5 maggio 2020

I rapporti USA-Cina tra competizione globale e campagna elettorale

 

La Commissione europea ha messo insieme una tavola rotonda internazionale on-line durante la quale decine di capi di Stato, ospitati da Ursula von der Leyen, promettevano risorse per un fondo mondiale, di sostenere lo sforzo collettivo contro il Coronavirus e ribadivano l’importanza dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Messaggi e promesse di impegno finanziario sono giunti da parte di tutti i leader europei, dai premier Erdoğan, Netanyahu, Shinzo Abe, Trudeau; l’australiano Morrison, dai monarchi della penisola araba e dai ministri degli Esteri e dai rappresentanti di molti Paesi. Tra questi c’era anche Zhang Ming, ambasciatore della Repubblica popolare cinese presso l’Unione Europea (UE) – un profilo basso per una delle due grandi potenze mondiali –, mentre a saltare agli occhi, nonostante la presenza di Melinda Gates, era l’assenza di un rappresentante ufficiale degli Stati Uniti d’America.

Si tratta di un’assenza che segnala l’isolamento e la perdita di centralità degli Stati Uniti, nonché la scarsa volontà dell’amministrazione Trump di esercitare una leadership capace di riunire le persone attorno a un tavolo e di determinare l’indirizzo delle scelte globali. Il profilo basso della Cina indica come Pechino, che pure sotto Xi ha fatto enormi passi in avanti in termini di proiezione internazionale, non abbia sostituito gli USA nel ruolo di leader; può però anche essere un segno delle tensioni crescenti tra le capitali europee e Pechino in seguito allo sforzo propagandistico cinese messo in atto per rimediare all’iniziale cattiva gestione del contagio.

 

L’epidemia e la risposta a essa stanno comunque accentuando una volta di più le tensioni tra le due grandi potenze mondiali: negli Stati Uniti come altrove è in corso una discussione sulla possibile fine dell’egemonia planetaria americana – accelerata, non avviata, con la pandemia. Durante lo scorso weekend il segretario di Stato Mike Pompeo è tornato a ribadire la teoria secondo la quale il virus è stato creato o diffuso intenzionalmente dalla Cina. Una teoria indirettamente smentita dal direttore della National Intelligence, il coordinatore di tutte le 17 agenzie e organizzazioni di intelligence statunitensi, che giovedì scorso aveva detto che le informazioni in possesso degli americani confermavano «il parere scientifico secondo cui il COVID-19 non è stato creato dall’uomo o geneticamente modificato». Un rapporto del Department of Homeland Security segnala però delle anomalie nell’importazione di materiale medico da parte cinese, ipotizzando che Pechino abbia ritardato le comunicazioni sull’epidemia all’OMS per accumulare materiale sanitario – mascherine, respiratori e così via. Sarebbe grave, ma non sarebbe la stessa cosa che aver diffuso intenzionalmente il virus – teoria pure circolata in Cina a parti invertite.

 

La differenza piuttosto clamorosa nell’atteggiamento assunto dalle due superpotenze riguarda la proiezione internazionale. La Cina ha messo in piedi una colossale macchina propagandistica, popolato i social media con bot e funzionari che rilanciavano video, veri e falsi, sul plauso all’aiuto sanitario cinese (come questo e questo che hanno per protagonisti gli italiani, rilanciati dal portavoce del ministero degli Esteri Lijian Zhao) o prodotto video che prendono in giro la risposta USA al Coronavirus.

 

Per gli Stati Uniti invece il tema della cooperazione mondiale sembra non essere tale. L’annuncio del taglio ai finanziamenti all’OMS, la mancata partecipazione alla tavola rotonda voluta da von der Leyen sono ulteriori segnali. Le accuse a Pechino riguardano al contrario tutta la partita dei rapporti sino-americani e soprattutto la campagna elettorale. Un memo commissionato dal National Republican Senatorial Committee a un’agenzia di comunicazione spinge i candidati ad assumere dei toni molto duri su tutta la linea. Si consiglia di dire quanto segue: «La Cina ha causato questa pandemia coprendola, mentendo e accumulando la fornitura mondiale di attrezzature mediche. La Cina è un avversario che ha rubato milioni di posti di lavoro americani, ha venduto il fentanyl negli Stati Uniti e manda le minoranze religiose nei campi di concentramento (il fentanyl è un antidolorifico che crea dipendenza e i cinesi lo hanno semmai venduto on-line sottocosto, ma la crisi da oppiacei non è stata generata certo dalla Cina, nda). Il mio avversario democratico ha un atteggiamento debole nei confronti della Cina, non riesce a tenere testa al Partito comunista cinese e non ci si può fidare di lui. Io mi opporrò alla Cina, riporterò a casa i nostri posti di lavoro nel settore manifatturiero e chiederò sanzioni alla Cina per il ruolo avuto nella diffusione di questa pandemia». La campagna elettorale repubblicana, che si trova a essere ben diversa da quella preventivata, punterà molto sul nemico esterno. La presenza di Pompeo in molti studi televisivi, così come diverse uscite del presidente, segnalano questa strategia.

 

Con ogni evidenza la propaganda cinese ha però prodotto qualche frutto: ha suscitato un certo scalpore un sondaggio SWG  che rilevava come gli italiani preferiscano di misura la Cina agli Stati Uniti come alleato e ritengano nel 51% dei casi che la Cina sia un Paese amico, mentre gli USA lo sono per il 17% del campione consultato. Un’opinione pubblica condizionata dalle preferenze politiche – con gli USA più popolari tra l’elettorato leghista, che guarda con favore a Donald Trump mentre il picco di popolarità cinese è tra gli elettori 5 stelle.

 

L’Italia, con giustificazioni storico-culturali (Marco Polo e Matteo Ricci) ed economiche è guardata con interesse da Pechino, che vede anche le enormi potenzialità di un Paese in difficoltà da molti anni, dove il fascino di Europa e America è in netto calo. Lo sguardo distratto degli Stati Uniti, che fin da Obama si sono disinteressati al Vecchio Continente, ha lasciato un possibile vuoto da riempire. L’Italia è insomma un avamposto di quella che in molti descrivono come una potenziale nuova guerra fredda di cui l’adesione alla Via della seta e le dinamiche mostrate durante la pandemia sono solo alcuni segnali.

 

La verità è forse un’altra. L’offensiva diplomatico-propagandistica di Pechino non è ancora quella di un Paese capace di concorrere con gli USA sul terreno della leadership. La mancanza di un sistema vero di soft power e le enormi distanze culturali rendono il lavoro cinese faticoso e di lunga lena. Chi sta involontariamente aiutando Pechino sono proprio gli Stati Uniti. Ritirandosi dagli accordi di Parigi e da quelli con l’Iran, abbandonando i Curdi siriani al loro destino, accusando gli alleati europei di ogni nefandezza e spingendo a favore della Brexit, Washington ha lasciato il campo aperto. La campagna elettorale e il risultato del voto di novembre ci diranno anche in che mondo vivranno gli italiani.

 

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