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26 maggio 2017

I trenta minuti di Trump con Bergoglio

Come era ampiamente prevedibile, del tanto atteso incontro tra il presidente Trump e papa Francesco, trenta minuti di colloquio riservato – quello con Obama era durato il doppio – seguiti da altri dieci di incontro aperto all’intera delegazione statunitense, poco o niente è trapelato a beneficio degli organi di stampa. Eppure, basta guardare quelle fotografie con la coppia presidenziale e il volto serio, quasi cupo del pontefice, per capire che a fare da padrona è stata la freddezza.

Era difficile, del resto, aspettarsi qualcosa di diverso. Se della possibilità di un colloquio si era iniziato a parlare mesi fa, le ultime ore prima dello sbarco del presidente in Vaticano erano state animate da una piccola polemica su chi avesse invitato chi. «Sono onorato che papa Francesco mi abbia invitato, ho molto rispetto per lui» avrebbe dichiarato Trump sull’Air Force One che lo portava da Israele a Roma, durante un brevissimo colloquio con alcuni giornalisti a bordo. Peccato solo che non ci sia stato nessun invito, secondo la prassi vaticana che prevede di ospitare qualsiasi rappresentante internazionale di livello faccia richiesta. Una piccolezza certo, ma che si è inserita in un clima fattosi sempre più teso negli ultimi mesi.

Gli episodi di contrapposizione e le stilettate sono stati numerosi in questi quattro mesi della nuova presidenza statunitense: le dichiarazioni critiche di gennaio sull’immigration ban del cardinale Peter Turkson e di monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato, le perplessità manifestate dalla Santa Sede sulla linea antiecologica della nuova amministrazione, il tagliente messaggio di benedizione del papa in spagnolo al Super bowl, fino al più recente invito alla Conferenza episcopale americana ad agire come lobby in funzione di argine di fronte a progetti, per esempio, come quello del muro al confine con il Messico.

Stando all’autorevole ricostruzione dell’incontro data da Avvenire, «non è stato un colpo di bacchetta magica, ma nessuno si illudeva, del resto, che trenta minuti di colloquio – e cinquanta con il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin e il ‘ministro degli esteri vaticano’, Paul Richard Gallagher – bastassero ad appianare le fin qui evidenti divergenze tra l’azione politica». «Non dimenticherò quello che lei mi ha detto», ha affermato Trump al termine dell’incontro.

Il comunicato ufficiale della Santa Sede si è limitato a rendere noto che «i colloqui sono stati cordiali e hanno permesso uno scambio di vedute su alcuni temi attinenti all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio Oriente e alla tutela delle comunità cristiane». Più interessante forse lo scambio di doni: una copia del messaggio per la Giornata mondiale della pace 2017 per Trump – «scritto personalmente per lei», ha chiosato il papa e, aggiungiamo noi, dopo l’uscita del papa contro la MOAB definita la «madre di tutte le bombe»  –  nonché dell’enciclica Laudato si' sull’emergenza ambientale.

«Abbiamo bisogno di pace» ha commentato Trump, che due giorni fa ha firmato contratti per vendere all’Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari e a Roma invece ha dato la notizia di uno stanziamento di 300 milioni di dollari a  favore di Sudan, Somalia, Nigeria e Yemen (da anni bombardato proprio dall’Arabia Saudita). «Nel corso dei cordiali colloqui – si legge ancora nella nota – è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti, nonché il comune impegno a favore della vita e delle libertà religiosa e di coscienza». Si tratta di un’ulteriore conferma del fatto che le divisioni con la Chiesa riguardano soprattutto i grandi nodi della politica estera e del profilo assunto dall’amministrazione Trump sulla questione sociale particolarmente cara al papa – si aggiunga, tra le altre, la questione dello smantellamento dell’Obamacare. Non mancano invece i punti di contatto con l’episcopato americano in materia di biopolitica e diritti civili: elementi che complicano un quadro trilaterale – papa, conferenza episcopale e amministrazione repubblicana – che si presenta particolarmente complicato da districare per la Santa Sede e rispetto al quale il rapido incontro romano non può certo essere stato risolutivo.

 

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02 maggio 2017

Papa Francesco in Egitto: prosegue la strategia politica di pace

La visita di papa Francesco al Cairo è stata importante da più punti di vista. Si è trattato di un momento significativo in una prospettiva ecumenica, ma nello stesso tempo non è stato minore il significato politico degli incontri con il grande imām Aḥmed al-Ṭayyib, con il presidente al-Sīsī e con Tawadros II, il papa della Chiesa copta e patriarca di Alessandria.

Come è stato sottolineato da Massimo Faggioli sull’Huffington Post del 27 aprile, la visita del papa all’università di Al-Azhar si inserisce nel contesto di un ampio dibattito in corso anche nel mondo intellettuale musulmano sul rapporto tra religione e modernità politica. Si tratta di un punto che era particolarmente caro a Benedetto XVI e non è casuale – ricorda Andrea Mainardi su Formiche.net – che Francesco abbia richiamato indirettamente il ratzingeriano «coraggio di cristianesimo aprirsi all’ampiezza della ragione».

Che la questione fosse spigolosa lo sappiamo bene dopo le dure reazioni egiziane nel 2006 al discorso di Ratisbona, ma sembra che l’impostazione pragmatica di Bergoglio risulti più efficace e meno problematica del piano teorico assunto allora da papa Benedetto. Il significato politico di questo confronto tra islam e cristianesimo è stato messo in rilievo, infatti, sia dal pontefice sia dall’imām di Al-Azhar, che ha ribadito il valore del dialogo e dell’impegno delle fedi contro la violenza – «l’islam non è una religione del terrorismo» – per la pace, l’uguaglianza e la dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente «dalla fede o dal colore della pelle». Da parte sua, papa Francesco ha rincarato la dose contro «la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza» e ha affermato solennemente che «la civiltà dell’incontro è l’unica alternativa all’inciviltà dello scontro».

Prettamente bergogliano è stato poi il richiamo alle cause profonde e materiali della spirale guerra-terrorismo: conflitti, commercio di armi, interessi politici e populismi. È da sottolineare anche l’appello all’unità delle religioni «per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono». Come a dire che l’azione per smascherare i tentativi di politicizzare e distorcere il sacro non può attecchire senza un intervento sull’ordine temporale del sistema-mondo.

Non è certo la prima volta che papa Francesco si pronuncia sulla questione e da questo punto di vista, come conferma anche la presenza del patriarca di Costantinopoli, la visita in Egitto è parte di una strategia politica di pace che trova nell’ecumenismo cristiano e nel confronto interreligioso la chiave di volta per affrontare le storture politiche del tempo presente: il dramma dei migranti, denunciato con i fratelli ortodossi in occasione della visita a Lesbo nell’aprile 2016 , la deriva della “terza guerra mondiale a pezzi”, denunciata a Cuba insieme al patriarca della Chiesa russa dopo quasi mille anni dal grande scisma.

A scandire l’intensa giornata del  28 aprile – prima dell’abbraccio con Tawadros II, con cui ha firmato una dichiarazione congiunta sui rapporti tra le due Chiese – è stato, infine, l’incontro a porte chiuse con il presidente egiziano al-Sīsī e le autorità civili presso l’hotel Al-Masah. Fonti locali (non confermate e non smentite dalla Santa Sede) hanno rivelato che il papa avrebbe fatto riferimento alla drammatica vicenda di Giulio Regeni, il cui assassinio ha aperto gli occhi delle opinioni pubbliche europee sulle condizioni in cui versa la libertà di stampa e di opinione nel regime. Secondo diversi commentatori, il discorso ufficiale del papa sarebbe stato morbido e molto cauto nel richiamare il governo del Cairo al «rispetto incondizionato dei diritti dell’uomo», in qualche modo alimentando la convinzione degli oppositori interni che il regime utilizzerà la visita per scopi propagandistici.

Prima dello sbarco del pontefice in Egitto, il governo ha varato una riforma che ha di fatto annullato l’indipendenza dei principali organi giudiziari. Bergoglio ha parlato del dolore «delle famiglie che piangono i loro figli e figlie», ma le preoccupazioni degli oppositori del regime di al-Sīsī, condannato da Amnesty International per il deterioramento dei diritti umani, appaiono più che fondate.

 

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11 aprile 2017

Trump nella tradizione politica della destra americana

La campagna che ha sancito la vittoria di Donald Trump è stata contrassegnata da un linguaggio estremista e veemente, in linea con i contenuti radicali ed eccessivi della sua proposta politica; linguaggio e contenuti attribuiti in prevalenza alle caratteristiche personali, psicologiche e professionali dell’immobiliarista di successo, abilissimo anche a sfruttare tutte le possibilità offerte dagli strumenti della comunicazione di massa più o meno recenti. In realtà, a giudicare le cose con un minimo di approfondimento, è possibile affermare che metodi e contenuti usati nella campagna di Trump si inquadrano perfettamente nella tradizione politica della destra americana, a cominciare dal motto “America first!”, utilizzato per la prima volta contro l’amministrazione di Woodrow Wilson nella battaglia parlamentare che doveva portare alla mancata ratifica del Trattato di Versailles da parte del Senato.

La formula propagandistica doveva comparire nuovamente quasi vent’anni dopo, quando la destra americana cercò di organizzare la resistenza alla terza elezione di Franklin Delano Roosevelt con uno schieramento conservatore, guidato dal trasvolatore atlantico Lindbergh, apertamente razzista e filonazista, convinto assertore della necessità di difendere a livello mondiale la superiorità della razza bianca.

Anche sul piano dei metodi Trump ha i piedi solidamente piantati nella tradizione della destra americana, in questo caso nel filone della tradizione di Joseph McCarthy, il senatore del Wisconsin che nei primi anni ’50, utilizzando la veemenza del linguaggio e il ricorso sistematico alla denigrazione e alla calunnia, contribuì a fare dell’anticomunismo una componente essenziale e permanente della politica interna e internazionale degli Stati Uniti e raggiunse una posizione di sia pur effimero  rilievo nazionale. Il collegamento con questa tradizione è più diretto, visto il ruolo di avvocato e mentore che negli inizi della carriera imprenditoriale di Trump svolse Roy Cohn, il giurista che aveva collaborato con McCarthy nell’ultima delle sue imprese, l’indagine sulle infiltrazioni comuniste nell’esercito.

Non vi sono, quindi, molti dubbi sulla linea politica che il nuovo presidente cercherà di attuare: una politica nazionalista, incentrata sul rigido controllo dei flussi migratori, non necessariamente espansionista sul piano militare, ma sicuramente molto assertiva su quello economico e finanziario. Da questo punto di vista non è difficile prevedere che sarà riaffermata la prevalenza culturale e politica del neoliberismo e saranno smantellate le timide difese apprestate sul piano della regolazione dei mercati finanziari dalle amministrazioni Obama, mentre saranno rese più dure e intransigenti le politiche di difesa dei presunti interessi commerciali americani. A suffragio della previsione sulla politica economica e finanziaria dell’amministrazione Trump sta soprattutto la scelta come Segretario al Tesoro di Steven T. Mnuchin, un finanziere e banchiere esperto, arricchitosi nei primi anni del secolo anche grazie ad attività legate alla creazione di mutui immobiliari non documentati.

Quanto alle politiche commerciali protezionistiche, possono considerarsi sufficienti le prime decisioni concrete assunte in materia dal nuovo presidente. Anche sul fronte della politica internazionale generale le prospettive di una complessiva continuità della diplomazia americana sembrano più effetto del wishful thinking che di un’analisi spassionata.

Quel che rimane ancora in dubbio è la possibilità che il consenso elettorale del novembre 2016 possa durevolmente consolidarsi fino a costituire la base di un movimento nazionalista fondato sul rifiuto della politica parlamentare o, quanto meno, di un suo drastico ridimensionamento, sulla difesa del primato della maggioranza bianca del Paese e sulla tutela degli interessi nazionali anche senza la copertura dei valori sui quali si è fin qui nutrito il presunto eccezionalismo americano. Per quanto vaste e profonde siano le radici della destra essa è rimasta sempre minoritaria all’interno dello schieramento conservatore americano, riuscendo spesso a condizionare ma mai a imporre in autonomia le proprie impostazioni di fondo. In altri termini: saranno sufficienti le frustrazioni derivanti dagli strascichi della crisi economica negli strati più poveri della popolazione ad alimentare il consenso per un ceto dirigente nuovo, non più formato attraverso i meccanismi della selezione politica? E si consoliderà il rilancio delle pulsioni razziali conseguente alla doppia elezione di un afroamericano alla Presidenza e alla concreta dimostrazione della normalità potenziale dell’evento?

In queste domande sta la chiave del possibile successo di Trump nella costruzione di un movimento nazionalista americano, più o meno autoritario: il livello dipenderà anche dalla tenuta delle istituzioni del Paese (che – giova ripetere – sono molto elastiche ma anche inefficienti). E tra le istituzioni vanno compresi anche i due grandi partiti che devono entrambi recuperare la fiducia dell’elettorato, pur se il compito dei gruppi dirigenti repubblicani non ancora definitivamente acquisiti a Trump è molto più difficile perché deve conservare il consenso maggioritario conquistato su una piattaforma che non rientra nella tradizione che ha sempre prevalso nel Great Old Party.

Più che alla situazione che si sviluppò in Europa all’indomani del primo conflitto mondiale e che attraverso le “conseguenze economiche della pace” e i risentimenti nazionali innescati dalla vicenda bellica condusse all’ascesa dei fascismi, l’attuale svolta americana fa pensare alla situazione di protofascismo della Francia di fine ’800, con l’ascesa del nazionalismo da grande potenza e l’assoluto predominio del capitalismo industriale e finanziario. E se l’ormai avvenuta sovrapposizione tra ebraismo e sionismo rende impossibile che negli Stati Uniti il punto di coagulo delle tendenze nazionalistiche e autoritarie possa essere trovato in un rigurgito di antisemitismo come l’affaire Dreyfus, il livello di dèracinement di vasti strati della popolazione, la saturazione nei confronti della democrazia parlamentare (che negli Stati Uniti si traduce nel rifiuto di Washington, D.C.) fanno pensare ad Hannah Arendt e alla sua riflessione sulle origini del totalitarismo.

 

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06 febbraio 2017

Le reazioni della Santa Sede alle politiche di Trump

La benedizione al Super Bowl, pronunciata in spagnolo e in cui il papa è tornato a parlare di pace e incontro, è suonata come una nuova ammonizione per gli ambienti vicini al presidente Trump. È «preoccupazione», infatti, la parola più ricorrente nelle dichiarazioni delle ultime settimane degli esponenti della Santa Sede in merito all’azione della nuova amministrazione americana.

Ha aperto il fuoco di fila il cardinale Peter Turkson, presidente del Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale, dichiarando a margine di un convegno in corso alla Pontificia Università Lateranense che la Chiesa di Roma è preoccupata per «il segnale che si dà al mondo» con la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico e si augura che gli altri Paesi, anche in Europa, non seguano il suo esempio». Parlando a Tg2000, cioè sul canale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, ha rincarato la dose: «Certamente c’è preoccupazione perché noi siamo messaggeri di un’altra cultura, quella dell’apertura». Da parte sua, infine, la conferenza episcopale del Messico ha utilizzato toni ancora più duri, mentre posizioni più articolate, sebbene sostanzialmente critiche, hanno contraddistinto l’episcopato statunitense, guidato dal cardinale conservatore Daniel Di Nardo, al cui interno non mancano settori che vedono di buon occhio le posizioni di Trump in materia di diritti civili e in sintonia con i movimenti pro Life.

Siamo dunque di fronte a un quadro che si sta facendo sempre più nitido, ma nello stesso tempo articolato, che vede da un lato un compattamento attorno a papa Francesco nel fare della Chiesa un argine alle derive anti-immigrazione e dall’altro distinguo di varia natura e critiche profonde al suo operato di aggiornamento. Si tratta di un problema politicamente «caldo», ecclesiale, eppure anche civile in un momento in cui avanzano nel mondo occidentale le forze identitarie e securitarie.

In un’intervista a «El País» che ha fatto il giro del mondo papa Francesco ha evocato lo spettro di Hitler, che «fu votato dal suo popolo, e poi distrusse il suo popolo». Il riferimento non è ovviamente al presidente americano, sul quale si è espresso con prudenza, ma non è sfuggito a nessuno di cosa stesse parlando. A differenza dei partiti, al papa non serve il consenso elettorale e il suo pensiero non subisce le oscillazioni dei sondaggi; non deve catturare i voti del ceto medio in crisi e neppure negoziare sui costi dell’accoglienza. È soprattutto da questo punto di vista, pastorale e politico insieme, che ci si può domandare quali saranno le reazioni cattoliche alle politiche di Trump.

In un libro recente, lo studioso di geopolitica delle religioni Manlio Graziano ha sostenuto che negli ultimi dieci anni i cattolici hanno svolto un ruolo sempre più importante, qualitativamente e quantitativamente, nella politica statunitense. Ciò sarebbe avvenuto contestualmente alla crescita del peso specifico dei prelati americani nella vita della Chiesa. In altre parole, secondo l’autore, nel contesto del global shift of power, ovvero nel nuovo contesto internazionale sempre meno americano, il cattolicesimo ha funzionato come una filosofia da tempo di crisi di civiltà, risultando particolarmente efficace nella penetrazione tra le fila dei democratici. Ora, nella nuova amministrazione di Trump non mancano politici, come per esempio il fedelissimo Stephen Bannon, che si è distinto per le sue posizioni islamofobe, razziste, misogine e anti-abortiste. Viene dunque da domandarsi quale significato assuma l’ispirazione cattolica quando si parla di politica, dal momento che la fede può essere impiegata per sostenere posizioni diametralmente opposte – si prenda il caso della ben nota contrapposizione tra il cattolico John Kerry e l’episcopato statunitense – oppure coerenti nel campo della religione, ma difficilmente compatibili in un programma politico e dunque trasversali ai partiti.

Si è detto, del resto, che anche la stessa Chiesa cattolica è attraversata da un confronto interno molto duro e da tendenze diverse che si sono già manifestate nella nota di ringraziamento del cardinale Dolan per lo stop all’erogazione di fondi alle ong internazionali che praticano aborti. Si può immaginare allora che l’amministrazione Trump, sostanzialmente avversa agli assi principali del pontificato di Francesco su accoglienza, ecologia e pace, sarà all’origine di nuove divisioni all’interno di un mondo cattolico globale in via di frammentazione e segnato da polarizzazioni sempre più evidenti.

 

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03 aprile 2017

Trump cancella le politiche ambientali di Obama

Una netta cesura rispetto al recente passato, orientamenti marcatamente diversi a segnare la distanza con la precedente amministrazione, riprendendo le parole d’ordine della campagna elettorale. Nei settori più vari, intervenendo sotto differenti aspetti su quella che può considerarsi l’eredità politica di Barack Obama, indipendentemente dai giudizi di valore che possono esprimersi su di essa. Ora è il momento dell’ambiente. ‘The war on coal is over’, «La guerra al carbone è finita»: è questo il proclama trionfale dell’amministrazione Trump all’indomani della firma – avvenuta il 28 marzo – dell’ordine esecutivo presidenziale sulla promozione dell’indipendenza energetica e della crescita economica; un intervento che – di fatto – entra in radicale contrasto con la filosofia delle politiche ambientali di Obama. Una firma apposta presso il quartier generale dell’EPA (Environmental Protection Agency), l’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente, alla presenza di operatori del settore estrattivo e minatori, davanti ai quali il presidente ha riassunto i contenuti del provvedimento con un tanto sintetico quanto efficace «Significa che tornerete al lavoro». «Avremo un carbone pulito – ha assicurato Donald Trump – un carbone davvero pulito. E insieme creeremo milioni di buoni posti di lavoro per i cittadini americani, posti di lavoro nel settore dell’energia, e arriveremo a livelli incredibili di prosperità». In fondo, è su questa retorica che si gioca buona parte della narrativa trumpiana sull’ambiente: la vera priorità presidenziale è la conservazione – e la creazione – di ‘milioni di buoni posti di lavoro per i cittadini americani’, compresi i 75.000 lavoratori impiegati nel campo dell’estrazione del carbone, cui il magnate newyorkese aveva già riservato attenzione durante la campagna elettorale. Il cambiamento climatico – tema su cui peraltro Trump ha mostrato più volte accentuato scetticismo – e gli interventi per contenerne gli effetti passano in secondo piano: anzi, sottolineano fonti dell’amministrazione, solo garantendo un’economia forte e prospera è possibile tutelare l’ambiente, quasi che la prosperità economica non si possa raggiungere perseguendo politiche di protezione ambientale. Più nel dettaglio, l’ordine esecutivo firmato dal presidente dà mandato all’EPA di procedere alla revisione del Clean Power Plan, annunciato da Barack Obama nell’agosto del 2015 e contenente alcune linee guida federali per procedere – a livello di singoli Stati USA – a una riduzione delle emissioni delle centrali elettriche alimentate da combustibili fossili. L’obiettivo fissato – attraverso l’adozione di un approccio comunque flessibile – è quello di un taglio del 32% delle emissioni rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030, con un target del 26-28% entro il 2025.    Ancora, il provvedimento chiede la revisione degli standard sulle emissioni – particolarmente restrittivi – stabiliti durante l’amministrazione Obama per la costruzione di nuovi impianti alimentati a carbone, oltre che di riconsiderare gli obiettivi di taglio delle emissioni di metano durante l’estrazione di petrolio e gas, fissati da Obama al 40% – rispetto ai livelli del 2012 – entro il 2025. L’ordine esecutivo indica inoltre la necessità di procedere a una rivisitazione del ‘costo sociale del carbonio’ – una stima utilizzata come base per predisporre interventi di regolamentazione in materia climatica –, chiama a una cancellazione della moratoria sulla concessione di nuove licenze sulle riserve federali di carbone, chiede la revisione di tutte quelle norme che bloccano la piena produzione energetica e sollecita la rimozione della valutazione d’impatto ambientale sulle azioni intraprese dalle agenzie federali. Gli analisti hanno commentato l’impatto del provvedimento firmato da Trump da diverse prospettive: dal punto di vista interno, sotto il profilo della sua stretta operatività, è opinione diffusa che l’ordine esecutivo difficilmente produrrà effetti immediati. Ad esempio, la riscrittura del Clean Power Plan – già ‘sfidato’ in tribunale e sospeso nel febbraio 2016 dalla Corte suprema – richiederà presumibilmente tempo, ed è assai probabile che le nuove disposizioni in materia ambientale che l’amministrazione Trump predisporrà dovranno affrontare una trafila legale, tra ricorsi vari all’autorità giudiziaria, piuttosto impegnativa. Quanto alla creazione di nuovi posti di lavoro e alla tutela di quelli esistenti, pare difficile che opportunità legate al settore dell’energia arrivino dal rilancio del carbone, la cui crisi – più che alla normativa voluta da Obama e attaccata frontalmente dall’attuale inquilino della Casa bianca – risulta legata alla competizione dello shale gas e a una crescente automazione delle attività estrattive. Che si tratti però di immigrazione, sicurezza, riforma sanitaria o ambiente, per Trump è fondamentale in questo momento trasmettere l’immagine di un presidente che mantiene le promesse, al di là dei reali effetti che possano poi essere prodotti dagli interventi messi a punto. C’è poi l’altrettanto rilevante profilo internazionale: le azioni intraprese da Trump rappresentano, come si è visto, una chiara deviazione dalla rotta impressa da Obama, che chiamava Washington ad assumere un ruolo centrale nelle politiche globali di contrasto al cambiamento climatico. Perseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi diventerà ora più difficile per gli Stati Uniti con il nuovo corso, anche se diversi consiglieri – temendo un pesante contraccolpo in termini diplomatici – invitano il presidente a mantenere un atteggiamento prudente e a non ritirare il Paese dall’intesa. Il rischio però è che, a fronte di un disimpegno di Washington sul cambiamento climatico, si generi fra gli altri Stati un effetto domino di ‘deresponsabilizzazione’ sul tema.

 

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03 marzo 2017

Bannon, Burke e i nuovi flussi della destra mondiale

Hanno aperto le danze ai primi di febbraio due quotidiani del rango del  «New York Times» (7 febbraio) e del «Washington Post » (8 febbraio), poi la notizia ha iniziato a circolare sui media di tutto il mondo. Il cattolico di origini irlandesi Steve Bannon, teorico della destra suprematista bianca imprestato alla politica nella campagna di Donald Trump e ora chief strategist della Casa Bianca, starebbe organizzando una fronda politico-culturale con determinati settori del cattolicesimo ultra-conservatore, lavorando di sponda con il cardinal Raymond Leo Burke, una delle figure più rappresentative del dissenso interno alla Chiesa.  

Il condizionale è d’obbligo dal momento che i fatti accertati al momento si limitano a un incontro nell’aprile 2014 in occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II – dunque prima che Bannon entrasse nello staff elettorale di Trump – e a una successiva partecipazione telematica del direttore del «Breitbart News Network» a un convegno organizzato in estate dal Dignitatis Humanae Institut, in cui Burke ricopre un ruolo dirigenziale.

È vero però che, stando alla ricostruzione del newyorkese Jason Horowitz, in diverse uscite il network di Bannon avrebbe mostrato una certa simpatia per il cardinale americano, distintosi nel novembre 2016 per aver firmato insieme ai cardinali Brandm ü ller, Caffarra e Meisner cinque Dubia sull’esortazione post-sinodale Amoris Laetia dedicata ai problemi della famiglia. Di fondo, non mancano davvero i punti di contatto tra la politica della nuova amministrazione statunitense e l’opposizione intransigente a papa Francesco.

Si va dalla difesa dei cosiddetti valori etici della società giudaico-cristiana, tema particolarmente caro a Bannon, che ha più volte parlato del bisogno di una right-wing Church militant theology per contrastare la decadenza morale dell’Occidente, al fronte comune contro l’Islam politico. Non mancano poi possibili convergenze su altri aspetti importanti per la nuova amministrazione americana – per esempio, sullo stop alle migrazioni, sul Medio Oriente e sulla questione climatica – che per gli anti-bergogliani non rappresentano certo una priorità sulla quale la Chiesa dovrebbe investire.

Si potrebbe configurare (o forse si sta già dando nei fatti) una sorta di dinamica per la quale la nuova destra americana, che nella versione di Bannon dovrebbe assumere le dimensioni di un Global Tea Party insieme alle destre estreme europee (si veda in quest’ottica anche il recente incontro tra Burke e Matteo Salvini), sfrutta le tensioni interne alla Chiesa per trarne vantaggio.

Non c’è dubbio infatti che i rapporti di forza tra le due parti in causa siano sbilanciati in favore della componente politica, soprattutto date le condizioni di netta minoranza in cui si trova ad agire oggi la minoranza cardinalizia: si vedano le recenti polemiche sull’intervento diretto della Santa Sede per la risoluzione delle questioni interne all’Ordine di Malta conclusosi con l’esautoramento di Burke.

È di queste settimane anche la notizia che il cardinale americano è stato inviato dal papa in missione nell’isola di Guam, in pieno Oceano Pacifico. Eppure, difficilmente questi interventi disciplinari (peraltro non particolarmente severi) basteranno a controllare un malessere contro la pastorale di Bergoglio che affonda in una tradizione di intransigentismo anti-moderno ben radicata nella storia.

Sappiamo che la Santa Sede sta cercando di portare avanti la riconciliazione con i lefebvriani, e questa potrebbe rivelarsi una mossa strategica (per quanto discutibile) al fine di isolare ulteriormente l’opposizione. Rimarrà comunque aperta la faglia di quel cattolicesimo americano che ha permesso a Trump di vincere le elezioni e che oggi i suoi falchi vorrebbero forse staccare definitivamente dal controllo romano. Più in generale, questi movimenti vanno letti all’interno di un processo complessivo di ridefinizione dello scenario politico; un fenomeno che attraversa la società occidentale nel suo complesso e in cui le religioni, o, più correttamente, determinate strumentalizzazioni politiche del religioso, sono tornate a essere un elemento decisivo per la costruzione identitaria delle nuove destre, comunemente e troppo genericamente definite populiste.

 

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