13 gennaio 2020

I Paesi del Golfo nella crisi tra Stati Uniti e Iran

di Mirko Annunziata

L’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani da parte delle forze armate americane ha tenuto, nei primi giorni del 2020, l’opinione pubblica mondiale con il fiato sospeso, rendendo popolari riferimenti al possibile ed imminente scoppio di una terza guerra mondiale.

Una zona in particolare del pianeta ha vissuto con molta apprensione l’evolversi del braccio di ferro tra le due potenze. I Paesi della penisola arabica sono stati posti in prima linea nel potenziale conflitto da loro né previsto, né tantomeno cercato. Per tale ragione durante le fasi più intense del confronto tutti i Paesi arabi del Golfo hanno mostrato una notevole sincronia d’azione, ancora da capire quanto voluta e quanto invece frutto di una spontanea comunanza d’intenti, mantenendo un basso profilo e lavorando per ottenere uno smorzarsi della tensione, con appelli alla diplomazia soprattutto in direzione del grande alleato americano. Il risultato è che, almeno per il momento, queste nazioni solitamente intente ad affermare la propria immagine a livello globale, nell’attuale dialettica del confronto tra Stati Uniti e Iran risultano quasi assenti. Il che non significa, naturalmente, che non siano coinvolte, ma più semplicemente che la volontà pragmatica di evitare lo scoppio del conflitto ha prevalso su ambizioni e opportunismi particolari.

L’approccio diplomatico può apparire una tappa obbligata per le piccole monarchie arabe del Golfo. Per Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrain la prospettiva di combattere comunque al fianco di una coalizione guidata dallo Stato più potente del mondo è una magra e insufficiente garanzia rispetto alla constatazione che in caso di guerra aperta si troverebbero loro malgrado a fare da primi bersagli per le forze armate di Teheran in quanto Paesi ospitanti basi militari americane a pochi chilometri dalle coste iraniane. Per Paesi ormai tanto prosperi, la prospettiva di ritrovarsi ridotti a un cumulo di macerie nel giro di pochi giorni non può venir controbilanciata da qualunque rivalità regionale, etnica o confessionale, per quanto sentita da una robusta fetta dell’opinione pubblica interna.

Poi c’è il caso qatariota, un Paese da due anni isolato dai vicini arabi e caratterizzato da una difficile politica di equilibrio e che ha intrapreso tra l’altro un graduale avvicinamento all’Iran pur ospitando la più grande base militare americana nella regione. Non a caso, unico tra i suoi vicini e simili, il Qatar si è rivolto direttamente all’Iran, con lo stesso emiro del Paese che è volato a Teheran per incontrare il presidente iraniano Hassan Rohani. La sua peculiare collocazione diplomatica e strategica (nel punto più stretto del canale di Hormuz solo poco più di 30 km separano le coste dei due Paesi; inoltre il Qatar condivide con l’Iran la più grande riserva sottomarina di gas naturale al mondo), rende il Qatar lo Stato più potenzialmente esposto, assieme forse all’Iraq, in caso di conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran. Proprio a partire da questa constatazione Doha ha cominciato a cercare di ottenere buoni affari con entrambi i Paesi, anche a costo di trovarsi ostracizzata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che giustificano l’embargo con il doppio gioco diplomatico dimostrato dai qatarioti.

Al netto delle dichiarazioni ufficiali e del lavoro diplomatico volto a calmare gli animi, la reazione dei piccoli quanto ricchi alleati locali di Washington verso il loro potente alleato è stata perlopiù di sgomento e spavento. In molti si son chiesti quanto ci si possa fidare di un Paese pronto a mosse così imprevedibili. Diversi esponenti militari e governativi hanno confidato di sentirsi infastiditi dal fatto che le forze di sicurezza americane non si siano nemmeno prese la briga di avvertire, rendendo potenzialmente vane le misure di sicurezza dei propri alleati, in caso di reazione ostile dell’Iran.

Eppure la morte di Soleimani sulla carta avrebbe comunque dovuto esaltare questi Paesi arabi e sunniti collocati sulla sponda ovest del Golfo Persico. In un certo senso, l’azione americana è stata intrapresa anche per loro, in conseguenza di anni di conflitto a bassa intensità contro l’Iran e i suoi alleati. Soleimani è stato l’artefice di diversi importanti successi iraniani in Medio Oriente, dal Libano all’Iraq, riuscendo a creare una rete d’influenza trasversale nella regione, da Baghdad a Beirut passando per le montagne sul confine tra Yemen e Arabia Saudita. Un risultato notevole se si considera che è stato ottenuto dal principale Paese sciita in una regione a stragrande maggioranza sunnita e con un diffuso sentimento antisciita. Neanche l’Arabia Saudita, a guardare bene, ha festeggiato la morte del generale iraniano.

Soleimani è stato il principale avversario in Yemen del principe ereditario nonché leader saudita di fatto Mohammad bin Salman (noto con la sigla MbS), quando quest’ultimo era a capo delle forze saudite impegnate nella guerra civile yemenita. Con la morte di Soleimani l’Iran si trova privo di uno dei suoi strateghi politici e militari più capaci. Considerate tali premesse si potrebbe rimanere perplessi nel constatare che sia la telefonata tra MbS e Mike Pompeo, sia l’incontro tra il fratello minore del principe ereditario, Khalid bin Salman, e il presidente americano Donald Trump abbiano assunto toni pacificatori e concilianti nei confronti dei nemici storici. Forse constatare che persino il principale avversario degli iraniani rifiutava l’ipotesi di una guerra può aver contribuito a convincere l’establishment americano a non proseguire oltre e a cercare subito la distensione con il governo iraniano.

Le ragioni per cui i sauditi non si sentono soddisfatti dell’attacco a sorpresa voluto da Trump sono certamente più variegate rispetto a quelle delle altre monarchie del Golfo più piccole. Innanzitutto, l’uccisione di Soleimani giunge per certi versi troppo tardi per poter essere effettivamente d’aiuto agli obiettivi sauditi. Il governo di Riyad da tempo sta cercando di ricalibrare la sua strategia nella regione in risposta ad anni di insuccessi nei teatri di conflitto per procura che hanno visto l’Arabia Saudita contrapposta all’Iran e che rischiano di drenare ulteriormente le risorse economiche del Paese in modo inutile. Il recente avvicinamento tra il governo saudita e quello russo, così come la diminuzione delle azioni militari in Yemen contro gli Houthi costituiscono gli esempi più recenti e clamorosi. MbS sta cercando di ricostruire la strategia politica saudita in Medio Oriente in maniera più dinamica rispetto ai suoi predecessori e più in linea con una visione multilaterale della regione, diminuendo la dicotomia tra i due storici schieramenti (Paesi sunniti e Stati Uniti da un lato, Iran milizie e movimenti antisunniti dall’altro) a favore di legami meno conflittuali con gli altri grandi attori della regione.

A sostegno di questa posizione c’era anche la convinzione che gli USA per primi fossero intenzionati a diminuire il proprio impegno in Medio Oriente. Le recenti dichiarazioni di Trump sul fatto che avendo ottenuto l’autosufficienza nel reperimento di fonti d’energia gli Stati Uniti potessero concedersi nuove “opzioni” in Medio Oriente, sembravano indicare la volontà di disimpegnarsi da un controllo diretto della regione mediorientale.

I sauditi pertanto cominciano a chiedersi se il concetto di nuove “possibilità” paventato da Trump sia legato a una più ampia autonomia di manovra in Medio Oriente. Uno scenario che non necessariamente implica un progressivo disimpegno americano dalla regione, anzi. Qui nasce il terzo elemento di preoccupazione per l’Arabia Saudita, ossia l’eventualità di trovarsi scavalcata dagli Stati Uniti nelle decisioni che contano. A differenza degli altri Paesi arabi del Golfo, per i sauditi il confronto con l’Iran non tocca una dimensione di sopravvivenza quanto, e piuttosto, la ricerca di una posizione di predominio a livello regionale.  Dal punto di vista saudita, l’appoggio di Washington in funzione anti-iraniana costituisce un matrimonio d’interesse basato su regole ben definite. Se gli Stati Uniti continuassero ad agire autonomamente, ogni dimensione di vantaggio per i sauditi nell’alleanza con Washington potrebbe venir meno, con il risultato di indebolire ulteriormente la posizione del Paese rispetto al rivale iraniano.

Soleimani è stato senza dubbio un grande nemico dei sauditi, ma pur sempre nella dimensione di un confronto strutturato in guerre per procura a bassa intensità. Pur nemici, i due Paesi sono sempre stati concordi nel ritenere disastrosa la prospettiva di una guerra aperta. Per questa serie di motivi, il colpo di mano di Washington, sulle cui ragioni si sta ancora discutendo, potrebbe condurre al paradossale sfaldamento dell’alleanza tra gli Stati Uniti e la sua storica coalizione di alleati nel Golfo. Uno scenario che, seppur post mortem, rappresenterebbe la realizzazione del progetto di Soleimani, su di un livello, per giunta, al di sopra delle sue più rosee aspettative in vita.

Nel frattempo i Paesi arabi del Golfo riscoprono che i loro obiettivi strategici in termini di sicurezza sono, tra loro, ben più simili di quel che ritenevano. Una possibile ed inaspettata conseguenza potrebbe quindi essere un avvicinamento che potrebbe portare, innanzitutto, alla conclusione dell’embargo inflitto al Qatar. Una piccola svolta verso una stabilizzazione in direzione contraria, ma incoraggiante, rispetto all’onda di instabilità che sembra dominare attualmente l’area.

 

Immagine: La regione del Golfo. Vista satellitare dettagliata della Terra e delle sue morfologie. Crediti: titoOnz / Shutterstock.com. (elementi dell’immagine forniti da NASA).

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