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13 giugno 2018

Il Kenya delle mille contraddizioni

di Luca Attanasio

È un Paese di contraddizioni. Ha una crescita economica tra le più veloci del continente – il PIL ha un aumento medio del 5% annuo dal 2010 – e molti indicatori economici con il segno più; comincia a godere di una diffusa rete di infrastrutture e può ostentare un tasso di alfabetizzazione tra i più alti dell’Africa subsahariana, che ha portato l’84% della popolazione a saper leggere e scrivere e il 58% a concludere almeno gli otto anni di studi primari (anche se il dato sul completamento del ciclo superiore, 14%, è ancora preoccupante). Per quanto riguarda lo stato della democrazia interna può senz’altro vantare una più che buona Costituzione – riformata a grande maggioranza a seguito di un referendum nell’agosto del 2010 – e il rispetto dei principi basilari: in un continente quasi interamente governato da classi dirigenti aggrappate al potere da decenni e riluttanti al principio dell’alternanza, sta mostrando, negli ultimi tempi, la volontà di rispettare il termine dei mandati presidenziali. Lo scorso anno, poi, ha conquistato la palma di prima nazione africana ad accogliere le istanze delle minoranze politiche e organizzare una ripetizione delle elezioni per irregolarità. E se accanto o a poca distanza dai suoi confini regnano l’instabilità o il conflitto – Somalia, Sud Sudan, Congo, Centrafrica – il Kenya vive in relativa pace da oltre un decennio.

Eppure, annovera al suo interno alcuni fenomeni sociali dai risvolti inquietanti.  

A Nairobi sorge Kebira, lo slum più esteso d’Africa, una città nella città di 1 milione di abitanti ammassati in un luogo che potrebbe benissimo rappresentare l’iconografia dell’inferno: baracche da un paio di metri quadri in cui vivono decine di persone, fogne a cielo aperto e cumuli di immondizia che non saranno mai rimossi, strade che quando piove diventano paludi e bambini ovunque, vestiti di niente. Sempre nella capitale, si trova la discarica più grande dell’Africa orientale.  In un’oasi stratificata da decenni di rifiuti di ogni tipo – la maggior parte dei quali non biodegradabili – lavorano 4000 persone che trascorrono l’intera esistenza a separare l’immondizia, raccoglierla per genere, e venderla al kg per 15 scellini, 0,15 dollari.

Il Paese, poi, è noto al mondo per il grande numero di street children, tra i maggiori di tutto il continente. Il calcolo, ovviamente arrotondato per difetto, parla di oltre 300.000 bambini (la metà solo nella capitale) che hanno fatto della strada la loro dimora e che vivono di espedienti o si stordiscono con la colla da scarpe o il carburante per dormire qualche ora o non pensare alla loro condizione. Il 40% dei suoi quasi 48 milioni di abitanti è disoccupato o sottoccupato. È il sesto Paese al mondo per numero assoluto di morti dovute all’AIDS.

A frenare drasticamente uno sviluppo dalle potenzialità enormi e a lasciare una fetta ingente di popolazione nell’indigenza o sotto la linea di povertà è senza dubbio un livello di corruzione altissimo che pervade ogni settore della società.

Nell’ultimo Indice di corruzione percepita, stilato da Transparency International, il Kenya è il 143° Paese su 177. Nelle ultime settimane, a conquistare le prime pagine dei giornali sono stati due gravissimi scandali che hanno riguardato la pubblica amministrazione.  Dalle casse del Servizio nazionale per la gioventù (una sorta di protezione civile giovanile nata principalmente per intervenire negli slum e nelle zone più degradate) sarebbero spariti circa 9 miliardi di scellini, 85 milioni di dollari, mentre sembra che 70 miliardi (650 milioni di dollari) di fondi destinati alla costruzione del più grande oleodotto del Kenya siano letteralmente svaniti.

I kenioti sperano che il presidente Kenyatta, che ha messo nel suo programma elettorale una lotta senza quartiere alla corruzione, possa dedicarle molti dei suoi sforzi di governo ora che la situazione politica si è nuovamente stabilizzata. Il 9 marzo scorso, infatti, del tutto inaspettatamente, i leader dei due principali partiti – Raila Odinga, di etnia Luo, capo della coalizione NASA (National Super Alliance ) e lo stesso Kenyatta, Jubilee Party, appartenente invece all’etnia Kikuyo –, dopo mesi di attacchi reciproci violentissimi che hanno fatto temere un ritorno al caos seguito alle elezioni del dicembre 2007, quando scoppiarono rivolte in molte aree che fecero oltre 1200 morti e costrinsero alla fuga circa mezzo milione di persone, hanno dichiarato la fine delle ostilità.

Dal giorno della ‘stretta di mano’, come se Odinga non avesse chiesto ai suoi seguaci di boicottare la ripetizione delle elezioni e Kenyatta chiamato a raccolta il suo popolo per rispondere alle rivolte (gli scontri tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 hanno fatto un centinaio di morti), i due non perdono occasione di farsi fotografare insieme e di ostentare abbracci: nel corso della cerimonia annuale della Giornata di preghiera nazionale al Safari Hotel di Nairobi, il 31 maggio scorso, hanno dichiarato di perdonarsi a vicenda le offese e gli insulti  e di volere marciare insieme per il bene del Paese.

Per quanto inspiegabile agli osservatori che ne ignorano tuttora i contorni, l’accordo Kenyatta-Odinga potrebbe aprire una fase nuova nel Paese e segnare, almeno de facto, la fine di un drammatico conflitto tra i due leader che manteneva il Paese in uno stato di tensione latente (a seguito degli scontri del postelezioni del 2007 Kenyatta fu accusato all’Aia di crimini contro l’umanità e solo nel 2015 assolto per insufficienza di prove). Ora Odinga, che prometteva di guidare la rivolta delle masse (nello slum di Kebira gode del consenso di quasi tutta la popolazione), punta a vestire i panni dello statista: a lui il presidente ha affidato la delicata mediazione per la pace in Sud Sudan. Kenyatta, invece, che vuole affrancarsi definitivamente dall’immagine di leader spietato che lo ha trascinato all’Aia e condurre il suo secondo e ultimo mandato rilanciando il Paese, dovrà soprattutto dedicarsi a ridurre gli spaventosi divari sociali che ancora attanagliano un’intera nazione.

La sua strategia di crescita economica e di sviluppo, battezzata “Big Four”, ha individuato quali imprescindibili priorità la sanità pubblica, la sicurezza alimentare, una politica di housing accessibile a tutti e l’espansione dell’industria manifatturiera. La riforma del sistema scolastico poi e l’attenzione al fenomeno degli street children – è annunciato per metà giugno il lancio del primo censimento dei bambini di strada e il successivo piano nazionale di riabilitazione – lasciano intravedere segnali di ripresa e una visione, scevra finalmente dalle tensioni politiche, di prospettiva. Nella speranza che quelle due mani rimangano strette.

 

Crediti immagine: da Feed My Starving Children (FMSC).  Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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