10 luglio 2019

I nuovi equilibri dello scenario politico greco

di Vincenzo Piglionica

Intervista a Francesco Anghelone

Una vittoria netta, in linea con le previsioni della vigilia che vedevano Nea Dimokratia ampiamente in vantaggio sulle altre forze politiche. Dopo quattro anni di opposizione al governo del primo ministro Alexis Tsipras – impegnato durante il suo mandato nel difficile salvataggio di un Paese prossimo al fallimento – il centrodestra torna dunque alla guida della Grecia, forte del consenso del 39,8% degli elettori che si sono recati alle urne. Grazie ai 158 seggi conquistati sui 300 del Parlamento ellenico, Nea Dimokratia potrà inoltre dare vita a un esecutivo monocolore, evitando così le complicate alchimie di coalizioni spurie spesso traballanti, come nel caso dell’ultimo esecutivo nato dall’alleanza tra la sinistra di SYRIZA e i nazionalisti di ANEL. Per comprendere i risultati del voto e le ragioni che hanno portato a tali esiti, tracciare un bilancio del governo Tsipras e analizzare le sfide che attendono il nuovo esecutivo targato Nea Dimokratia e presieduto da Kyriakos Mitsotakis, Atlante ha intervistato Francesco Anghelone, coordinatore dell’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED) dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V.

 

A quattro anni dalle due consultazioni elettorali – gennaio e settembre 2015 – che diedero la vittoria ad Alexis Tsipras e alla sinistra ‘radicale’ di SYRIZA, la Grecia dà nuovamente fiducia ai conservatori di Nea Dimokratia, storica formazione del centrodestra ellenico che ha guidato il Paese tanto negli anni in cui la crisi economica ha covato prima di esplodere, quanto nel periodo delle prime misure ‘lacrime e sangue’. Come si può spiegare questo – se vogliamo – ‘ritorno al passato’?

Le ragioni che hanno portato alla vittoria di Nea Dimokratia sono diverse. Da una parte c’è sicuramente un sentimento di forte disillusione nei confronti di SYRIZA e del suo leader Alexis Tsipras: andato al governo con l’obiettivo di ridiscutere gli accordi della Grecia con i creditori internazionali, Tsipras – dopo alcuni mesi di braccio di ferro con le istituzioni europee – dovette in un certo senso piegarsi a Bruxelles e ai Paesi europei che volevano continuare sulla strada dell’austerity. Il referendum indetto nel luglio 2015 per chiedere ai cittadini greci di accettare o respingere l’accordo proposto dai creditori internazionali fu un boomerang: in una situazione economica gravissima e con le banche chiuse, i greci respinsero l’intesa, per vedere tuttavia poco dopo il loro primo ministro accettare un accordo ancor più duro. In quella fase ci fu la rottura con il ministro delle Finanze Varoufakis, il quale all’interno dell’esecutivo rappresentava senza dubbio l’anima più contraria alle politiche di austerità. Da allora qualcosa si è rotto nel rapporto tra Tsipras e quella parte dell’elettorato greco che vedeva in lui la speranza di un cambiamento. La vittoria elettorale ottenuta nelle nuove consultazioni del settembre 2015 era ancora frutto di quella speranza di cambiamento che aveva portato Tsipras al governo, ma già in quella fase la sua figura di leader si era fortemente ridimensionata.

D’altra parte va detto che Nea Dimokratia, dopo la sconfitta nel 2015, ha accantonato le figure più compromesse con i memorandum e operato un cambiamento netto dei propri quadri dirigenti, scegliendo nel 2016 quale leader Kyriakos Mitsotakis, erede di una delle dinastie politiche più note in Grecia. Suo padre, Konstatinos Mitsotakis, fu primo ministro nei primi anni Novanta, mentre la sorella, Dora Bakoyannis, oltre a essere stata ministro degli Esteri, è stata la prima donna a diventare sindaco di Atene. Il figlio della sorella, Kostas Bakoyannis, è stato eletto nel mese di giugno primo cittadino della capitale. La destra greca dunque si è in qualche modo rifugiata nella tradizione, e ha visto in Mitsotakis quell’elemento di continuità con il passato che rappresenta in un certo senso un fattore di tranquillità. D’altra parte Nea Dimokratia può contare su un elettorato che ha mostrato di essere più compatto di quello del PASOK. Quest’ultimo, sfidato da SYRIZA a sinistra, si è praticamente dissolto già a partire dalle elezioni del 2012. Nea Dimokratia, pur tra mille difficoltà, è riuscita invece a mantenere una percentuale di voti tale da premetterle di rappresentare la principale alternativa a SYRIZA e, grazie anche a un leader giovane erede di una storica dinastia politica del Paese, ha creato i presupposti per tornare al potere.

 

Il vento del cambiamento incarnato da Tsipras nel pieno della crisi greca ha rappresentato una nuova speranza per la sinistra, sia in Europa – Tsipras fu candidato alla presidenza della Commissione UE nel 2014 – che ovviamente in Grecia, con la vittoria nelle due tornate elettorali del 2015. Il confronto con l’attività di governo e la necessità di salvare il Paese dal fallimento hanno però poi costretto il leader di SYRIZA a un bagno di realismo e a fare i proverbiali ‘compiti a casa’ assegnati dalle istituzioni finanziarie internazionali. Si può secondo lei parlare con riferimento a Tsipras di ‘promessa tradita’? Quanto può aver inciso questo sui risultati elettorali?

Certamente Tsipras è giunto al potere in Grecia con la promessa di operare un cambiamento radicale nei rapporti con le istituzioni europee e con i creditori internazionali. In quella fase storica la Grecia era praticamente al collasso e molti cittadini, non vedendo alcuna speranza per il proprio futuro, decisero di affidarsi al leader di SYRIZA. La vittoria nel Paese alle europee del 2014 e i successi alle politiche del 2015 vanno inquadrati in questo contesto socio-politico ed economico. Occorre inoltre ricordare che la vittoria di SYRIZA ha rappresentato una novità assoluta nel panorama politico greco. Mai, prima di allora, un partito della sinistra considerata radicale si era avvicinato alla possibilità di governare. Basti pensare che prima dello scoppio della crisi, alle elezioni politiche del 2009, SYRIZA aveva ottenuto soltanto il 4,6% dei voti, mentre i comunisti del KKE avevano ottenuto poco più del 7,5%.

Giunti al governo, peraltro accettando un’alleanza con la destra nazionalista di ANEL, Tsipras e Varoufakis – quest’ultimo ministro delle Finanze e figura assolutamente di spicco dell’esecutivo – nei primi mesi tentarono in ogni modo di scardinare le politiche che le istituzioni internazionali avevano imposto alla Grecia, senza tuttavia avere alcuna possibilità di riuscirvi. I creditori internazionali non avevano intenzione di cambiare politica e la Grecia non aveva alcuna forza per imporsi, a meno di compiere scelte assolutamente radicali che avrebbero comportato il default del Paese. Il referendum del 2015, in questo senso, è stato il vero spartiacque nella storia dei governi Tsipras. L’uscita di Varoufakis dal governo e la ‘normalizzazione’ del primo ministro, costretto ad accettare un terzo memorandum, hanno di fatto decretato la fine del progetto politico con cui SYRIZA si era presentata all’elettorato greco. L’impossibilità di ribaltare in modo radicale le politiche economiche imposte al Paese ha quindi, senza dubbio, tolto quell’aura ‘rivoluzionaria’ con la quale il leader di SYRIZA era giunto al governo, decretando di fatto la ‘normalizzazione’ di cui ho appena parlato. E un leader radicale ‘normalizzato’, ovviamente, è un leader destinato alla sconfitta.

 

Nel suo libro La troika sull’Acropoli – pubblicato nel 2014 nel pieno della crisi – si ritrova una puntuale ricostruzione delle ragioni storiche che avevano portato la Grecia sull’orlo del baratro, ricordando tanto le responsabilità di una classe politica nazionale poco attenta a una sana gestione delle finanze quanto la miopia della cura somministrata dall’Europa e dalle istituzioni economico-finanziarie internazionali. Oggi, per lo meno formalmente, la troika non è più sull’Acropoli, ma la Grecia in che condizioni versa? Cosa ci si deve poi aspettare in materia economica dal nuovo esecutivo di Nea Dimokratia?

I principali parametri economici ci dicono che il Paese non è oggi in una situazione molto migliore di quella del 2009-2010. Si possono certamente cogliere dei piccoli miglioramenti, ad esempio sul fronte dell’occupazione, ma si tratta di segnali ancora troppo deboli per permetterci di affermare con certezza che il peggio sia alle spalle. La Grecia in questi anni ha svenduto molti dei propri asset economici e infrastrutturali più importanti, e ciò rappresenta un impoverimento rilevante per il Paese. Da Nea Dimokratia, in questo senso, non ci si può attendere un cambio di rotta. Mitsotakis in campagna elettorale ha già chiarito quale sarà la politica economica del governo, peraltro in linea con la tradizionale politica economica di Nea Dimokratia. Le parole d’ordine saranno liberalizzazioni, privatizzazioni, abbassamento delle tasse e tagli agli sprechi. Quest’ultima espressione nasconde però dietro di sé la questione dei tagli ai servizi: occorrerà dunque chiedersi quali saranno, in un Paese ancora fortemente piegato dalla crisi, gli effetti di una tale scelta.

 

Il governo presieduto da Tsipras si è dimostrato piuttosto attivo anche in politica estera, soprattutto su alcuni fronti caldi per Atene. A tal proposito, con la Macedonia è stato raggiunto un importante accordo sul nome ufficiale della Repubblica balcanica, oggi riconosciuta come Macedonia del Nord in linea con i desiderata di Atene che temeva possibili rivendicazioni di sovranità di Skopje sulla Macedonia greca. Gli ambienti conservatori e nazionalisti greci hanno tuttavia espresso scetticismo – quando non aperta condanna – rispetto all’intesa, accusando il leader di SYRIZA di debolezza rispetto all’interlocutore macedone. Quanto può aver inciso anche questo aspetto sul voto?

Gli accordi tra Atene e Skopje che hanno chiuso l’annosa questione del nome della Macedonia, ora non più riconosciuta con l’acronimo FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia) ma come Macedonia del Nord, vanno letti in due modi. Sul piano internazionale Tsipras è stato apprezzato per aver chiuso uno scontro che andava avanti da ventisette anni e che aveva creato non pochi problemi in quella regione dei Balcani. Sul piano interno tuttavia, Tsipras ha ricevuto fortissime critiche. Occorre sottolineare come queste critiche non siano arrivate solo dalla destra nazionalista – la stessa Nea Dimokratia non ha mancato di attaccare Tsipras per gli accordi – ma anche da ampi settori della sinistra. Una figura storica della sinistra greca, come il noto compositore Mikis Theodorakis, ha attaccato duramente il primo ministro per quegli accordi. Occorre infatti comprendere che in Grecia il nazionalismo non è un elemento distintivo tra destra e sinistra come lo è stato per molti decenni in Italia. Pur esistendo certamente delle differenze di carattere politico, il nazionalismo greco va considerato come un elemento assolutamente trasversale e dunque non deve sorprendere che da ampi settori della sinistra, oltre che della destra, siano arrivati attacchi durissimi agli accordi sottoscritti con Skopje. I greci d’altra parte riconoscono nell’eredità della Macedonia di Alessandro Magno un elemento fondante della loro storia e identità, che non sono disposti a condividere con nessuno. Basti pensare che in Grecia il termine con cui si identificano gli abitanti dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia non è ‘macedoni’ come in italiano, ma ‘skopianì’ (ovvero abitanti di Skopje). Su questo tema dunque Tsipras ha certamente pagato un prezzo politico alto e ciò ha senza dubbio avuto un peso nei risultati elettorali.

 

Per concludere, uno sguardo ai risultati ottenuti nel voto dalle diverse forze politiche oltre a Nea Dimokratia. Nonostante la sconfitta, SYRIZA (31,5%) va meglio di quanto ci si aspettasse alla vigilia ed è oramai a tutti gli effetti il polo di riferimento per la sinistra ellenica, mentre il centrosinistra di Kinima Allagis – alleanza comprendente anche i socialisti del PASOK – si ferma all’8,1%. I comunisti greci (KKE) continuano ad attestarsi sul 5%, ma ciò che emerge è soprattutto il crollo dell’ultradestra: Chrysí avgí non ha infatti superato la soglia di sbarramento del 3%, mentre la nuova formazione di ultradestra Elliniki Lysi si è fermata al 3,7% dei voti. Inoltre, con il 3,4% e 9 seggi, entra in Parlamento anche MeRA25, la nuova forza politica di sinistra dell’ex ministro delle Finanze Gianis Varoufakis. Com’è cambiata dunque la geografia politica ellenica?

Volendo operare una semplificazione si potrebbe affermare che tutto cambia perché niente cambi. SYRIZA ha certamente ottenuto un risultato ben oltre le aspettative. I sondaggi nei mesi scorsi la davano in alcuni casi al di sotto del 25%. Aver ottenuto oltre il 31% è dunque certamente un ottimo risultato, al netto delle difficoltà che il governo Tsipras ha dovuto affrontare a partire dalla firma del terzo memorandum del 2015 per arrivare alla questione della Macedonia. D’altra parte occorre capire che oggi SYRIZA occupa lo spazio politico che tradizionalmente era del PASOK e dunque di fatto ha sostituito nel quadro politico greco il partito fondato da Papandreu. Molti ex esponenti del PASOK sono peraltro transitati in SYRIZA a partire dal 2012. È dunque la formazione politica che fa riferimento all’ex ministro delle Finanze Varoufakis a rappresentare quello che era SYRIZA prima del 2012, ovvero una sinistra radicale ma non comunista, come invece è il KKE, che può contare su uno zoccolo duro di voti che però non va oltre il 5%. Il crollo di Chrysí avgí va invece letto sia come il risultato delle tante inchieste giudiziarie e degli arresti che hanno coinvolto il suo gruppo dirigente, quanto alla luce dello spostamento a destra di Nea Dimokratia, che ha ripreso quei voti più radicali di destra che si erano trasferiti su Chrysí avgí. Elliniki Lysi rappresenta invece una destra che certamente ha dei tratti radicali, ma che molto si rifà agli elementi tradizionali della Grecia. Anche in questo caso si potrebbe affermare che sia andata ad occupare lo spazio politico che prima della crisi era occupato dal LAOS, un partito di destra, che aveva anche tratti radicali, molto legato ai tradizionali valori religiosi e nazionali del Paese: del resto, il fondatore e leader di Elliniki Lysi è Kyriakos Velopoulos, che ha militato in passato nel LAOS. In questo senso, se si esclude il PASOK che ormai pare relegato a un ruolo secondario nello scenario politico greco, sembra che si siano ricostituiti i tradizionali poli della politica ellenica.

 

Immagine: Kyriakos Mitsotakis (28 ottobre 2016). Crediti: Giannis Papanikos / Shutterstock.com

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