13 maggio 2019

Verso le elezioni europee. I temi

di Matteo Miglietta

Gestione delle frontiere e della politica migratoria, sicurezza, ambiente, commercio internazionale, politiche economiche, welfare, sociale e futuro assetto istituzionale dell’Unione Europea (UE). Quella che si concluderà nei prossimi giorni è forse la prima campagna per le elezioni europee che ha avuto al centro un dibattito su temi davvero “europei”. La Brexit alle porte e l’avanzata dei partiti sovranisti, nazionalisti e persino nostalgici delle dittature del passato, ha avuto l’effetto di dare vita a un vivace dibattito sul futuro dei Paesi che compongono l’UE. Riassumerne i contenuti in uno scontro fra chi è pro e chi è contro l’Europa sarebbe certamente riduttivo. Tuttavia, il risultato delle prossime elezioni segnerà certamente la sorte di un’Unione che ha garantito al nostro continente il più lungo periodo di pace della sua storia.

 

Politiche migratorie

La crisi migratoria che ha avuto il suo picco nel 2015 e 2016 ha segnato in maniera indelebile l’opinione pubblica europea. La paura che in molte persone incute il doversi rapportare con culture diverse, l’oggettiva poca preparazione con cui molti Stati hanno affrontato la situazione, la crisi economica che faceva ancora sentire i suoi pesanti effetti e l’inadeguatezza della normativa europea davanti a una crisi epocale di questo tipo hanno soffiato sul fuoco dei partiti più conservatori e dell’estrema destra in tutta Europa.

L’impegno a fermare i flussi migratori verso l’Europa, favorire i respingimenti e i rimpatri è forse l’unico tema capace di compattare davvero il fronte sovranista che va dalla Lega in Italia a Rassemblement National in Francia, da Vox in Spagna ad Alternative für Deutschland (AfD) in Germania. Le ricette proposte, però, sono diverse. Perché se la Lega chiede una revisione del Regolamento di Dublino III (che obbliga lo Stato membro di prima accoglienza a farsi carico di un richiedente asilo) e rendere obbligatoria la redistribuzione dei migranti, i sovranisti di altri Paesi come Ungheria, Polonia e Austria non vogliono sentir parlare di questa opzione. Sostanzialmente favorevole alla revisione del Regolamento di Dublino è anche il Partito popolare europeo, molto attento al tema del controllo delle frontiere esterne pur rifiutando le prese di posizione più estreme dei sovranisti. Fra le idee proposte in particolare dal presidente uscente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, c’è la creazione di un “piano Marshall” per l’Africa, cioè un grande programma d’investimenti per favorire lo sviluppo nei Paesi d’origine delle migrazioni e il controllo dei flussi illegali.

Di diversa natura è ovviamente la posizione di socialisti, sinistra unitaria, Verdi e anche dei liberali, tutti favorevoli a una condivisione delle responsabilità davanti alle crisi umanitarie, mettendo però l’accento più sul tema dell’integrazione dei migranti piuttosto che sul loro respingimento.

 

Ambiente

Le manifestazioni dei giovani in tutta Europa hanno reso la lotta ai cambiamenti climatici uno dei temi centrali della campagna elettorale. Tradizionalmente più attenti ai temi dell’ecologia, i partiti dei Paesi scandinavi e dell’Europa settentrionale hanno fatto della tutela dell’ambiente uno dei perni attorno ai quali ruotano i loro programmi. Stesso discorso naturalmente per i Verdi, che chiedono di eliminare gradualmente l’uso di energia fossile e nucleare a favore delle rinnovabili, ma anche per la sinistra unitaria e i socialisti. Minore attenzione si percepisce invece fra i popolari e in particolare fra i sovranisti, molti dei quali hanno addirittura sposato le teorie più scettiche verso i cambiamenti climatici sposate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Commercio internazionale

Sull’onda delle polemiche scatenate negli ultimi anni dai negoziati sul trattato commerciale di libero scambio con gli Stati Uniti (TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership) e il Canada (CETA, Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’opinione pubblica europea ha cominciato a interrogarsi sul significato di questi trattati. Il tema può essere considerato trasversale a tutto l’arco dei partiti politici e unisce le estreme di destra e sinistra, entrambe contrarie ai trattati di questo tipo. Le prime perché andrebbero contro al principio autarchico che sottende i vari slogan “prima la nazione”, le seconde perché li considerano espressione del modello economico capitalista e ultraliberista. Molto scettici, quando non esplicitamente contrari, sono anche i Verdi, che vedono in questo tipo di trattati una possibile minaccia per gli standard ambientali e sanitari europei.

Di diverso avviso, pur con sfumature differenti, sono invece popolari, socialisti e liberali, tutti favorevoli alla creazione di una nuova strategia commerciale per l’Europa che riesca ad aumentare il peso dell’Unione su scala mondiale, senza però abbassare gli standard UE.

In un clima di guerra commerciale ormai aperta fra Usa e Cina, con minacce che a corrente alternata colpiscono anche l’Europa, il tema degli scambi internazionali non è da sottovalutare fra quelli che saranno capaci di garantire un futuro all’Unione Europea.

 

Welfare, lavoro e politiche di austerità

La richiesta di un’Europa più attenta al sociale e meno ossessionata dalle politiche di austerità sembra aver ormai trovato sostenitori fra tutti gli schieramenti politici. Restano evidenti, però, le differenze di vedute fra Paesi, con i più rigidi partiti del Nord Europa e della Germania opposti ai più “flessibili” partiti mediterranei. Il tema è oggetto di divisioni anche all’interno del fronte sovranista, che vede convivere al suo interno la Lega, favorevole allo sforamento delle regole europee sul deficit, e l’AfD, seguace del rigore finanziario.

La famiglia socialista chiede di aumentare le competenze dell’UE nel campo del sociale, introducendo anche un salario minimo europeo e un’indennità europea di disoccupazione. Favorevoli al salario minimo sono anche il Movimento 5 stelle, i partiti della sinistra unitaria e i Verdi.

 

Più o meno Europa?

La questione fondamentale che sta alla base di ogni dibattito sull’Unione Europea è però una sola: meglio avere più o meno Europa nelle nostre vite? La prima opzione implica la cessione di ulteriori prerogative degli Stati nazionali alle istituzioni con sede a Bruxelles e Strasburgo, la seconda prevede invece il processo inverso. Il premier ungherese Viktor Orbán è fra i principali sostenitori della riduzione dell’UE a un grande mercato unico senza alcuna influenza sulle politiche nazionali. Su posizioni diametralmente opposte ci sono invece i liberali e in particolare il presidente francese Emmanuel Macron, che ha già avanzato una serie di proposte per rafforzare i poteri dell’UE e dotare l’eurozona di un proprio bilancio. Nel mezzo ci sono poi tutte le altre posizioni politiche, molte delle quali sono favorevoli all’introduzione di un meccanismo che preveda lo stop all’erogazione di fondi comunitari di qualsiasi tipo per i Paesi che non si mostrano solidali con gli altri, ad esempio sul tema dei migranti, o non rispettano le regole basilari dello Stato di diritto. 

 

Immagine: La sala stampa del Parlamento europeo a Strasburgo, Francia (14 giugno 2017). Crediti: DiegoMariottini / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0