20 marzo 2020

Il Coronavirus in America Latina

 

Dal Rio Grande, nell’emisfero settentrionale, che separa gli Stati Uniti dal Messico e dall’America Latina, alla Patagonia meridionale, condivisa dal Cile e dall’Argentina, la pandemia di Covid-19 ha raggiunto praticamente tutti i Paesi del continente. Del resto non potrebbe essere altrimenti in un’epoca di globalizzazione, in cui beni, persone, capitali e anche malattie circolano liberamente. Ciò che resta da vedere è il modo in cui i governi e i sistemi sanitari di ciascun Paese reagiranno, stante il fatto che tutti, con poche eccezioni finora, sono interessati da profonde crisi economiche e politiche.

 

L’America Latina è composta da 33 Paesi, con una popolazione di circa 630 milioni di persone in cui il Brasile, il più popoloso, conta 210 milioni di abitanti, seguito dal Messico con 126 milioni, ma vi sono che i mini-Stati nei Caraibi, come Saint Kitts e Nevis, che contano solo 56.000 abitanti. Esiste un’unica organizzazione di coordinamento politico che riunisce i 33 Stati, la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), creata nel 2010, al fianco di numerose altre organizzazioni di integrazione regionale. Tuttavia, gran parte di queste organizzazioni sono immobilizzate da controversie e divisioni ideologiche, che hanno depotenziato la capacità di azione comune. È probabile che questa pandemia, che minaccia ogni Paese in campo sanitario ed economico, li avvicini.

Il 26 febbraio il Brasile ha registrato ufficialmente il primo caso di Coronavirus nella regione, seguito dal Messico il 27. I primi due primi decessi sono stati registrati in Argentina il 7 e 13 marzo, corrispondenti a un uomo di 64 anni e ad uno di 61 anni rientrati da pochi giorni rispettivamente dalla Francia e dall’Italia. La pandemia si sta ora diffondendo rapidamente nella regione, tanto da toccare, al 18 marzo, un totale di circa 1.300 persone con diagnosi di Covid-19.

 

Argentina, Cile, Colombia, Perù e altri Paesi hanno iniziato a chiudere i confini e mettere in quarantena i viaggiatori provenienti dall’Europa e dai Paesi asiatici. Le scuole e le università sono state chiuse, sono state introdotte alcune restrizioni al commercio e avviate campagne per chiedere alle persone di limitare le loro attività e uscire solo per necessità urgenti. Di sicuro si procederà con il blocco delle città.

 

In Cile, le autorità hanno decretato lo stato di emergenza dal 18 marzo, il che significa limitare le attività dell’intera popolazione, introdurre il coprifuoco, contenere gli spostamenti e costringere le persone a rimanere nelle loro case. Provvedimenti simili sono stati presi da altri Paesi allo scopo di limitare il più possibile i contatti sociali e favorire l’isolamento, quella che, fra tutte, è la raccomandazione più importante.

Il governo ha dichiarato che si sta preparando a curare 100.000 malati a Santiago. Raduni e spettacoli di massa sono stati sospesi, a cominciare dalle partite di calcio e dai concerti, come la tappa nazionale del festival Lollapalooza, che si sarebbe dovuta tenere alla fine di marzo riunendo migliaia di giovani per tre giorni.

 

Sembra però che non tutti i Paesi del continente abbiano preso coscienza della gravità della situazione. I presidenti di Brasile e Messico, Jair Bolsonaro e Andrés López Obrador, ciascuno per suo conto, non hanno rinunciato ai “bagni di folla” o sospeso le uscite pubbliche, e fino al 17 marzo hanno continuato a partecipare a incontri stringendo mani e concedendosi per i selfie ai loro sostenitori, attirandosi peraltro le dure critiche delle autorità sanitarie dei loro Paesi.

 

Il Venezuela, dal canto suo, ha chiesto 5 miliardi di dollari all’FMI per fermare la pandemia, vedendosi respinta la richiesta dall’agenzia internazionale con la motivazione che non vi è giudizio unanime nel riconoscimento del governo presieduto da Nicolás Maduro.

 

Le asimmetrie nello sviluppo economico e istituzionale generano grandi differenze nei diversi sistemi sanitari dell’America Latina. Come ha affermato riferendosi ai danni attesi per il settore del turismo, una delle principali fonti di reddito per i Paesi caraibici, un economista dell’Honduras: «Quando il mondo va male, noi andiamo di peggio». Se non arriveranno i turisti e le grandi navi da crociera, le economie di sussistenza dell’area saranno duramente colpite dalla crisi.

 

I governi di Giamaica, Saint Kitts e Saint Vincent e Grenadine hanno già chiesto aiuto a Cuba per affrontare la pandemia. Questo Paese, noto per l’efficienza del suo sistema sanitario, esporta medici e personale specializzato in molti Stati della regione, tanto da farne una delle sue principali fonti di reddito. Sebbene nessun Paese al mondo sia in grado di accogliere nei suoi ospedali le centinaia di migliaia di persone che potrebbero contrarre il virus, la verità è che le differenze nei sistemi sanitari sono enormi. È sorprendente scorrere i dati della Banca mondiale relativi al numero di posti letto per mille abitanti: il Giappone ne ha 13,4, la Corea del Sud 11,5, la Germania 8,3, la Francia 6,5, l’Italia 3,4. In America Latina, Cuba ha 5,2, l’Argentina 5,0, il Brasile e il Cile 2,2, il Messico 1,5, la Bolivia e il Costa Rica 1,1, Haiti e Honduras 0,7, il Guatemala, solo 0,6 posti letto per mille abitanti.

La mancanza di informazioni, attrezzature e strumenti di diagnostica nei Paesi della regione fa sì che il numero di casi registrati sia ancora basso. Tuttavia, la curva dovrebbe crescere rapidamente e raggiungere il picco tra fine aprile e inizio maggio. Il ministro della Salute cileno ha stimato che 50.000 potrebbero essere gli infettati, mentre altre fonti sostengono che l’epidemia potrebbe contagiare il 10% della popolazione. La prima vittima politica del Coronavirus in Cile è stato però il referendum per la nuova Costituzione, previsto in Cile per il 26 aprile. I partiti politici hanno deciso di rimandarlo per tutelare la salute della popolazione e scongiurare il rischio di una bassa partecipazione dei cittadini, come è accaduto alle amministrative in Francia domenica scorsa. Il referendum si svolgerà probabilmente nella primavera dell’emisero meridionale, cioè a settembre o ottobre di quest’anno.

 

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Immagine: Persone che indossano la mascherina contro il contagio da Coronavirus, San Paolo, Brasile (1 febbraio 2020). Crediti: Nelson Antoine / Shutterstock.com 

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