22 gennaio 2020

I punti critici dell’intesa di Berlino sulla Libia

di Michela Mercuri

Si è svolta domenica 19 gennaio la Conferenza di Berlino per la Libia, che ha visto la partecipazione dei leader dei principali Paesi a vario titolo coinvolti nel complesso teatro libico. Tra i presenti, la Turchia, alleata di ferro di Fayez al-Sarraj; gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Russia, finanziatori dell’avanzata di Khalifa Haftar verso Tripoli; gli Stati Uniti (con la presenza del segretario di Stato Mike Pompeo); la Francia; l’Italia e, naturalmente, la “padrona di casa”, la Germania di Angela Merkel che è riuscita nella non semplice impresa di far sedere intorno a un tavolo attori che fino a poche ore prima stavano portando avanti una guerra per procura nella ex Jamahiriya. Presenti, seppure in stanze blindate e ben separate, anche al-Sarraj e Haftar, i principali protagonisti di una guerra che si protrae dallo scorso 4 aprile.

Tutti i partecipanti, tranne i due leader libici, hanno accolto la proposta predisposta dalla Germania e concordata con UNSMIL (UN Support Mission in Libya), la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia. Un piano ambizioso che mira a riportare la stabilità nel Paese attraverso alcuni step fondamentali. Il leader onusiano e il generale hanno accettato soltanto di impegnarsi nella creazione di un “comitato 5+5” formato da rappresentanti, da loro scelti, per monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli schieramenti sul terreno. Gli altri punti del memorandum prevedono l’embargo sull’arrivo di nuove armi, un percorso politico-istituzionale per la creazione di un nuovo consiglio presidenziale, preludio per elezioni presidenziali e parlamentari e per una nuova Costituzione. A ciò si aggiunge la riforma del settore della sicurezza, con il ripristino del monopolio dello Stato sull’uso legittimo della forza, tramite l’istituzione di unità armate e di polizia unificate sotto un unico controllo, e riforme economiche. Una road map di tutto rispetto e perfettamente coerente, ma solo sulla carta.

Proiettando questo piano d’azione nella realtà libica si notano, infatti, incongruenze piuttosto evidenti che mostrano la distanza tra l’utopia e la realtà, tra la diplomazia e ciò che accade sul terreno.

In primo luogo l’ipotesi che al-Sarraj e Haftar possano accordarsi per un comitato militare congiunto per monitorare una tregua appare piuttosto ambiziosa. In questo momento il generale continua ad attaccare a sud di Tripoli; ha chiuso più del 70% dei pozzi petroliferi, portando la produzione a 70.000 barili al giorno a fronte del milione e più di qualche giorno fa. Inoltre, anche laddove questa tregua dovesse realizzarsi è necessario tenere in considerazione che in Libia ci sono molti gruppi armati che non si riconoscono nei due “leader di Berlino” e che non vogliono la cessazione delle ostilità e, per questo, sarebbero disposti a mettere i bastoni tra le ruote a qualunque tentativo di non belligeranza. Tra questi anche i gruppi jihadisti dislocati nel Fezzan che hanno tutto il vantaggio ad avere una Libia destabilizzata per portare avanti i loro disegni illegali dentro e fuori dal Paese.

Veniamo, poi, al secondo punto: il rispetto dell’embargo sulla fornitura di armi alle parti libiche, fondamentale per il mantenimento del cessate il fuoco. Fin dal 2011 in Libia vige un embargo, sancito con la risoluzione n. 1970 delle Nazioni Unite. Per nove anni nessuno lo ha rispettato, in primis emiratini, sauditi, russi e francesi, che hanno rifornito Haftar di armi e uomini, e turchi che non hanno mai lesinato nell’invio di materiale bellico alle forze dell’Ovest. Chi può garantire che tale stato di cose cambierà? Se davvero si vorrà raggiungere questo obiettivo serviranno controlli satellitari, aerei, nuovi droni e non solo il più volte prospettato blocco navale; ma, soprattutto, sarà indispensabile la volontà internazionale nel farlo applicare, anche a costo di scontrarsi con potenze quali Turchia ed Emirati. Le Nazioni Unite saranno capaci di farlo?

È evidente che se tutto questo non avverrà, anche il disarmo delle milizie e la loro inclusione in un esercito regolare, come auspicato a Berlino, sarà alquanto difficoltoso. Già nel 2011, dopo la morte del rais, il Consiglio nazionale di transizione (CNT) ‒ organo politico nato durante le rivolte popolari in Libia contro il regime del colonnello e divenuto, poi, governo ad interim ‒ non riuscì a smantellare i gruppi armati che, a mano a mano, hanno iniziato a comportarsi come tante organizzazioni istituzionali indipendenti e a controllare intere porzioni di territorio. Oggi, dopo molti anni, le milizie si sono notevolmente rafforzate grazie anche al supporto di attori esterni, divenendone, sovente, interlocutori privilegiati. Chi ha la forza – e per certi versi anche l’interesse ‒ a depotenziare un “attore” che è divenuto il vero padrone della Libia?

In sintesi, il quadro post-Berlino non è poi così roseo come prospettato dall’Europa. L’opzione più probabile è che, per lo meno nel breve periodo, in Libia permarrà una sorta di “instabilità controllata” con momenti di tensione più o meno intensi tra gli attori locali e i loro sponsor internazionali. È questa, al momento, l’unica soluzione win win per le grandi potenze regionali, ma, purtroppo, non per il popolo libico.

 

Immagine: I partecipanti alla Conferenza internazionale sulla Libia. Berlino, Germania (19 gennaio 2020). Crediti: President of Russia. Foto: Presse- und Informationsamt der Bundesregierung. (http://en.kremlin.ru/events/president/news/62612/photos/63010). Creative Commons Attribution 4.0 International

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