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15 aprile 2018

I missili sulla Siria

di Ingrid Forster*

Che cosa sta succedendo in Siria? Quello che nessuno può capire davvero se non ha passato almeno qualche ora della sua vita con il sibilo delle sirene che chiude la gola per l’angoscia, se non riconosce il tonfo violento delle bombe, se non sa la sensazione della terra che trema sotto i piedi, delle mura di casa che sembrano flettersi come pagine di libro. Non si può capire se non si è passata una di quelle notti di lampi in cui l’aria sembra farsi fin più leggera e poi irrespirabile. E se non si è mai sentita la città avvolta dal silenzio innaturale, senza fine, che poi si rompe con le sirene delle ambulanze, solo un istante prima delle grida e delle voci di chi riemerge e scopre il disastro. 

Questa però è la guerra delle persone, quella vista dalle strade, dalle finestre delle case. Una guerra che conta davvero poco, almeno a giudicare da quanti anni attraversa e devasta la vita delle persone, senza che questo cambi molto nelle scelte di chi può decidere, nelle agende degli Stati, nelle coscienze delle persone. Una guerra che viene tradotta in “lanci di missili controllati, modalità deconflict, guerra di deterrenza”.

Cosa sta succedendo in Siria? In un altro pianeta, a distanza siderale da quello solcato dai crateri lasciati dai missili e dalla distruzione, in un mondo parallelo, c’è invece la guerra dei giornali e dei telegiornali. È una storia sempre più piatta, quasi inutile, estranea. Tradotta in un racconto che smette di essere tale perché non sa più dire. Spiegare. Interrogare. Gli schermi sono densamente popolati da esperti del tutto e del contrario di tutto. Solo qualche punto di domanda, qualche dubbio, riesce a fare capolino qui e là, timido e sparuto nella giungla di ovvietà, nella banalità degli scenari certi, fino a prova contraria. Ma l’oggetto fragile dell’“ombra di dubbio” finisce per essere spazzato via per sempre quando i campioni della correttezza scendono in campo decidendo di seppellirlo con l’onda dell’emozione che nessun ragionamento complesso riesce a gestire. Così in un momento si decide che un bambino vale più di tutti gli altri, di tutti i piccoli morti fino a quel momento. “Ora basta!” proclamano i nuovi indignati, evidentemente occupati da sette anni in altre battaglie: perché tanti sono gli anni della guerra in Siria. Sette anni in cui i bambini sono morti a decine, centinaia e migliaia: nei giorni in cui la ferocia di Isis scandiva le ore di Raqqa, in cui i soldati di Assad sigillavano quartieri dove ogni pezzo di pane era un lusso. Sette anni in cui soldati di molte nazioni, e servizi segreti di un numero ancora maggiore, hanno usato la terra di Siria come lo schema di base di un Risiko funzionale al proprio ruolo globale. Una battaglia per quel posizionamento individuale e strategico che – al di là delle dichiarazioni di principio – continua ad essere l’unica ragione che muove le azioni di queste ore in cui, invece, si consuma pubblicamente il rito liberatorio e collettivo della punizione, dell’indignazione a orologeria. 

Cosa è successo in Siria? Poche sequenze di immagini documentano un attacco chimico di cui nessuno ha ancora fornito prova inconfutabile e di cui nessuno, con ragionevole grado di certezza, riesce ad attribuire la paternità. Un presunto attacco chimico, presuntamente messo in atto dal regime di Assad, che fornisce la giustificazione di un’azione bellica punitiva fin troppo conveniente per molti, sostenuta dal desiderio di giustizia delle coscienze risvegliate per l’occasione.

Il regime di Damasco fa dire ai canali televisivi di suo stretto controllo che si tratta di una montatura ai suoi danni e che, ogni volta che l’offensiva contro i nemici è troppo efficace, si ripete la denuncia dell’attacco. Forse non è così. Ma certo sono in molti tra Siria e Iraq a possedere armi chimiche. Nel gennaio del 2017 il Guardian raccontava a tutta pagina dei laboratori chimici nelle mani di Isis, in Iraq, mentre due anni prima erano stati scoperti altri laboratori sul confine siriano. 

Le armi chimiche sono uno strumento insostituibile. Chiunque sa che non esiste azione convenzionale paragonabile: si possono sterminare siriani innocenti per mesi senza alcuna ritorsione, mentre l’uso delle sostanze chimiche rappresenta l’ormai famosa “red line” usata per giustificare qualsiasi reazione su sala globale. 

Intanto, cosa succede da noi? Da giorni subiamo il racconto schizofrenico che ci arriva dall’altra sponda dell’Atlantico: un presidente twitta messaggi su lanci di missili definiti «nice», per poi assumere – a distanza di poche ore – tono grave per pronunciare le frasi del rito consumato della guerra che comincia. Alle sue spalle, anche se non lo si vede, c’è un nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale, quello stesso John Bolton che nel febbraio del 2003 sostenne l’intervento in Iraq giustificato con il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Le armi, avremmo scoperto poi, non c’erano. La fermezza del falco Bolton nel dire che l’attacco era inevitabile, quella sì. Ed è la stessa quindici anni dopo, quando il nuovo presidente sceglie di raccontare agli americani che è l’ora della giustizia. 

Nella nuova guerra, l’America ha due alleati fidati: Theresa May ed Emmanuel Macron. Regno Unito e Francia. Donald Trump scandisce due nomi così, solitari, come se nulla fosse. 

Non c’era il Congresso, nell’annuncio del presidente degli americani (nonostante la lettera di 88 tra deputati e senatori che gli ricordavano l’importanza di un passaggio congressuale prima di qualsiasi azione per non violare il concetto di “separazione dei poteri”), nessun passaggio a Westminster per il primo ministro May, nessun dibattito pubblico per il presidente Macron che in pubblico, nell’ultima settimana, ha dovuto rispondere troppo spesso agli scioperanti di ferrovie e mezzi di trasporto. 

Tre nomi al posto dei parlamenti, delle istituzioni, delle organizzazioni internazionali. Tre nomi che sembrano polverizzare decenni di ONU, di Consiglio di Sicurezza, di Europa. È davvero un annuncio che sembra rendere insensato tutto il resto. A decidere la guerra bastano loro. A cosa servono le organizzazioni internazionali? Che impatto può avere il dibattito sulla “politica estera” comune se l’atto più estremo di tutti viene deciso così? Non è la prima volta, si dirà. Ma è vero che i gravi errori degli ultimi decenni (la gestione della questione libica su tutti) avevano indotto a pensare che alcune cose non si sarebbero ripetute; che l’Europa avrebbe finalmente pesato. Non è andata così. Se i militari di Russia e Usa continueranno a parlarsi assiduamente forse eviteremo la guerra globale. Rimarrà sul terreno comunque il fantasma di un continente campione dei discorsi sui diritti umani e della democrazia, incapace di trovare una voce sola quando il mondo è sull’orlo del baratro. In un’epoca di percezioni, più dei trattati pesano gli elementi simbolici. I missili su Damasco hanno colpito anche noi.

 

* Pseudonimo di uno studioso italiano di politica mediorientale


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