8 gennaio 2018

I tratti dell’influenza russa in Medio Oriente

Di “Medio Oriente post-americano” si era già parlato nel dicembre del 2015 sulla rivista statunitense Foreign Affairs un mese dopo la decisione del Cremlino di dispiegare il suo esercito in Siria in soccorso dell’alleato Bashar Assad. La Russia ritornava, in piena epoca post-sovietica, ad agire da grande potenza, impiegando la forza fuori dai suoi confini nazionali. In Ucraina, un anno prima era stato diverso. Il governo di Mosca finanziava i separatisti russofoni, organizzava le azioni umanitarie, raccoglieva volontari, da Rostov fino a Vladivostok, per indirizzarli verso gli eserciti delle Repubbliche di Lugansk e di Donetsk, ma non si imponeva con le azioni militari, lasciando una relativa autonomia politica ai due nuovi piccoli Stati (peraltro nemmeno riconosciuti) nati sulle ceneri delle proteste di piazza Maidan.

Così il 30 settembre 2015 Vladimir Putin ha compiuto una mossa che in soli due anni ha rimescolato le carte in Medio Oriente. Tutte le città controllate dai miliziani del sedicente Stato islamico sono state riconquistate, il leader alawita è rimasto al potere, e lo scorso dicembre, nel marasma diplomatico seguito alle dichiarazioni di Donald Trump su Gerusalemme, il presidente russo ha organizzato un tour tra Il Cairo, Damasco e Istanbul, a bordo del suo Tupolev Tu 214, per ricostruire un tessuto regionale che si era sfilacciato sotto l’amministrazione Obama. In visita nella base di Hmeimim in Siria Putin ha ordinato l’inizio del ritiro parziale delle truppe russe dal Paese. In Egitto, ha promesso al generale al-Sisi, sotto pressione del terrorismo jihadista in Sinai, contratti miliardari (industria, energia, turismo) e cooperazione militare in funzione del raggiungimento dei comuni obiettivi in Libia. Infine, con Erdoğan, nel terzo faccia a faccia in un mese, ha consacrato gli accordi commerciali e i colloqui di Astana sulla crisi siriana dopo il riavvicinamento dei due Paesi, benedicendo, senza esporsi troppo, l’Organizzazione dei Paesi islamici riunitasi in quegli stessi giorni nella capitale turca. 

Se con la decisione di spostare la capitale a Gerusalemme Donald Trump sperava, tra l’altro, di mettere Vladimir Putin in difficoltà rispetto ai suoi vecchi (Israele) e nuovi amici (in particolare con la Repubblica islamica dell’Iran), non aveva fatto i conti con il lato pragmatico della diplomazia russa impegnata in simultanei contatti con potenze rivali grazie alla vendita di armi sofisticate (missili S-400) e alle forniture di gas. C’è di più. La decisione di volare prima a Il Cairo, poi a Istanbul, dopo aver sconfitto il Califfato in Siria al fianco dei pasdaran iraniani e i miliziani sciiti libanesi di Hezbollahsembra mirare in qualche modo a togliere credibilità all’Arabia Saudita, grande alleato degli Stati Uniti, agli occhi dei Paesi del Vicino e Medio Oriente, in particolare quelli sunniti. 

Ma la dichiarazione più importante, che segna una transizione cruciale nella regione, rimane la scelta di ritirare una parte delle truppe dispiegate in Siria. Fin dall’inizio dell’intervento militare il governo russo aveva lasciato intendere un approccio delle relazioni internazionali completamente diverso dal passato mandando nelle basi di Tartous e Latakia solo generali che parlassero l’arabo letterario, proprio per non apparire agli occhi del governo di Damasco e della popolazione come una potenza neocoloniale. Ora, a giochi fatti, il messaggio che si legge tra le righe appare evidente. Ai governi arabo-musulmani e persiani assicura di intervenire militarmente soltanto con il loro consenso, prospettando un rapporto da pari a pari. Agli Stati Uniti invece manda un messaggio chiaro: il mondo è diventato multipolare, e in conseguenza di questo nuovo assetto bisogna comportarsi.


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