3 marzo 2020

Il Regno Unito delle beghe interne e del confronto con l’UE

Dopo il trionfo elettorale di dicembre e un gennaio dominato in gran parte dal compimento della Brexit, avvenuto il 31 gennaio, tutti a Londra aspettavano il tanto atteso rimpasto di governo per capire quali sarebbero stati i nuovi equilibri all’interno del Partito conservatore e, soprattutto, per scoprire se la pace scoppiata all’interno del gruppo parlamentare Tory in seguito alla grande vittoria ottenuta da Boris Johnson e dal suo stratega Dominic Cummings sarebbe durata.

Il rimpasto è arrivato alla metà di febbraio e ha fatto delle vittime eccellenti tra le figure più in vista del Partito conservatore, anche se la notizia più clamorosa è stata quella delle dimissioni di Sajid Javid, il cancelliere dello Scacchiere di Boris Johnson sino al 13 febbraio scorso. L’addio del ministro del Tesoro è stato clamoroso ed è stato dettato, a detta dello stesso Javid, da una richiesta irricevibile da parte del primo ministro e del suo consigliere politico: quella di sostituire il suo intero staff di consulenti e collaboratori con un gruppo di lavoro scelto direttamente dal n. 10 di Downing Street. Javid ha dichiarato di considerare una tale eventualità un commissariamento di fatto del suo ministero da parte di Cummings e ha dunque deciso di abbondonare la carica che è ora ricoperta da Rishi Sunak, trentanovenne parlamentare dal 2015, già gestore di hedge funds della Goldman Sachs, ovviamente laureato ad Oxford con un MBA (Master of Business Administration) a Stanford.

La rottura tra primo ministro e cancelliere dello Scacchiere è un fatto piuttosto insolito nel panorama politico britannico, le due figure infatti sono legate a doppio filo visto che il n. 11 di Downing Street (sede del ministero del Tesoro) è il dicastero attraverso il quale il primo ministro sviluppa la propria politica, essendo quello che gestisce i fondi con cui tutti gli altri ministri svolgono la loro attività. Non è un caso infatti che il cancelliere dello Scacchiere di David Cameron fosse il suo più grande alleato e amico George Osborne; stessa cosa si può dire del ruolo ricoperto da Philip Hammond nei confronti di Theresa May, solo per ricordare gli ultimi due casi.

La rottura tra Javid e Johnson ha però ragioni più profonde: innanzitutto l’ex cancelliere viene dalla scuola “thatcheriana” in termini di intervento statale in economia, che vorrebbe ridurre al minimo. Johnson e Cummings invece hanno intenzione di guidare l’azione di governo verso un maggiore uso di fondi pubblici e un aumento del deficit. Hanno infatti già nazionalizzato un gestore ferroviario in crisi e sbloccato la costruzione del progetto di linea ad alta velocità fermo da anni e che collegherà il Sud con il Nord dell’Inghilterra. L’obiettivo del primo ministro è quello di consolidare attraverso investimenti pubblici la sua presa sul Nord, un tempo feudo laburista, in modo da garantirsi un vantaggio impossibile da colmare, in termini di seggi parlamentari, sul Labour.

Un altro grande punto di rottura con Javid è stato sicuramente il futuro dei rapporti del Regno Unito con l’Unione Europea: l’ex cancelliere infatti era il più esposto “pontiere”, contrario cioè allo scenario dell’uscita senza un accordo di libero scambio firmato entro il 31 dicembre 2020. Una eventualità che invece non spaventa affatto e che è anzi incoraggiata da Boris Johnson, che in queste settimane ha sottolineato come, qualunque cosa accada, il 1° gennaio 2021 il periodo di transizione finirà e il Regno Unito sarà a tutti gli effetti un Paese terzo rispetto all’Unione Europea.

In generale il rimpasto di governo ha dunque consolidato la presa di Johnson sul governo, che ha promosso figure più radicali soprattutto in termini di Brexit, politica economica e immigrazione.

Non a caso il primo grande progetto presentato al Parlamento è stato quello di un nuovo sistema di immigrazione basato sul modello “a punti” australiano. Tuttavia, al di là dei proclami, le modifiche che verranno apportate saranno più “cosmetiche” che sostanziali rispetto al già rigidissimo modello attuale. La vera grande novità è che nel progetto presentato dal governo si specifica che dal 1° gennaio 2021 i cittadini europei verranno equiparati a quelli di tutti gli altri Paesi stranieri.

Per il resto il sistema si basa su sette requisiti che assegnano 0, 10 o 20 punti. Per ottenere il permesso di soggiorno è necessario raggiungere 70 punti e tre requisiti sono obbligatori: un’offerta di lavoro approvata dal sistema, una professionalità adeguata al lavoro e una buona conoscenza della lingua inglese. Gli altri parametri (salario, titoli di studio o carenza di professionalità in un campo specifico) sono combinabili per l’ottenimento dei fatidici 70 punti. Ad esempio, si può avere un’offerta di lavoro con salario sotto il minimo previsto se in quel settore c’è necessità di manodopera, oppure se si ha un titolo di studio elevato. È inoltre previsto un piano di aggiustamento per i cittadini europei già residenti che hanno fino al giugno 2021 per fare richiesta di cittadinanza e ai quali verrà assegnato un visto elettronico.  La novità sostanziale è che i lavoratori non altamente formati non avranno più, teoricamente, modo di immigrare legalmente nel Regno Unito con due grandi eccezioni: agricoltura e assistenza sanitaria. E non è detto che rimarranno le uniche da qui all’approvazione della legge, considerando che interi settori dell’economia britannica, a partire appunto dal sistema sanitario, si reggono quasi esclusivamente sul lavoro degli stranieri, in particolare di cittadini europei.

Proprio il ministero che si troverà a gestire la delicata transizione del nuovo rapporto con l’Unione Europea e con il resto del mondo per quanto riguarda l’immigrazione è però al centro di grosse polemiche, scatenatesi lo scorso sabato a seguito delle clamorose dimissioni di Philip Rutnam, il più alto dirigente dell’Home Office, il ministero dell’Interno.

Rutnam ha accusato la ministra Priti Patel di aver compiuto nei suoi confronti, ed in generale del personale del ministero, atti di bullismo. Rutnam, in una conferenza stampa infuocata tenutasi strategicamente di sabato in modo da dominare i giornali di domenica, giorno di maggiore diffusione, ha annunciato una causa per mobbing nei confronti del governo.

I conflitti tra governo e alti funzionari ministeriali (che hanno una carriera indipendente e che sono dunque autonomi rispetto ai cambiamenti politici) non sono una novità, specie quando vi è un cambio radicale di linea politica a Downing Street, mai però avevano raggiunto un grado così elevato di conflittualità e un tale clamore, e sono certamente rappresentativi del livello di radicalità che Johnson e Cummings hanno portato a Downing Street.

Nelle prossime settimane si preannunciano sfide importanti per il governo, innanzitutto la gestione dell’epidemia del Coronavirus, il cui arrivo pare essere solo questione di tempo, e, soprattutto, il dipanarsi della fase più calda delle trattive per il futuri rapporti con l’Unione Europea: tutti e due i fronti hanno infatti dichiarato che se entro giugno non si dovesse ravvisare quantomeno la possibilità di firmare un accordo entro il mese di dicembre, allora dovrebbero cominciare i preparativi per una uscita “disordinata” e cioè con la riproposizione dello scenario del No Deal.

Vedremo dunque se Boris Johnson avrà la volontà e la forza politica per imporre quella che chiaramente è la sua visione di un Regno Unito che abbia con l’Unione Europea un rapporto molto lasco, privilegiando invece la “special relationship” con gli Stati Uniti e i rapporti con i Paesi del Commonwealth.

 

Immagine: Boris Johnson (13 dicembre 2019). Crediti: Cubankite / Shutterstock.com

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