29 maggio 2018

I nodi dello strappo istituzionale

di Selena Grimaldi

Dopo 84 giorni dalle elezioni del 4 marzo non è nato alcun governo politico. Questo lunghissimo lasso di tempo è stato superato solo in altre 4 occasioni tutte verificatesi durante la stagione degli anni di piombo (mi riferisco alla formazione dei seguenti governi: Cossiga I nel 1979, Andreotti II nel 1972, Craxi I nel 1983, Andreotti III nel 1976) a riprova della fase molto delicata che sta vivendo il sistema politico italiano.

Il M5S – che ha ottenuto il 32,6% dei voti alle elezioni del 4 marzo – e la Lega – che ha conquistato il 17,4% – hanno affermato di aver utilizzato una parte di questo periodo nel tentativo di trovare un accordo di coalizione definendo sia i punti comuni di una potenziale agenda di governo sia la lista dei ministri da presentare al presidente della Repubblica.

All’inizio il leader della Lega Matteo Salvini, ha provato a convincere il leader del M5S, Luigi Di Maio, a formare una coalizione con tutti i partiti del centrodestra che avevano corso uniti alle elezioni del 4 marzo e che avevano ottenuto il 37% dei consensi. Questa opzione era chiaramente irricevibile per Di Maio, che non avrebbe potuto conciliare tale accordo con gli impegni presi in campagna elettorale con la propria base, dato che, fin dagli esordi, il M5S si è contrapposto in modo durissimo a Silvio Berlusconi.

Di conseguenza, in una seconda fase di questo processo, Salvini è sembrato convincersi dell’opportunità di abbandonare i suoi partner elettorali, cioè Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, per tentare di formare un governo giallo-verde pur con una maggioranza molto limitata.

La terza fase è iniziata con la stesura del cosiddetto contratto di governo tra M5S e Lega. Cionondimeno è subito apparso evidente che un grande sforzo riguardava non solo l’individuazione dei punti comuni tra le due forze politiche – spesso fautrici di proposte contrastanti –, ma anche quello delle nomine dei potenziali ministri.

Per quanto riguarda il primo aspetto, molti analisti hanno messo in luce tutte le incertezze di alcuni punti programmatici sia perché non definiti compiutamente o mutualmente esclusivi sia perché privi di una sufficiente copertura finanziaria. Alcuni dubbi sono anche stati sollevati rispetto all’incostituzionalità di talune proposte. Ciononostante Sergio Mattarella ha deciso di non esprimersi su questa delicata questione, probabilmente riservandosi di intervenire una volta che il governo avesse visto la luce, utilizzando il suo potere di rinvio o di moral suasion su specifiche proposte legislative. Tale comportamento presidenziale rinviava al tentativo reale di Mattarella di evitare ogni conflitto istituzionale e soprattutto di non ostacolare la formazione di un governo giallo-verde.

Per quanto riguarda il secondo punto, il primo passo compiuto dalle forze di maggioranza è stato quello di decidere che la Presidenza del Consiglio non sarebbe stata appannaggio né di Di Maio né di Salvini, ma che si sarebbe individuato un candidato condiviso. Il nome scelto è stato quello di Giuseppe Conte, professore di diritto alla prima esperienza politica. Nonostante alcune perplessità (ad esempio, il fatto che il presidente del Consiglio di un governo politico non fosse stato eletto in Parlamento), il 23 maggio Mattarella ha accettato di dare l’incarico a Conte di formare il governo. Tuttavia, prima di fare questo passo, in un discorso tenuto a Dogliani il 12 maggio in occasione del ricordo di Luigi Einaudi, Mattarella ha ricordato il ruolo del presidente della Repubblica nella formazione del governo e, durante le consultazioni, ha richiamato le responsabilità del presidente del Consiglio così come previsto dall’art. 95 della Costituzione.

Un altro aspetto importante da sottolineare è che Mattarella – come ha chiarito nella sua dichiarazione del 27 maggio – aveva precedentemente segnalato al leader della Lega, a quello del M5S e allo stesso Conte che avrebbe posto particolare attenzione all’attribuzione degli incarichi in tre ministeri chiave: Economia, Esteri e Interno. Il vero problema ha riguardato la nomina, fortemente voluta da Salvini, di Paolo Savona al ministero dell’Economia. Savona ha costituito un ostacolo insuperabile per il suo approccio radicale sia in merito al ruolo dell’Italia nell’UE sia sull’opportunità della permanenza dell’Italia nell’euro. Sebbene sia lecito per le forze politiche avere differenti opinioni su questo argomento, il punto costituzionale è che l’assetto europeo non è una questione di opinione politica per la Presidenza. Soprattutto da quando tale assetto è stato costituzionalizzato (si vedano gli articoli 11, 81 e 117 della Costituzione), ragione per cui il presidente – in quanto garante della Costituzione – è tenuto a difendere il diritto europeo e gli accordi presi dall’Italia in sede europea senza tentennamenti. Il presidente della Repubblica ha inoltre chiarito che la nomina di Savona avrebbe verosimilmente prodotto una situazione di instabilità economica con esiti imprevedibili per i mercati e soprattutto per i risparmi dei cittadini italiani.

Per tutte queste ragioni Mattarella ha auspicato la scelta di un profilo diverso per il ministero dell’Economia, lasciando immaginare che potesse essere l’esponente leghista Giancarlo Giorgetti. Anche di fronte a questa alternativa, non si è verificata alcuna apertura da parte delle forze politiche: o Savona o la fine del tentativo di formate un governo Lega-M5S.

È arduo dire se Salvini sperasse davvero in un cedimento da parte di Mattarella o se, come sostenuto da molti analisti, questa fosse una precisa strategia per ritornare alle elezioni. Ad ogni modo, la speranza di un governo politico è del tutto tramontata e il risultato più evidente è che si è aperta una profonda crisi istituzionale.

Le prime reazioni politiche alla decisione di Mattarella di non procedere alla formazione di un governo giallo-verde si sono focalizzate sull’interpretazione dell’art. 92.2 della Costituzione. Molti giuristi hanno sostenuto che secondo tale norma costituzionale il ruolo del presidente nella formazione del governo è tutt’altro che “cerimoniale” e che, al contrario, egli è in tutto e per tutto parte attiva. In altri termini, non è possibile sostenere che il presidente sia obbligato ad accettare sempre e comunque la nomina dei ministri proposti dal presidente del Consiglio, dato che il processo di formazione del governo dispiega la volontà di almeno tre attori: le forze della maggioranza parlamentare, il presidente del Consiglio e il capo dello Stato. Inoltre, se guardiamo alla prassi, molti sono i precedenti che si possono citare e che mostrano come i presidenti abbiano spesso promosso o ostacolato la nomina di taluni ministri nell’esercizio delle loro funzioni. Si pensi all’opposizione a Cesare Previti come ministro della Giustizia nel primo governo Berlusconi da parte di Oscar Luigi Scalfaro o alla pretesa da parte di Carlo Azeglio Ciampi che Renato Ruggiero fosse il ministro degli Esteri nel governo Berlusconi III. Anche guardando ai presidenti della cosiddetta Prima Repubblica, possiamo menzionare il caso di Sandro Pertini che obbligò il candidato presidente del Consiglio scelto dalla DC (Giulio Andreotti) ad essere coadiuvato da due vice presidenti (Ugo La Malfa e Giuseppe Saragat) prima di acconsentire alla formazione del quinto governo Andreotti. Di conseguenza, sembra davvero non sussistano gli estremi per attivare la procedura per mettere in stato di accusa il presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 90 della Costituzione.

Tuttavia, alcune forze politiche hanno immediatamente proposto questa eventualità, in primis Giorgia Meloni e poco dopo lo stesso Luigi Di Maio. Non è la prima volta che il confronto politico giunge a tali radicalizzazioni: nel caso di Giovanni Leone i partiti minacciarono la messa in stato d’accusa per obbligare il presidente alle dimissioni, che furono date, sebbene anni più tardi il nome di Leone sia stato completamente riabilitato dimostrando la sua totale estraneità allo scandalo Lockheed. Nel caso di Cossiga e Napolitano alcuni partiti (PDS e radicali nel primo caso, M5S nel secondo) avviarono la procedura ma il Parlamento non diede l’autorizzazione a procedere.

Una volta comunicata la decisione di non ratificare la nomina di Savona e appurata l’indisponibilità di Lega e M5S di formare un governo rinunciando a quella personalità, il presidente Mattarella ha incaricato l’economista Carlo Cottarelli di formare un governo del presidente, pur nella consapevolezza che molto probabilmente non riuscirà ad ottenere la fiducia del Parlamento.

Molteplici inoltre sono le questioni politiche che stanno emergendo a seguito di queste vicende.

In primo luogo, è probabile che le forze cosiddette populiste incrementino anche considerevolmente i loro consensi sfruttando elettoralmente lo scontro con la presidenza della Repubblica. Sia la Lega che il M5S hanno infatti immediatamente avviato una campagna contro il presidente Mattarella, accusandolo di aver subito, nel compiere le sue scelte, l’influenza dei vertici dell’Unione Europea, delle banche e dei fondi d’investimento, di alcuni governi stranieri, in primis Germania e Francia. Sul fronte del centrodestra, in particolare, vincitore di questa partita appare Matteo Salvini, che facendo saltare l’accordo di governo potrà emergere come leader indiscusso del centrodestra, archiviando Berlusconi definitivamente e forse archiviando anche ogni residuale linea centrista all’interno dello schieramento.

L’altra questione politica legata alle vicende delle scorse ore è data dal fatto che né il M5S né la Lega hanno mai davvero riconosciuto l’autorità di Mattarella, che entrambi decisero di non votare nel 2015. Questa circostanza li facilita nell’additare Mattarella come il presidente della maggioranza che lo elesse e quindi nell’accusarlo di agire in nome del PD e delle altre forze centriste che lo sostennero (NCD o Scelta civica). Queste accuse, ribadite in una martellante campagna elettorale, possono contribuire a indebolire tanto la figura di Mattarella quanto l’istituzione presidenziale in sé, poiché chiamano in causa l’essenza stessa della carica presidenziale, ossia che il presidente rappresenta la nazione nella sua interezza.

Infine, è emersa con chiarezza la possibilità che tra i cittadini italiani possa prendere sempre più piede un’idea discutibile di democrazia – di cui si fanno portatori in questo frangente Lega e M5S – secondo la quale democrazia significa solo affermazione della volontà della maggioranza, e non quella, portata avanti dal presidente della Repubblica, fondata sull’equilibrio tra pesi e contrappesi anche a garanzia delle minoranze.

 

Crediti immagine: da Luca Aless [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons


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