27 giugno 2014

I sequestri delle spose nel Nord Caucaso

di Giovanni Bensi

Le repubbliche del nord-Caucaso continuano la loro campagna contro il cosiddetto “ratto della sposa”, un rito antichissimo che si trova sia presso i romani (riflesso nel Ratto delle Sabine) come presso popoli autoctoni o immigrati dell’attuale area caucasica e turca. Il rito consiste nel tentativo del promesso sposo (che, se agisce a cavallo, come da tradizione, è tenuto a compiere anche arditi volteggi da cavallerizzo) di rapire la sua fidanzata dall’abitazione dei genitori.

Il “volteggiatore” (džigit) è spesso spalleggiato da amici, mentre i parenti della promessa sposa sono impegnati nella difesa di questa. Spesso in tale “rappresentazione” compaiono le armi e allora la commedia può trasformarsi in tragedia, con morti e feriti. La sfida si conclude di solito con il consenso (talora volontario, talora estorto) della fidanzata alle nozze. Allora il promesso sposo è tenuto a pagare alla famiglia un riscatto, indicato con la parola turca kalym. Questo riscatto è adombrato anche nel Corano che però lo indica con il termine arabo mahr. La ricomparsa della sposa avviene dopo alcuni giorni, nei quali si assume che rapitore e rapita abbiano convissuto more uxorio. Ciò rende il pagamento del riscatto liberatorio inevitabile perché la giovane, proprio per la convivenza prematrimoniale con il suo rapitore, diventa disonorata e non troverebbe più marito. Il “ratto della sposa” era stato ripetutamente vietato nella Russia degli zar, nell’URSS e nelle repubbliche ex sovietiche (oltre che nel Caucaso, l’usanza si incontra anche in Kazakhstan. Kirghizistan ed altre zone dell’Asia centrale), ma con successi piuttosto scarsi. Dal punto di vista storico il kalym è una sorta di compenso pagato dal promesso sposo, originariamente al clan e poi ai genitori della ragazza, per il danno economico provocato dall’allontanamento della figlia che era pur sempre parte del processo produttivo e quindi fonte di reddito. Nella Russia post-sovietica le opinioni sul “ratto della sposa” sono divergenti, soprattutto nel mondo accademico che si occupa di folkloristica, antropologia ecc. I “progressisti” ritengono che si tratti di un uso da combattere, perché radicato in un ambiente e in un’epoca non più consoni al modo di vivere della società moderna, e per giunta offensivo verso la dignità della donna. Gli altri, soprattutto segmenti del clero musulmano, alcuni ambienti culturali impegnati nella riabilitazione del passato, ritengono che la rinascita del “ratto della sposa” sia un fenomeno positivo perché si tratta di un rito identitario, legato alle tradizioni e alla cultura dei popoli nord-caucasici. In ogni caso, relitto del passato o riscoperta identitaria, il fatto che accadano gravi incidenti nel corso del rito ancestrale preoccupa seriamente le autorità. Negli ultimi giorni di ottobre 2013, a causa di un episodio di “ratto della sposa” nel centro di Nazran’, ex capitale dell’Inguscezia, sono state uccise a colpi di arma da fuoco tre persone, fra cui una donna che passava per caso. Le indagini sono state prese personalmente sotto il suo controllo dal presidente dell’Inguscezia Junus-bek Jevkurov e i giornali locali hanno dedicato al delitto intere pagine, mentre un canale TV ha messo in onda il video della sparatoria ripreso col cellulare da un testimone. Ad aggravare la situazione si aggiunge che il delitto di Nazran’ ha coinvolto due autorevoli famiglie inguš, gli Aušev (dai quali proviene anche l’ex presidente dell’Inguscezia Ruslan Aušev) e gli Evloev. Tutto era incominciato il 25 ottobre 2013 quando era stata rapita, per fini nuziali, la 21enne Khagi Evloeva. Il padre della ragazza, il maggiore della polizia Magomed Evloev, reagì recandosi a discutere con la famiglia del fidanzato. Il clan degli Aušev era rappresentato da due fratelli, Ilez, di 28 anni, e Džamal di 25. Le parti si accodarono per incontrarsi in via  Mutalieva, di fronte a una profumeria. Tuttavia, a giudicare dal video, non fu neppure fatto un tentativo di conciliazione. Gli Evloev su un’auto bianca già aspettavano gli Aušev, e quando questi si avvicinarono aprirono il fuoco. In questo momento a uno dei tiratori si avvicinò di corsa un uomo con una mazza da baseball, gli assestò un colpo sulla testa, ma egli stesso fu colpito a morte dagli spari. Il secondo fratello Aušev fu abbattuto in mezzo alla strada. Inoltre alcune pallottole vaganti colpirono un autobus, ferendo la 40enne Patimat Auševa che si trovava al nono mese di gravidanza e morì all’ospedale. Il giorno successivo alla sparatoria, il 27 ottobre, Junus-bek Jevkurov convocò i poliziotti e i funzionari del distretto di Nazran’, accusandoli di inerzia e di non aver fatto nulla per impedire la sanguinosa resa dei conti: “Voi non avevate il diritto di andare a dormire senza prima aver risolto la situazione”, così il capo della Repubblica rimproverò le forze dell’ordine secondo il sito ufficiale dell’amministrazione regionale. In Cecenia, repubblica (già semidistrutta da due sanguinose guerre con il potere federale russo) confinante con l’Inguscezia , nell’ottobre 2010 fu formalmente proibita l’usanza del “ratto della sposa”. Per il sequestro di una ragazza allo scopo di contrarre matrimonio fu stabilita una multa di un milione di rubli. Nel gennaio 2011 il capo della Repubblica Ramzan Kadyrov ammise che il problema comunque non era stato risolto e di nuovo intimò di sradicare completamente l’uso del “furto delle fidanzate”. Adesso in Cecenia non saranno registrati matrimoni senza l’accordo del padre della sposa. Il professor Ismail Agakišiev, direttore del Centro di caucasologia dell’Università Statale Umanistica Russa (RGGU) di Mosca, sottolinea che l’uso del “ratto della sposa” contraddice non solo le leggi russe che vietano il sequestro di persona, ma anche le norme dell’Islam che prescrivono di contrarre matrimonio volontariamente e solo con la benedizione dei genitori. Così il governo dell’Inguscezia ha deciso di punire il “ratto della sposa” con una multa salatissima che dovrà essere pagata dal fidanzato che voglia seguire l’antichissimo rito, e anche dagli amici o conoscenti che nascondano in casa propria la ragazza rapita, e perfino dal muftì che abbia celebrato il matrimonio della coppia. Il muftì dell’Inguscezia, Isa-Haji Khamkhoev, espresse la speranza che “le decisioni prese oggi diventeranno uno strumento efficace per far scomparire il fenomeno del rapimento di ragazze da parte di giovani per fini nuziali”. Egli spiegò che “i giovani, compiendo il ratto di una ragazza, commettono un grave peccato di fronte all’Altissimo (Allāh Ta’alā), di fronte alla società, di fronte al popolo”. Le due guerre nella regione hanno provocato un’acuta scarsità di maschi. Le donne nubili non possiedono alcuno status nella società, e molte cercano di sposarsi a qualunque costo. Quando gli uomini sono pochi, le possibilità che una donna possa scegliersi da sé il marito sono assai scarse. Se viene rapita essa sentirà su di sé la pressione del clan e finirà per acconsentire alle nozze con il rapitore, soprattutto se la sua famiglia ha il rango desiderato. Il ruolo che si riserva alle donne in queste società tradizionali è in sostanza la sottomissione: le donne, per esempio, svolgono la maggior parte del lavoro domestico, in presenza degli uomini devono rimanere in silenzio e prender posto per mangiare a un tavolo separato. La signora Muskeeva, funzionaria statale, ha avanzato l’ipotesi che i rapimenti delle promesse spose sarebbero una manifestazione della natura appassionata delle donne e degli uomini nord-caucasici. Sembra sicura che “i matrimoni seguiti a un rapimento sono più saldi degli altri”. Tuttavia la 18enne studentessa Amina Edieva, che riuscì a fuggire dal marito dopo otto mesi di vita in comune, conosceva appena il suo rapitore e si incontrava con un altro uomo con il quale aveva intenzione di sposarsi. Secondo le regole del rapimento, se la donna non riesce a fuggire prima dell’alba non può evitare il matrimonio. Se una donna cecena nubile trascorre una notte nella casa di un uomo, viene automaticamente considerata sua moglie. Se lui avrà rapporti intimi con lei prima del matrimonio, la donna deve considerarsi “disonorata”. Per nove ore Edieva si è trovava come in prigione- La folla di parenti del suo rapitore che si riunivano davanti alla sua casa cercava di convincerla ad accettare il matrimonio. “Intorno a me stavano nove uomini – ha raccontato. – Io gridavo che sarei morta piuttosto che trascorrere qui la notte. Ma essi ridevano di me”. Verso l’una di notte trovò un cellulare e poté telefonare a casa, chiese aiuto al fratello maggiore e i parenti del rapitore l’accompagnarono a casa. Sua madre e sua sorella le dissero che era stato stupido opporsi al matrimonio. Il giorno dopo, sotto la pressione della madre e del nonno, si arrese e acconsentì a sposare il suo rapitore, un uomo di nome Aslambek. Nove giorni dopo questi avvenimenti, Edieva fu unita in matrimonio secondo la tradizionale cerimonia nuziale cecena, durante la quale per alcune ore rimase in piedi, sola, in un angolo della casa del fidanzato, senza avere la possibilità né di parlare né di sedersi in presenza di anziani. Nella cultura musulmana tradizionale il suo futuro di giovane donna divorziata è già segnato. Essa ha il diritto di contrarre un secondo matrimonio solo con un uomo pure divorziato o di diventare una seconda moglie di un uomo già sposato, ma non si sente disposta né all’una, né all’altra cosa. Ritrovatasi nuovamente nella casa dei genitori, Edieva non rinnovò l’iscrizione all’università e ora passa le ore guardando la televisione. Le piace anche provare i vestiti da sposa e guardare i video di soggetto nuziale. Nonostante la versione ufficiale che i rapimenti delle fidanzate in sostanza non sono altro che spettacoli recitati dagli stessi giovani innamorati, migliaia di giovani donne in Cecenia e Inguscezia raccontano storie simili di rapimenti ai quali seguono ore di accese trattative, mentre i parenti della ragazza rapita spesso agiscono come complici del rapimento. La signora Muskeeva dichiara di guardare con sospetto a queste storie, insistendo sul fatto che in realtà ben poche donne cecene vengono costrette al matrimonio con la forza. “Se una ragazza non vuole il matrimonio, se la famiglia dell’uomo non vuole il matrimonio, se non vi è un accordo reciproco, il matrimonio non si fa”, sostiene la funzionaria.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0