Questo sito contribuisce all'audience di
12 settembre 2018

Il Parlamento europeo condanna l’Ungheria di Orbán

Il Parlamento europeo ha votato mercoledì 12 settembre a favore dell’applicazione, nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbán, dell’articolo 7 del trattato di Lisbona, che sanziona i casi di violazione dello Stato di diritto. Hanno approvato la mozione 448 deputati, 197 si sono espressi contro, 48 si sono astenuti, per un totale di 693 votanti. Ora la parola passa al Consiglio europeo, per l’attuazione delle misure previste dalla procedura, che si applica per la prima volta nella storia dell’Unione Europea; ma al di là delle conseguenze pratiche, che possono spingersi fino al restringimento del diritto di voto per il Paese posto sotto osservazione, il pronunciamento del Parlamento europeo assume un’importanza politica enorme, scuote equilibri e mette in movimento reazioni.

Il confronto tra i partiti europeisti tradizionali e il fronte sovranista entra in una fase più calda, in preparazione dell’inevitabile confronto previsto per le elezioni europee del maggio 2019. Il primo dato politico riguarda la spaccatura del Partito popolare europeo, di cui lo stesso partito di Orbán, il Fidesz, faceva parte. La maggioranza dei popolari europei ha votato infatti a favore della condanna dell’Ungheria. I partiti della maggioranza governativa italiana hanno votato in maniera diversa, il Movimento 5 stelle per l’applicazione dell’articolo 7, la Lega in difesa di Orbán; analoghe differenzazioni hanno attraversato il governo austriaco. Le contestazioni contenute nel rapporto proposto dalla deputata ambientalista olandese Judith Sargentini al governo ungherese riguardano le iniziative che limitano l’indipendenza dei media, l’utilizzo privatistico dei fondi europei, il nepotismo nell’apparato giudiziario, la negazione dei diritti fondamentali per i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati.

L’atteggiamento di Orbán di fronte al Parlamento europeo ha probabilmente polarizzato lo scontro: dando forse per scontato un risultato a lui sfavorevole, il premier ungherese ha attaccato il rapporto Sargentini, accusandolo di inesattezze e falsità. E ha ribadito la sua intransigenza sul tema caldo delle migrazioni: «L’Ungheria sarà condannata perché ha deciso che non sarà patria di immigrazione. Ma noi non accetteremo minacce e ricatti delle forze pro-immigrazione: difenderemo le nostre frontiere, fermeremo l’immigrazione clandestina anche contro di voi, se necessario». Una prima fase dello scontro si chiude, ma Orbán non esce certo di scena; sarà probabilmente uno dei protagonisti della politica europea fino alle elezioni del maggio 2019.

 

Crediti immagine: European People’s Party. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 


0