28 maggio 2015

I figli dei desaparecidos e la giustizia in America Latina

di Lucia Ceci

Todo cambia , cantava dall’esilio l’argentina Mercedes Sosa, in piena dittatura dei generali. Il titolo di quel brano è scelto dallo storico Gennaro Carotenuto per riassumere e descrivere il processo che ha portato tre Paesi del Cono Sur (Argentina, Cile, Uruguay), insanguinati a partire dagli anni Settanta da feroci dittature, a passare dall’impunità alla giustizia. Il volume ripercorre vicende drammatiche e proietta con un forte realismo il lettore tra le vittime del terrorismo di Stato. L’impatto è immediato sin dalle prime pagine, in cui Carotenuto descrive le 340 scatole di legno, poste sugli scaffali nella sede dell’équipe di antropologia forense di Buenos Aires, contenenti ossa di esseri umani non ancora identificati. E tra queste, nella stessa scatola, «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Todo cambia si muove tra donne stuprate, giovani sequestrati, torturati e uccisi bambini scomparsi o in vario modo privati dei loro genitori: realtà che chi legge riesce subito a visualizzare, potendo contare su una cinematografia che ha raccontato La notte delle matite spezzate, il Garage Olimpo, gli Hijos. Tale repertorio di immagini consente di comprendere più a fondo la biopolitica della sparizione, e cioè il fatto che far scomparire è diverso, è di più e più grave del “semplice” uccidere: «far scomparire è monito, è indeterminatezza, è terrorismo istituzionalizzato e permanente, e continua ad avere conseguenze devastanti a distanza di decenni sull’intorno familiare e sociale della vittima».

Della desaparición Carotenuto offre una descrizione quantitativa, a partire dai dati forniti nei ponderosi rapporti Nunca más. L’analisi, condotta attraverso indicatori come il genere, la professione, la militanza, l’esperienza dell’uso delle armi, segnala la debolezza della costruzione della minaccia del «nemico interno». Un sistema di terrore bollato Dottrina per la Sicurezza Nazionale, giustificato nel quadro della guerra fredda, sostenuto militarmente dagli Stati Uniti con il Piano Condor, che ha condotto all'eliminazione di un’intera generazione di sindacalisti, pacifisti, militanti dei diritti umani, insegnanti, professori universitari, studenti, ma anche magistrati e militari democratici. Gran parte di loro non aveva mai preso le armi. Come afferma il capitano della Marina militare argentina Adolfo Scilingo nella confessione raccolta dal giornalista Horacio Verbitsky nel libro Il volo: «Non credo che sia morto nessuno che avesse un’importanza tale da essere pericoloso».

La scomparsa rappresenta tuttavia solo il punto di partenza del volume, il cui contributo più originale si colloca sui due livelli della giustizia di transizione e del vissuto dei «figli della dittatura». Sul primo fronte il merito del libro è duplice. Da un lato infatti Carotenuto ricostruisce le tappe del processo che ha portato i tre paesi latinoamericani, e in particolare l’Argentina, a passare dall’impunità alla giustizia e ne individua le specificità. Dall’altro colloca il caso latinoamericano nel più ampio contesto della giustizia di transizione.

Il primo turning point coincide con la presidenza di Raúl Alfonsín, che rende possibile in Argentina il processo alla cupola e la condanna all’ergastolo di Videla e Massera, per allentare di lì a poco la stretta approvando, tra il 1986 e il 1987, le due leggi del Punto Final, che prevede la prescrizione dei crimini per i quali nei due anni precedenti non vi era stata alcuna incriminazione, e di Obediencia debida, che scagiona i militari di rango intermedio in quanto si presume che abbiano obbedito a ordini superiori. Seguiranno gli indulti concessi nel 1989 e nel 1990 dal nuovo presidente Carlos Menem ai repressori già condannati (tra cui Videla e Massera) e ad alcuni guerriglieri ancora incarcerati, in nome della cosiddetta pacificazione nazionale.

Gli anni Novanta diventano dunque il momento dell’impunità trionfante, favorita dalle persistenti implicazioni internazionali del piano Condor: in Argentina i dittatori sono amnistiati, in Cile Augusto Pinochet è senatore a vita, in Uruguay il referendum del 1989 stabilisce che lo Stato debba rinunciare a giudicare le violazioni dei diritti umani.

Ma se da un lato la partita sembra chiusa, dall’altro qualcosa si muove, soprattutto in Europa, con diverse centinaia di processi istruiti in Spagna, Italia, Belgio, Francia e nell’ottobre 1998 il clamoroso arresto a Londra di Pinochet su mandato del giudice spagnolo Baltasar Garzón. I processi europei favoriscono il dibattito pubblico, tappa fondamentale per riaprire il capitolo della giustizia «endogena», che arriva in Argentina con Néstor Kirchner: il flaco che a tre mesi dall’insediamento alla Casa Rosada firma, il 25 luglio 2003, l’adesione argentina alla Convenzione dell’Onu sull’imprescrittibilità dei crimini di guerra e lesa umanità, e nel giro di due anni porta il Congresso ad abolire le leggi di obbedienza dovuta e del punto finale.

Da allora sono stati celebrati centinaia di processi che hanno portato in carcere i colpevoli, tra cui lo stesso Videla: si delinea in tal modo una giustizia penale non legata - sottolinea Carotenuto - a tribunali internazionali come nel caso della ex Jugoslavia nel 1993 e del Ruanda nel 1994, ma a un cambio endogeno di egemonia politica e culturale che coinvolge la società, spingendo migliaia di testimoni a partecipare ai processi che incriminano non solo i capi, ma anche i torturatori: è la sanzione, anche giuridica, dell’insanabile nullità del principio del «soldato obbediente», che comporta il riconoscimento della responsabilità del singolo per crimini come la tortura, lo stupro, l’uccisione, il rapimento di bambini.

Sull’altro fronte tematico, il libro scandaglia il vissuto delle «seconde generazioni»: i figli di desaparecidos e di perseguitati politici che hanno vissuto l’esperienza dell’esilio e del disesilio. Analizzando centinaia di ore di interviste, raccolte dalla fine degli anni Novanta al 2014, Carotenuto mette in luce i precorsi di costruzione di una memoria dell’infanzia ex post, le esperienze di ricerca dei genitori come modello di iniziazione alla vita pubblica, i tentativi di recuperare un’identità cancellando o reinterpretando il rapporto con la famiglia appropriatrice e ricostruendo quello con la famiglia biologica, la relazione, a volte conflittuale, con l’esperienza di vita dei propri genitori, il rapporto con la violenza.

Il tutto è svolto con un forte senso etico che Carotenuto non manca di esplicitare: «tra il capo della DINA cilena Manuel Contreras, anch’egli oggi all’ergastolo, e la dirigente comunista Marta Ugarte, da questo sequestrata, torturata, stuprata e infine lanciata nell’Oceano Pacifico, c’è una distanza non dissimile da quella che c’è tra il male banale di Adolf Eichmann e Anna Frank. Non vi è neanche bisogno di dichiarare o giustificare da che parte si sta».

 

Gennaro Carotenuto, Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, Milano 2015, 233 pp., 14 euro.

 


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