19 luglio 2018

I tratti del semestre di presidenza austriaco

di Nicolò Carboni

Con la presidenza austriaca del Consiglio dell’Unione Europea si apre una fase inedita per l’Unione. Il giovanissimo (31 anni) cancelliere Sebastian Kurz ha costruito buona parte del suo successo elettorale e politico rottamando un bel pezzo delle convenzioni politiche viennesi. Eletto leader dell’ÖVP (Österreichische Volkspartei) con il partito ai minimi storici e abbracciato in una scomoda grosse koalition insieme ai “rivali” socialdemocratici, Kurz ha cambiato nome al partito (ora si chiama Lista Kurz – ÖVP, a sottolinearne la svolta leaderistica) e l’ha spostato su posizioni più prossime a Viktor Orbán che ad Angela Merkel. A siglare definitivamente la svolta ci ha pensato l’accordo con l’FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs), il partito fondato da Jörg Haider e considerato, per quasi due decenni, un paria della politica europea (nei primi anni Duemila la Commissione europea guidata da Romano Prodi prese addirittura in considerazione l’uso di sanzioni economiche contro il governo Haider).

Kurz arriva al vertice delle istituzioni europee in un momento abbastanza confuso: mentre la stella di Angela Merkel appare sempre più raffreddata dalle fibrillazioni tedesche (fomentate dal ministro degli Interni, non a caso molto vicino politicamente ai cugini austriaci) ed Emmanuel Macron fatica a trovare nuovi alleati, la presidenza austriaca potrebbe confermare lo spostamento del baricentro geopolitico continentale verso est. Come anticipavamo già in un precedente articolo, lungi dall’essere isolato, a oggi il Gruppo di Visegrád appare il vero centro d’aggregazione attorno al quale si stanno radunando le “nuove” forze eurocritiche arrivate al governo. Se i giallo-verdi italiani mantengono una certa distanza, il neocancelliere austriaco appare come il candidato perfetto per guidare una sorta di Visegrád 2.0. Giovane, a capo di una democrazia matura e senza grandi problemi di stabilità macroeconomica, Kurz potrebbe essere l’uomo giusto per diventare il volto rassicurante di una nuova Europa destinata a superare i miti fondativi spinelliani in favore di un approccio centrato sulla tutela degli interessi nazionali.

I segnali paiono esserci già tutti: il ministro delle Finanze – nonché presidente di turno dell’Ecofin – ha già dichiarato che il nuovo bilancio pluriennale europeo (da approvare prima di fine legislatura, ovvero entro maggio 2019) dovrà concentrarsi su pochi aspetti essenziali e che, in ogni caso, non vede grandi margini accrescitivi; sul fronte della questione migratoria – nonostante gli abboccamenti con Salvini – la presidenza appare molto più prossima alla linea visegardiana che a quella dei Paesi mediterranei. Vienna si è detta disponibile a finanziare nuovi centri di identificazione e rimpatrio sul suolo italiano (o maltese, o greco, o addirittura kosovaro e, dunque, fuori dalla giurisdizione UE), ma non intende in alcun modo sentir parlare di redistribuzioni o quote di accoglienza.

Con tutta probabilità i sei mesi austriaci non segneranno strappi storici, la diplomazia viennese conosce benissimo i corridoi di Bruxelles e sa muoversi con la necessaria, efficiente, discrezione. Il quadro politico, in ogni caso, è destinato a mutare radicalmente, soprattutto nel caso di un rafforzamento della componente “verde” nel governo italiano che potrebbe far raggiungere al nuovo nucleo mitteleuropeo quella massa critica necessaria per sfidare la leadership franco/tedesca e, davvero, mettere in discussione l’assetto istituzionale europeo.

Svanito, per colossali ostacoli tecnici e politici (soprattutto in termini di consenso), il tentativo di scardinare l’Unione mettendo in discussione l’euro, il nuovo piano “sovranista” appare più sottile: smontare pezzo a pezzo l’integrazione partendo da Schengen e dalla libera circolazione per poi picconare tutta la componente non redistributiva (su cui i Paesi di Visegrád hanno basato un bel pezzo della loro crescita postsovietica) dell’edificio europeo.

Letto in questo senso, il semestre austriaco anticipa di circa un anno quello che – stando agli assetti attuali – accadrà con il rinnovo del Parlamento europeo e la nomina del successore di Jean-Claude Juncker. Forse il Partito popolare rimarrà la forza di maggioranza relativa, ma, con un Partito socialista europeo (per ora) sempre più debole e diviso, sarà quasi certamente costretto a guardare alle nuove forze eurocritiche per costruire un’alleanza di governo. Il loro supporto, in ogni caso, non arriverà senza concessioni. Concessioni che potrebbero non piacere a chi è cresciuto all’ombra di Robert Schuman.

 

Crediti immagine: da EU2017EE Estonian Presidency. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0