il monumentale squilibrio della bilancia commerciale bilaterale; il tasso di cambio eccessivamente basso del renminbi; la tutela di brevetti e licenze statunitensi; la possibilità per le aziende americane di poter operare senza vincoli e costrizioni sul mercato cinese; i sussidi di Stato alle imprese cinesi e la concorrenza sleale che ne consegue; lo spionaggio industriale e la definizione di settori e know-how strategicamente vitali, che necessiterebbero quindi di particolare protezione.

A monte, vi è la fortissima tensione provocata dallo scarto tra la profondità dell’interdipendenza sino-statunitense e la carenza di meccanismi che la disciplinino e regolamentino. Tra il reticolo d’interessi e vincoli comuni che le due parti hanno maturato, gli squilibri che essi talora generano e i cortocircuiti politici che ne conseguono.

Nel dibattito politico statunitense domina oggi l’idea che la Cina abbia spregiudicatamente cavalcato le opportunità offertele dalle amministrazioni americane dell’ultimo mezzo secolo. Che la sua funzione geopolitica – di pilastro dell’ordine asiatico – sia venuta meno già con la fine della guerra fredda. E che irrealistica e ingenua sia stata l’idea, a lungo coltivata negli USA, che Pechino potesse essere integrata, contenuta e in ultimo finanche trasformata e democratizzata attraverso la sua graduale inclusione nel sistema globale a egemonia statunitense. Facendo leva su posizioni anticinesi, e talvolta su una vera e propria sinofobia dalle radici profonde e antiche, queste critiche si sono fatte negli ultimi anni più popolari e politicamente trasversali. Se liberal e sinistra denunciano le violazioni dei diritti umani e l’autoritarismo del regime cinese, a destra si accusa Pechino di non rispettare le regole sulla libera concorrenza, di avere scoperte mire egemoniche in Asia e di perseguire una aggressiva politica di riarmo.

Vi è del vero, in tutto ciò, ci mancherebbe. E nella contraddittoria (e fragile) interdipendenza sino-statunitense vi sono elementi oggettivi di competizione e antagonismo. Soffermarsi solo su di essi, affermare che nella più importante relazione interstatuale del sistema internazionale a prevalere siano le variabili che spingono allo scontro, significa però sottovalutare i molteplici fattori coesivi che tale interdipendenza alimenta e il ruolo cruciale che la Cina – con i suoi investimenti, le sue esportazioni, la sua diplomazia – ha svolto per gli Stati Uniti (e per l’ordine globale).

Proviamo, per convenienza analitica, a elencarli questi meriti cinesi.

Il primo è relativo ai tentativi di promuovere forme negoziate e multilaterali di governance globale. A quest’ultime Pechino ha spesso offerto un contributo nodale, come in occasione dell’accordo sul clima raggiunto a Parigi nel 2015, permesso sia dall’impegno cinese sia dall’intesa bilaterale sino-statunitense siglata pochi mesi prima da Xi Jinping e Barack Obama. Un attivismo che ha indotto alcuni commentatori a prevedere addirittura (e prematuramente) una futura leadership cinese in materia di politiche ambientali mondiali.

Il secondo è di aver svolto un ruolo cruciale nel rilancio della crescita globale successiva alla crisi del 2007-08. Su questo l’asse tra Cina e Stati Uniti, tra lo stimulus di Obama e le espansive politiche cinesi, è risultato decisivo (ancor più di fronte agli iniziali tentennamenti europei). Così come assai importanti sono stati sia gli investimenti cinesi all’estero sia il credito offerto da Pechino, in particolare per puntellare il debito americano. La Cina, assieme al Giappone, è stata la principale acquirente dei titoli del Tesoro collocati all’estero, contribuendo così a finanziare la capacità di spesa (e di consumo) degli USA. Esplosi nel 2016-17 e crollati successivamente, anche in conseguenza di questo nuovo clima politico, gli investimenti diretti cinesi all’estero hanno costituito un’ulteriore variabile dei processi d’integrazione globale.

E questo ci porta al terzo e ultimo punto, che riguarda specificamente gli Stati Uniti e la loro relazione con la Cina: i consumi e la loro funzione politica e sociale. Negli USA, l’esplosione post-anni Ottanta dei consumi a debito (e inflazione costante) è stata permessa primariamente dalla possibilità di delocalizzare la produzione in Cina, abbattere i costi e accettare così pesanti deficit della bilancia commerciale. In un’era di diseguaglianze crescenti e tagli al welfare, i consumi hanno svolto la funzione, decisiva, d’indiretto ammortizzatore sociale, in una dinamica che vedeva crollare i risparmi famigliari rispetto al reddito. La bilancia commerciale bilaterale è di per sé un indicatore assai ingannevole dei rapporti tra Cina e Stati Uniti; come hanno sottolineato tanti studiosi, gran parte dei profitti generati da merci di multinazionali statunitensi che producono in cina rimangono negli USA, anche se statisticamente ciò va a incidere sul deficit commerciale americano. Il dato significativo, qui, è che al di là dei vantaggi che sono derivati per le aziende americane, un modello di società fondata su consumi a debito è stato reso possibile solo dalla Cina ovvero dall’interdipendenza sino-statunitense. Ed è su questo che si manifesta pienamente il cortocircuito tra il protezionismo di Trump e la sua esigenza politica ed elettorale di garantire un alto livello di consumi individuali e famigliari. Un’esigenza che non può davvero contemplare guerre commerciali prolungate. Ed è anche per questo che si cerca disperatamente un accordo, mentre a dispetto di tutto il deficit commerciale bilaterale raggiunge, sotto Trump, livelli mai visti prima d’oggi.

 

Immagine: Donald Trump e Xi Jinping (16 novembre 2017). Crediti: US Embassy Canberra [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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