20 aprile 2017

Il Regno Unito verso le elezioni anticipate

«The country is coming together, but Westminster is not». Con queste parole il primo ministro britannico Theresa May ha spiegato la sua decisione, assunta – ha voluto precisare – con riluttanza. Sono trascorsi quasi dieci mesi dal voto referendario con cui gli elettori del Regno Unito si sono espressi a favore dell’uscita di Londra dall’UE, ma la vera partita politica della Brexit comincia adesso, con l’avvio formale della procedura prevista dall’articolo 50 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TUE) e l’imminente inizio del negoziato con Bruxelles. Un passaggio complesso e delicato, determinante per plasmare il futuro geopolitico del Regno, ma ‘mentre il Paese si sta unendo’ – ha sottolineato May – ‘Westminster si divide’: dunque, non c’è altra soluzione che chiamare i cittadini britannici alle urne, perché facciano la loro scelta. L’annuncio di martedì della leader conservatrice è giunto per molti versi inatteso, soprattutto perché la stessa May si era espressa più volte contro l’ipotesi di elezioni anticipate e aveva ribadito in diverse occasioni di voler andare al voto a naturale scadenza, nel 2020. In politica però, le posizioni possono cambiare facilmente, soprattutto se – in prospettiva – ci sono buone possibilità di successo. La decisione di Theresa May si inserisce nel quadro delle trattative per la Brexit e risponde a una logica ben precisa: al momento, i Tories possono contare sulla maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni, forti del risultato elettorale del voto del 2015 che li vide prevalere sulle altre forze politiche e aggiudicarsi 330 scranni su 650. Tuttavia, nei primi dieci mesi di confronto e dibattito sull’uscita di Londra dall’UE, il primo ministro conservatore ha potuto constatare come il percorso sarà denso di difficoltà, con le forze politiche di opposizione – dai laburisti, ai liberaldemocratici fino allo Scottish National Party – pronte a sfruttare ogni occasione per indebolire il governo e la stessa Camera dei Lord che ha fatto sentire la sua voce. Il margine parlamentare non è peraltro particolarmente rassicurante, essendo ridotto a 17 seggi, e all’interno dello stesso fronte conservatore i vari distinguo potrebbero rappresentare un ulteriore ostacolo per il primo ministro. Chiedendo agli elettori di pronunciarsi, May cerca quindi da una parte quella piena investitura popolare che è mancata al momento del suo ingresso a Downing Street – dove è arrivata per sostituire il dimissionario David Cameron dopo il referendum sulla Brexit – e dall’altra di ottenere un mandato chiaro per poter trattare con Bruxelles da una posizione rafforzata. I numeri al momento sembrerebbero dalla sua parte, e se è vero che negli ultimi tempi i sondaggi sono stati non di rado smentiti, pare difficile ipotizzare oggi uno scenario che non veda i conservatori consolidare la loro maggioranza parlamentare. Secondo un’indagine svolta da ICM/Guardian subito dopo l’annuncio di May, i Tories avrebbero infatti un consistente vantaggio di 21 punti percentuali rispetto ai loro principali rivali, i laburisti di Jeremy Corbyn, incontrando il favore del 46% degli elettori contro il 25% del Labour e l’11% dei liberaldemocratici; valori questi sostanzialmente in linea con gli ultimi sondaggi di YouGov del 12-13 aprile, che vedevano i conservatori come opzione preferita dal 44% dei rispondenti a fronte del 23% dei laburisti e del 12% dei Lib-Dem. Di più, il sondaggio ICM/Guardian rivela che il 55% degli intervistati supporta la decisione del primo ministro May di chiedere nuove elezioni, a fronte del 15% che si oppone e del 30% che dichiara di non sapere cosa rispondere. La leader conservatrice non si è nascosta: ha bisogno di un mandato forte per poter condurre al meglio le trattative con l’Unione Europea e ottenere il miglior accordo possibile per il Regno Unito. E gli elettori britannici, complice anche un Labour in difficoltà, sarebbero propensi a concederglielo. Bruxelles, da parte sua, ha confermato di voler mantenere inalterati i tempi del negoziato, e secondo una chiave di lettura rilanciata da Politico, nuove elezioni potrebbero essere utili alla stessa UE: se infatti Theresa May dovesse vedere consolidata la sua posizione a seguito del voto, potrebbe far leva sulla già citata legittimazione popolare per ridimensionare il peso delle frange più intransigenti del fronte del Leave, e negoziare così una Brexit più ordinata. Peraltro, con il voto anticipato all’8 giugno, la nuova scadenza elettorale sarebbe poi spostata al 2022: in questo modo, Bruxelles e Londra – senza l’incombenza dell’appuntamento elettorale britannico del 2020 – potrebbero raggiungere l’intesa sul recesso del Regno Unito dall’UE e poi negoziare con maggiore tranquillità un accordo transitorio che regoli i reciproci rapporti tra le due entità, in vista di una loro successiva puntuale definizione. La proposta del primo ministro di andare a elezioni anticipate ha ricevuto 522 voti favorevoli a fronte di 13 contrari: dunque, la maggioranza dei 2/3 necessaria affinché la mozione fosse accolta e gli elettori fossero chiamati alle urne è stata ottenuta. Per Theresa May si apre adesso una fase decisiva, in un contesto complesso. Restano infatti intatte, accanto alla Brexit e intrecciandosi a esse, alcune questioni spinose per il Regno: da un parte, l’Irlanda del Nord è ancora senza un governo, e le elezioni generali potrebbero aggiungere ulteriore incertezza a una situazione già di per sé intricata; dall’altra parte, a Nord del vallo di Adriano, le istanze dell’indipendentismo scozzese sono tornate a farsi sentire. Qui, lo Scottish National Party proverà a giocare tutte le sue carte, ma ripetere l’ottimo risultato delle elezioni del 2015 – quando si aggiudicò 56 dei 59 seggi scozzesi di Westminster – non sarà facile. La partita è iniziata. La parola, l’8 giugno, agli elettori britannici.

 


0