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16 marzo 2017

I possibili orizzonti orientali della politica tedesca

Etica luterana e moneta forte. Così la Germania è riuscita nel vero miracolo economico: tornare ad essere la forza trainante del Vecchio Continente dopo la distruzione totale nel 1945. Con il consolidamento del progetto comunitario, il sistema tedesco si è imposto naturalmente fino a far assumere al marco, con il Trattato di Maastricht, un’indiscussa centralità nel nuovo sistema monetario continentale. Tuttavia, per mezzo secolo, il suo peso politico in Europa e nel mondo non è stato proporzionale alla sua forza economica, probabilmente a causa di quel senso di colpa scolpito – ancora oggi, ingiustamente – nell’immaginario collettivo a seguito della Seconda guerra mondiale. Eppure le cose sono iniziate a cambiare a partire dalla caduta del Muro di Berlino e dalla successiva “annessione” della DDR. Il rifiuto di partecipare alla Seconda guerra nel Golfo così come la posizione di neutralità presa in occasione dell’intervento anglo-americano e francese nella Libia di Gheddafi e senza dimenticare il ruolo da mediatore assunto da Angela Merkel nella questione ucraina sono segnali evidenti della volontà di Berlino di ritagliarsi uno spazio geopolitico all’interno di un mondo che da unipolare diventa sempre più multipolare. La crisi diplomatica apertasi con lo spionaggio dell’intelligence statunitense verso la Cancelliera tedesca durante l’amministrazione Obama è sintomatica dell’attenzione della Germania per ciò che accade a Est del Vecchio continente, dove, tra l’altro, il governo di Berlino si pone come uno dei più agguerriti alfieri dell’isolamento internazionale di Mosca. Almeno pubblicamente, perché in realtà i due Paesi non hanno mai smesso di lavorare insieme per il raddoppio del Nord Stream, l’infrastruttura energetica che, attraverso il Mare del Nord, porta il gas dalla Russia alla Germania bypassando diversi Paesi inseriti nella sfera di influenza statunitense e della Nato: Repubbliche Baltiche, Polonia e Ucraina. Proprio in occasione dello scoppio della Seconda guerra del Golfo, quando Francia e Germania superarono le tradizionali divergenze per ritrovarsi unite, nel Consiglio di Sicurezza come in Europa, a difesa della pace e contro la guerra voluta da Washington, Henri de Grossouvre, un giovane ricercatore francese di ispirazione gollista, pubblicò un libro intitolato Parigi-Berlino-Mosca. L’avvicinamento tra i due Paesi fu il pretesto per l’autore di lanciare l’idea di estendere la comunità europea verso oriente nella prospettiva di un ingresso di Mosca nell’Unione. La tesi era più o meno questa: sottrarre la Germania dalla sfera atlantica e integrarla in un’area che va da “Brest a Vladivostok” (Charles de Gaulle). In una intervista sul suo libro spiegò, infatti, che “gli Stati Uniti, dal canto loro, non si sono scomposti e hanno lavorato, in questi anni, alla sistematica demonizzazione della Russia di Putin, perché essi sanno che un’Unione Europea continentale fondata sul motore ideale Parigi-Berlino-Mosca li relegherebbe immediatamente al ruolo di potenza secondaria”. Di recente è stato pubblicato un altro libro intitolato Gerussia (Castelvecchi, pp. 183) che torna sugli stessi argomenti e vale la pena studiare per capire quanto sia importante la convergenza russo-tedesca per i nuovi orizzonti della politica europea. L’autore, Salvatore Santangelo, senza auspicare un nuovo patto Molotov-Ribbentrop, spinge ad andare oltre le divisioni del passato: “Gerussia” non è un solo un neologismo coniato dal Centro studi di geopolitica della Duma negli anni Novanta, ma una necessità per ripensare il futuro del Paese dopo la dissoluzione dell’URSS. Forze filorusse non mancano né in Germania né in Francia. Possiamo dire lo stesso per la Russia?

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17 novembre 2016

Il ritorno dei grandi imperi eurasiatici

È la nostalgia del passato a dettare la politica internazionale delle tre grandi potenze tornate sul palcoscenico mondiale dopo l’avvento della crisi siriana. Tre Paesi, Russia, Iran e Turchia, tre imperi, zarista, persiano e ottomano, storicamente avversari o alleati per pura convenienza. Nei momenti di pace sono riusciti a trovare sinergie nel campo militare e commerciale, in quelli peggiori la Russia prima e l’Unione Sovietica poi hanno provato a conquistare qualche pezzo di Turchia o di Iran nella storica marcia del Cremlino verso l’Asia (guerra russo-persiana di inizio Ottocento), il Mediterraneo (guerra attuale in Siria) e i mari caldi (guerra di Crimea del 1853). Eppure, da sempre storici rivali, Mosca, Ankara e Teheran sembrano aver trovato ora un equilibrio in un momento storico che vede  Donald Trump – leader a parole isolazionista – presidente degli Stati Uniti D’America. Il passaggio da un mondo unipolare ad uno multipolare potrebbe accelerarsi nei prossimi anni. 

 

A guidare questo ambizioso progetto, definito “Grande Eurasia”, uno spazio regionale integrato che vada dall’Iran alla Turchia e che rompa l’asse dei Paesi allineati con gli Usa, è appunto Vladimir Putin, il quale, osteggiato da sanzioni economiche da parte dell’Unione Europea e da una russofobia mediatica, ha deciso di rompere l’isolamento internazionale spostando il baricentro della politica neo-zarista nei suoi confini sud-orientali. Da un lato l’Iran degli Ayatollah ha rinunciato al suo programma nucleare sapendo di poter contare sull’ombrello militare del Cremlino, dall’altro il primo ministro Erdogan, ai ferri corti con Usa e Ue dopo il golpe fallito, ha rinunciato alla defenestrazione di Assad in Siria in cambio della realizzazione del Turkish Stream che permetterà alla Russia di portare il suo gas naturale ai Paesi dell’Europa occidentale, tra cui l’Italia, senza passare dai gasdotti dell’Europa orientale, in particolare attraverso l’Ucraina, Paese con cui il governo di Mosca ha da tempo chiuso i rapporti a causa della guerra scoppiata quasi due anni fa. 

 

In questa triangolazione complessa c’è anche il fattore religioso: Erdogan è un sunnita chiamato a re-islamizzare un Paese nato sui principi laici di Ataturk che ha sempre avuto più affinità con il “cristiano ortodosso” Putin che con la Guida Suprema della Repubblica Islamica, in fin dei conti diretto concorrente nella rappresentanza politico-religiosa della Umma. Allo stesso modo Erdogan, come Putin, è un capo di Stato fortemente nazionalista, radicalmente identitario, che si rifà ad un passato imperiale seppur rielaborato al terzo millennio. Non a caso molti analisti parlano di neo-zarismo e di neo-ottomanesimo (o addirittura di “panturanismo”). Al contrario l’Iran, che già da tempo è riuscito a far conciliare l’eredità persiana con l’Islam politico oltre a difendere gli alleati sciiti fuori dai confini (iracheni, libanesi e siriani) attende più che altro il reinserimento del Paese, dopo decenni di emarginazione, nella comunità internazionale e nel commercio mondiale.

 

La questione siriana ha fatto da spartiacque e allo stesso tempo da punto di congiunzione tra queste tre potenze. Prima della guerra la Turchia aveva ottimi rapporti diplomatici sia con Bashar Al Assad che con Ahmadinejad; tuttavia con il passare degli anni ha voltato le spalle ai due  leader per schierarsi al fianco di Stati Uniti e Arabia Saudita, intavedendo nella destabilizzazione della Siria un modo raffinato per occupare il Nord del Paese e porre fine al problema curdo (turco-siriano). Così Erdogan ha dichiarato guerra al suo vecchio alleato facendo passare migliaia di jhadisti e colpendo il cuore dell’alleanza russo-iraniana che da cinque anni difende ad oltranza il governo di Damasco.

 

Ora gli scenari evolvono molto rapidamente. In seguito al golpe fallito del 15 luglio di quest’anno, la politica estera anatolica è cambiata di 180 gradi, allontanando la Turchia da Occidente e posizionandola sempre più in Eurasia. Una virata di convenienza geo-strategica ed economica evidentemente. Oltre ai recenti due incontri tra lo “Zar” e il “Sultano” bisogna infatti sottolineare alcuni importanti incontri preliminari. Prima dell’estate il presidente kazako, Nursultan Nazarbayev, alleato strategico della Russia, e l’omologo turco Erdogan, hanno firmato la Dichiarazione Congiunta sulla Riconciliazione Islamica, mentre il giorno prima dell’incontro a San Pietroburgo, l’8 agosto, a Baku si sono tenuti i colloqui dei capi di Stato russo, azero e iraniano, per la costruzione di un nuovo corridoio economico eurasiatico tra India e Russia, che potrebbe de facto includere anche la Turchia in seguito agli accordi sul Turkish Stream. Per Erdogan si tratta di una grande opportunità: un’area economica e geopolitica, oltre che identitaria, in Asia Centrale, dove poter estendere, nei limiti territoriali degli altri due imperi, il suo dominio.

 

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11 gennaio 2017

Le accuse di Obama a Putin: è l’inizio del cyber warfare?

La storia militare dell’umanità è, innanzitutto, una storia di grandi scoperte tecnologiche che improvvisamente ribaltano il tavolo, imponendo nuovi equilibri e nuove strategie alle potenze della propria epoca. Esattamente un secolo fa l’avanzata vincente dei carri armati britannici a Cambrai, sul fronte Occidentale, segnò l’inizio della fine della guerra di trincea, un carnaio che negli anni precedenti il primo conflitto mondiale sembrava inevitabile, a sua volta frutto delle innovazioni tecnologiche della seconda rivoluzione industriale che permisero la produzione in serie di mitragliatrici e artiglieria pesante. Nel 1945 l’esplosione delle due bombe atomiche ad Hiroshima e Nagasaki diede inizio all’epoca atomica, le cui conseguenze si estesero ben oltre la dimensione militare.

Il 2017 potrebbe costituire l’inizio della cyber war come nuovo, grande paradigma dei conflitti futuri. Ironia della sorte vuole che, in un certo senso, si abbia a che fare con un ritorno al passato, considerando che Internet nacque proprio come tecnologia militare negli anni Sessanta.

Del resto, questo tipo di attacchi informatici condotti da Stati ai danni di altri Stati nemici non sono una novità. Dieci anni fa Stati Uniti e Israele misero a punto un virus, Stuxnet, pensato per attaccare i sistemi delle centrali iraniane e rallentare il percorso di Teheran verso la bomba atomica.

Cosa è avvenuto dunque di tanto importante da far sì che molti commentatori internazionali parlino di inizio della guerra informatica come nuovo scenario della politica globale? Accade che la politica, che anima e fornisce uno scopo alle dinamiche militari, sta iniziando a dare un peso cruciale al cyber warfare. Durante gli ultimi giorni del 2016 il presidente uscente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha messo a punto una serie di misure contro la Russia, accusata dalla CIA di aver favorito Donald Trump con alcuni attacchi hacker con nome in codice “Grizzly Steppe”. Questi attacchi avrebbero permesso, grazie ad azioni di phishing, di violare la mail di John Podesta, capo della campagna elettorale di Hillary Clinton. Gli hacker hanno potuto così accedere a circa 60.000 mail riservate sulla candidata presidente, le quali una volta diffuse per mezzo di Wikileaks, avrebbero intaccato l’immagine di Clinton influenzando l’esito del voto del 4 novembre a favore di Trump, dalle posizioni molto più concilianti verso il Cremlino rispetto all’ex Segretario di Stato americano, nota invece per sostenere da anni una linea dura da parte degli Stati Uniti verso Putin.

Accuse pesantissime quelle rivolte ai russi, che se confermate minerebbero l’essenza stessa della più potente democrazia del mondo, attaccandone il rituale più importante e delegittimando il Commander in Chief appena eletto. Talmente gravi che, per la prima volta nella storia uno Stato, gli Stati Uniti, ha deciso di attuare delle rappresaglie contro un altro, la Russia, a causa di attacchi informatici.

Per questa ragione proprio adesso si sta parlando sempre più di anno zero del cyber warfare. L’hackeraggio tra Stati è una misura vecchia quanto Internet, ma la crescente dipendenza delle società dalle reti informatiche sta portando i governi a considerare una violazione del proprio cyber spazio un vero e proprio “atto di guerra”, per citare le parole usate dal senatore americano (nonché ex candidato alla presidenza per i repubblicani) John McCain nel commentare gli attacchi informatici.

Oltre a nuove sanzioni economiche, Obama ha ordinato l’espulsione di 35 diplomatici russi, accusati di aver favorito l’opera degli hacker sotto la regia diretta del presidente russo Vladimir Putin.

Il diretto interessato, per il momento, fa spallucce e minimizza, liquidando le accuse come il capriccio di un uomo, Obama, ormai finito politicamente. Del resto, se l’obiettivo della Russia era non solo far sedere sulla poltrona dell’uomo più potente del mondo una figura amica, ma anche destabilizzare quello che resta un acerrimo rivale, allora al momento sembra che Mosca abbia vinto su tutta la linea.

Trump, infatti, non solo ha dichiarato di non credere alla veridicità di questi attacchi, ma ha fatto i complimenti a Putin per la “pazienza” dimostrata nel non ricorrere a propria volta a ritorsioni contro gli Stati Uniti e, al tempo stesso, è entrato in polemica con la CIA. L’oggetto della discordia è proprio il rapporto stilato dalla sicurezza americana in grado di dimostrare, secondo Obama, la veridicità del coinvolgimento del governo russo negli attacchi. Trump avrebbe dovuto tenere un incontro con i responsabili delle agenzie di sicurezza per discutere del rapporto ma, riporta il tycoon su Twitter, per ragioni a lui ignote il meeting è stato annullato: una versione smentita dalle stesse agenzie.

Il rischio di spaccatura tra Trump e le forze d’intelligence non piace affatto al Congresso, così come non piacciono le sue posizioni fortemente favorevoli a Putin. Da un lato la volontà di Trump di cambiare completamente la politica estera americana verso la Russia, dall’altra il rischio che questo riavvicinamento possa dar forza alle accuse lanciate dalla CIA, rendendo il presidente appena eletto inviso all'intero Congresso, repubblicani compresi, prima ancora di salire al potere.

Al di là delle decisioni che prenderà Trump, una volta dato inizio al suo mandato, queste vicende stanno già provocando effetti al di fuori dei confini americani. Un tempo le lotte informatiche erano appannaggio esclusivo degli uffici d’intelligence e lì, solitamente, restavano con i governi che ben si guardavano di mostrare ai propri cittadini l’andamento della competizione via rete contro i propri avversari.

Obama potrebbe aver deciso di spendere gli ultimi giorni del proprio mandato in un’azione il cui peso politico magari verrà meno non appena Trump salirà al comando e riavvicinerà Washington a Mosca, ma la cui eco permetterà a molti altri Stati di non tenere nascosti i propri guai in materia di sicurezza informatica e rendere partecipi i propri cittadini, esattamente come già avviene per gli spazi fisici quali il suolo, i mari, i cieli, ai quali è destinato ad affiancarsi a pieno titolo lo spazio “virtuale” della rete web.

E sotto questo aspetto, comincia già ad esserci qualche cambiamento. La Germania, prossima alle elezioni politiche, ha espresso pubblicamente il timore che i russi possano ritentare quanto fatto a danno degli Stati Uniti con l’obiettivo di indebolire la posizione di Angela Merkel, ricandidatasi per il quarto mandato e nota per essere dichiaratamente ostile alla politica estera di Putin. Intanto, sempre con l’inizio dell’anno nuovo, India e Pakistan, di solito abituate a scambiarsi colpi d’artiglieria per ricordarsi di essere in uno stato di conflitto perenne per il Kashmir, hanno reciprocamente dichiarato di essersi “hackerate” a vicenda. La tecnologia ha di nuovo ribaltato il campo della competizione militare: tocca ora agli Stati dimostrare di essere in grado di trarne vantaggio.

 

Per approfondire: La comunicazione ufficiale del Dipartimento della Sicurezza Interna sugli attacchi russi (con allegate le righe di codice da tenere d’occhio per verificare se il proprio sistema è stato attaccato) https://www.us-cert.gov/security-publications/GRIZZLY-STEPPE-Russian-Malicious-Cyber-Activity

 

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22 febbraio 2017

I rapporti Usa-Russia, tra annunci elettorali e Realpolitik

Due grandi protagonisti delle relazioni internazionali, un binomio che ha segnato in profondità la storia contemporanea, una rivalità su cui si è imperniato il confronto bipolare negli anni della guerra fredda, non solo come conflittualità eminentemente geopolitica, ma come manifestazione di diverse ideologie e di visioni radicalmente contrapposte del mondo. Poi il crollo del Muro, l’ipotizzata ‘fine della storia’, l’affermazione dell’iperpotenza americana fino al rimescolamento delle carte, con un nuovo ordine internazionale i cui contorni continuano ad apparire incerti. Sulla scena globale però, Mosca è tornata e ha tutta l’intenzione di restarci, raccogliendo idealmente – e con le dovute proporzioni – l’eredità di potenza geopolitica che un tempo spettava all’Unione sovietica. Tra la Casa bianca e il Cremlino, i rapporti si ridefiniscono e si ridisegnano, alla paziente tessitura delle tele del dialogo si contrappone poi spesso la loro rapida distruzione all’acuirsi delle tensioni, i rari interessi coincidenti e quelli assai più frequentemente contrapposti si intrecciano in una trama complessa, la cui lettura risulta non sempre agevole.

Dopo il deterioramento delle relazioni tra Washington e Mosca negli ultimi anni di amministrazione Obama – Ucraina e Siria i tavoli più critici dell’aspro confronto – l’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump ha lasciato spazio a nuove ipotesi di apertura, palesate dallo stesso tycoon newyorkese che non ha mai negato di puntare a una decisa stabilizzazione dei rapporti con la Russia né fatto mancare il proprio personale apprezzamento alla leadership di Vladimir Putin.

Il quadro è tuttavia molto più articolato di quanto non appaia prima facie, e a complicare ulteriormente la situazione sono intervenute le vicende che hanno visto coinvolto il consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn. La denuncia è arrivata il 9 febbraio dal Washington Post: nel mese di dicembre – quando Trump non si era dunque ancora insediato – Flynn avrebbe conversato telefonicamente con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak, rassicurando il suo interlocutore e lasciando intendere che l’imminente nuova amministrazione avrebbe potuto rimuovere le sanzioni che Obama stava imponendo sulla Russia per le presunte interferenze nel processo elettorale statunitense. A rendere particolarmente instabile la posizione di Flynn non sarebbero tuttavia stati tanto i colloqui con il diplomatico russo, quanto soprattutto le successive dichiarazioni rese all’FBI durante un interrogatorio avvenuto nel mese di gennaio, quando il generale negò di aver affrontato con Kislyak l’argomento delle sanzioni; una posizione, questa, ribadita anche al vicepresidente Mike Pence.

«Nello svolgimento delle mie funzioni come prossimo consigliere per la sicurezza nazionale – dunque durante la transizione dall’amministrazione Obama a quella di Trump – ho interloquito con diverse controparti straniere. Purtroppo, ho inavvertitamente informato in modo incompleto il vicepresidente eletto e altre persone circa le mie telefonate con l’ambasciatore russo, e di questo mi sono scusato»: con queste parole, Flynn ha spiegato i suoi comportamenti e rassegnato le dimissioni dall’incarico di consigliere, mentre Trump non ha mancato di lanciare i suoi tradizionali attacchi contro i mezzi d’informazione e gli ambienti dell’intelligence per la fuga di notizie che ha portato all’esplosione – anche mediatica – del caso. Gli interrogativi emergono tuttavia quasi spontaneamente: cosa può aver portato Flynn a interessarsi della questione sanzioni nella telefonata con l’ambasciatore? E Trump era a conoscenza dell’iniziativa del suo consigliere? Se la Casa bianca era già stata informata della ricattabilità di Flynn in merito ai contenuti della chiamata, perché il consigliere ha lasciato il suo ruolo così tardi? Come considerare poi le rivelazioni del New York Times, che cita fonti secondo cui uomini dell’entourage di Trump erano in contatto con l’intelligence russa già prima delle elezioni?

Ufficialmente il Cremlino non ha preso posizione, dichiarando che le dimissioni di Flynn sono da considerarsi questione interna agli USA, ma diversi esponenti politici russi si sono detti convinti del fatto che il vero obiettivo di taluni ambienti americani fosse quello di lanciare un messaggio all’amministrazione Trump contro l’ipotesi di un rafforzamento del dialogo tra Washington e Mosca. Ed è proprio questo, alla fine, il nodo fondamentale: quali saranno le direttrici lungo le quali si svilupperà il confronto internazionale tra Stati Uniti e Russia? Come suggerisce in New York Times, è probabile che l’entusiasmo russo per l’elezione di Trump sia stato abbastanza prematuro, considerando che negli ultimi tempi le posizioni della sua amministrazione sono state parzialmente ricalibrate rispetto agli inizi. Si pensi ad esempio alla NATO, che Trump ha prima definito ‘obsoleta’ salvo poi garantire il pieno supporto statunitense all’Alleanza, confermato esplicitamente dal vicepresidente Pence nel suo viaggio in Europa. Ancora, l’ambasciatrice statunitense presso l’ONU Nikki Haley ha criticato Mosca per il suo coinvolgimento nella crisi ucraina, e sul punto è stato nuovamente Pence a intervenire, dichiarando che è necessario che la Russia si assuma le sue responsabilità e onori gli accordi di Minsk. Il 14 febbraio poi, il portavoce della Casa bianca Sean Spicer ha voluto rimarcare che rispetto a Mosca il presidente si è mostrato recentemente molto determinato, chiedendo una de-escalation delle violenze in Ucraina e la restituzione a Kiev della Crimea, possibilità categoricamente esclusa dalla Russia.

D’altro canto, la Casa bianca potrebbe cercare di proseguire lungo la linea del dialogo con il Cremlino anche dopo l’addio di Flynn, per quanto la scelta del generale McMaster come suo successore lascia pensare a un approccio più deciso nei confronti della Russia. Gli scenari restano dunque fluidi, e con tutta probabilità i prossimi mesi saranno tanto per Mosca quanto per Washington di riflessione e attento studio delle mosse della controparte.

 

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20 dicembre 2016

La morte di Karlov non mina la distensione tra Russia e Turchia

"Non dimenticatevi di Aleppo! Non dimenticatevi della Siria!". Grida al mondo il suo messaggio Mevlut Mert Altintas, mentre tiene ben salda in pugno la pistola con cui ha appena freddato Andrey Karlov, ambasciatore russo in Turchia. Istanti terribili, che in presa diretta colpiscono ancora di più per la loro drammaticità: le immagini mostrano il diplomatico accasciarsi al suolo mentre sta tenendo un discorso sul palchetto allestito per una mostra fotografica ad Ankara, colpito da chi si trovava a pochi metri da lui. Il killer è lì, un poliziotto di 22 anni, identificato come Mevlut Mert Altintas, che dopo aver portato a termine il suo piano di morte lancia il suo monito su Aleppo e sulla Siria, su quella realtà dilaniata da anni da una sanguinosa guerra civile ma anche terreno di un complesso risiko geopolitico che vede impegnati attori globali e potenze regionali. Il killer vuole vendetta, aggiunge che non uscirà vivo da quello che è diventato il ‘suo’ campo di battaglia, e alla fine cadrà anche lui sotto i colpi delle forze di sicurezza.

La condanna è stata unanime, dalle Nazioni Unite tramite il segretario generale Ban Ki-moon alla Casa Bianca, dalla Cina fino all’Unione Europea, mentre la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova ha esplicitamente parlato di ‘giornata tragica nella storia della diplomazia russa’, aggiungendo che la questione dell’omicidio di Karlov sarà sollevata in sede di Consiglio di sicurezza ONU. Leciti anche i dubbi concernenti l’effettiva capacità di Ankara di garantire le necessarie condizioni di protezione e sicurezza ai diplomatici stranieri, considerando la facilità con cui il killer ha potuto centrare il suo obiettivo.

In attesa che il quadro relativo al brutale assassinio si chiarisca – e la Russia ha già confermato che invierà suoi uomini per collaborare alle indagini – sono però le conseguenze geopolitiche dell’accaduto che tengono banco in queste ore convulse. Uno dei primi, fondamentali nodi da sciogliere riguarda le ripercussioni che l’attentato avrà sulle relazioni tra Ankara e Mosca, che dopo aver toccato picchi di criticità con l’abbattimento da parte turca di un Sukhoi russo nel novembre del 2015, stavano progressivamente migliorando. A suggellare i tentativi di normalizzazione, un primo importante incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan nel mese di agosto, seguito da un ulteriore confronto nel mese di ottobre.

Nelle ore immediatamente successive all’uccisione del diplomatico, il Cremlino e la Turchia sono parsi sulla stessa lunghezza d’onda: Putin ed Erdoğan si sono infatti sentiti al telefono, e la posizione comune è che l’attacco mirasse a far deragliare il processo di distensione e la cooperazione fra i due Paesi. In questa prospettiva, i leader politici di Mosca e Ankara hanno voluto mettere in chiaro che la Turchia e la Russia ‘non cederanno a questa provocazione’, evidenziando come la volontà di collaborazione permanga, e anzi Putin ha voluto precisare che l’unica risposta possibile è un rafforzamento della lotta contro il terrore.

Sotto questo profilo dunque, come ha sottolineato Mustafa Akyol in un tweet citato dal Washington Post, l’uccisione dell’ambasciatore Karlov non rappresenterà ‘il 1914’ delle relazioni russo-turche, con chiaro riferimento all’anno dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando che fu la scintilla per il primo conflitto mondiale: anzi, proprio a seguito di quanto accaduto, Mosca e Ankara potrebbero persino avvicinarsi ulteriormente, nella prospettiva di un fronte comune relativamente distante dalle posizioni dell’Occidente.

La seconda grande direttrice lungo la quale si dipana la matassa di conseguenze geopolitiche dell’omicidio Karlov è evidentemente il fronte di guerra siriano, come del resto Russia e Turchia hanno riconosciuto: in ballo non ci sono infatti soltanto le relazioni russo-turche, ma la più complessa partita siriana, soprattutto a seguito delle recenti evoluzioni sul fronte di Aleppo. E anche su questo punto Mosca e Ankara sono state esplicite: tra gli obiettivi dell’attacco c’è la volontà di mettere in discussione il ‘processo di pace siriano’. L’attentato è peraltro avvenuto alla vigilia di un vertice tra Turchia, Russia e Iran dedicato a tale questione.

 

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22 novembre 2016

Un vento pro-russo soffia in Bulgaria e Moldavia

Venti impetuosi soffiano sull’Occidente: forze anti-globalizzazione e movimenti di chiara ispirazione nazionalista si ramificano e consolidano la loro presenza sulla scena, figure apertamente anti-establishment si impongono nel dibattito e scardinano i sistemi politici per come li abbiamo conosciuti negli ultimi decenni, nuovi e complessi scenari geopolitici iniziano a delinearsi all’orizzonte. Si tratta di una tendenza in movimento e in continuo divenire, indizio di un mutamento probabilmente epocale e rispetto al quale le attuali classi politiche si sono fatte trovare impreparate o comunque poco capaci di dare risposte, un cambiamento di cui si è avuta ulteriore chiara prova in tempi recentissimi su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico, tanto in Europa – con il voto sull’uscita del Regno Unito dall’UE – quanto negli Stati Uniti, con l’inattesa vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali.

Venti che inquietano le cancellerie occidentali soffiano anche ai confini estremi del Vecchio Continente, in quello spazio geografico e politico che una volta si trovava a est della Cortina di ferro e che – dopo il crollo dell’Unione Sovietica – è progressivamente entrato nell’orbita gravitazionale del ‘mondo dei liberi’: è questa una zona di passaggio e di frontiera, cerniera tra Occidente europeo ed ‘estero vicino’ russo, luogo dove interessi geopolitici diversi e talvolta confliggenti si incontrano, provano a dialogare e spesso rischiano di scontrarsi. Questi venti, che a lungo hanno soffiato verso ovest, sembrano ora aver cambiato direzione, spirando verso Mosca.

Mentre molti analisti e gran parte dell’opinione pubblica internazionale continuavano a guardare a Washington cercando di interpretare gli esiti delle elezioni statunitensi, il 13 novembre si tenevano in Moldavia e Bulgaria due importanti appuntamenti elettorali, per procedere alla scelta dei nuovi presidenti della Repubblica. In entrambi i casi la posizione è largamente cerimoniale, ma al di là delle concrete funzioni collegate alla carica istituzionale, ciò su cui è opportuno soffermarsi è il segnale politico lanciato dagli elettori dei due Paesi.

Nella ex Repubblica sovietica, il nuovo capo dello Stato sarà Igor Dodon, presidente del filorusso Partito dei socialisti della Repubblica della Moldavia (PSRM) che al ballottaggio ha sconfitto – con il 52,1% dei consensi – la candidata europeista del Partito azione e solidarietà (PAS) Maia Sandu, che si è fermata al 47,9% delle preferenze. Subito dopo le consultazioni, la Sandu aveva denunciato brogli, contestando in particolare alcuni episodi di ripetizione del voto, l’impossibilità per molti cittadini della diaspora moldava di votare – in talune sedi estere le schede sono andate esaurite prima della chiusura dei seggi – e l’importante affluenza alle urne di elettori provenienti dalla separatista e filorussa Transnistria, favorevoli ovviamente a Dodon.

Vista da fuori dei confini del Paese, la competizione elettorale è stata innanzitutto inquadrata nell’ottica di una contrapposizione tra Occidente europeo – con la Sandu che aveva ricevuto il sostegno di importanti figure della politica continentale – e Oriente russo, con il PSRM e il suo candidato più orientati verso Mosca. Sulla base di questa chiave interpretativa, che tende a leggere i risultati interni ricollegandoli alle diverse aspirazioni di politica estera, emerge dunque la fotografia di un Paese politicamente polarizzato, con lo sguardo rivolto sia a Bruxelles che verso il Cremlino. Gli esperti hanno tuttavia osservato che, pur fornendo alcuni interessanti spunti di riflessione, tale impostazione potrebbe produrre una lettura ipersemplificata degli esiti del voto, non consentendo di cogliere alcuni elementi centrali – ed eminentemente nazionali – del quadro politico moldavo. Autoreferenzialità e corruzione paiono di casa nei palazzi del potere di Chişinău, mentre il resto del Paese arranca ancora tra povertà e arretratezza: gli elettori che si sono recati alle urne sono dunque quei cittadini arrabbiati che nel corso del 2015 e del 2016 hanno manifestato nelle piazze, facendo sentire la loro voce contro una classe politica travolta dagli scandali – come quello della ‘sparizione’ nel novembre 2014 di un miliardo di euro da tre grandi banche moldave – e oligarchi che dietro le quinte muovono i fili. Sia la Sandu che Dodon si sono presentati come candidati di rottura e, come ha osservato per Carnegie Endowment Vladimir Solovyov, tutti e due potevano contare sul sostegno di forze che hanno supportato le proteste. Inoltre, entrambi hanno preso le distanze dal potentissimo Vlad Plahotniuc, accusandosi reciprocamente di essere in realtà in combutta con lui. Vicepresidente del Partito democratico della Moldavia e businessman tanto ricco quanto inviso all’opinione pubblica, Plahotniuc è il simbolo di quella oligarchia che ha penetrato i fondamentali centri di comando a Chişinău, espressione cioè di una classe politica ed economica che per anni si è professata filoeuropea – continuando peraltro ancora oggi a farlo – ma ha gestito il potere in modo assai discutibile. La Sandu – che dal Partito democratico della Moldavia aveva ricevuto l’endorsement dopo il ritiro del candidato Marian Lupu – ha declinato in modo radicalmente differente il suo europeismo, ma i cittadini moldavi hanno comunque deciso di premiare il filorusso Dodon, che avrà però come suo interlocutore un Parlamento e un governo controllati dalle forze ‘pro-Europa’. Nel frattempo Plahotniuc continuerà presumibilmente a giocare un ruolo di primissimo piano nella vita politica del Paese.

Le cronache internazionali hanno poi parlato di una Bulgaria che sembra ugualmente essersi spostata verso Mosca, ma a Sofia come a Chişinău tale prospettiva rischia di relegare sullo sfondo quelle dinamiche di politica interna che invece tanto peso hanno avuto negli equilibri elettorali. Nel Paese più povero dell’UE, a vincere è stato – con oltre il 59% dei consensi al secondo turno – il candidato indipendente Rumen Radev, ex generale su cui ha deciso di convergere anche il Partito socialista bulgaro. Nella sua retorica, Radev ha sicuramente mostrato una maggiore apertura verso la Russia, ma soprattutto non ha mancato di far leva sul concetto di interesse nazionale, riuscendo ad esempio a conquistare il consenso di chi si oppone ai meccanismi europei di ricollocazione obbligatoria dei migranti. Il quadro politico bulgaro è poi caratterizzato da particolare instabilità, e anche in Bulgaria come in Moldavia non sono mancate le proteste contro un sistema che fa fatica a riformarsi e in cui la corruzione è endemica.

Prendendo atto dei risultati del voto, il premier Boyko Borisov – leader del partito GERB che proponeva come capo dello Stato la presidente del Parlamento Tsetska Tsacheva – ha rassegnato le sue dimissioni, pertanto si procederà alla formazione di un governo provvisorio in attesa che le elezioni definiscano più chiaramente i nuovi equilibri. Sul possibile slittamento di Sofia verso Mosca, sul blog della London School of Economics Dimitar Rechev invita a un’analisi di tipo pragmatico: certo, la retorica rispetto all’attuale presidente Plevneliev dovrebbe cambiare, ma Radev avrà la possibilità di giocare su più tavoli e proverà ad avvicinarsi al Cremlino senza compromettere l’ancoraggio di Sofia all’Occidente. Il neoeletto capo dello Stato ha voluto del resto subito precisare che le partecipazioni della Bulgaria all’UE e alla NATO non sono in alcun modo in discussione, ma ha anche evidenziato che essere filoeuropei non implica necessariamente posizioni anti-russe.

Il voto in Moldavia e Bulgaria non va dunque letto esclusivamente attraverso la lente della contrapposizione ‘Occidente vs. Russia’, perché tante sono le dinamiche che hanno prodotto le vittorie di Dodon e Radev. Al Cremlino però, i motivi per esultare ci sono tutti.

 

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