24 gennaio 2019

Il Trattato di Aquisgrana, nel solco dell’atomizzazione dell’UE

di Nicolò Carboni

Sfogliando la versione on-line dell’Enciclopedia Treccani, i Trattati di Aquisgrana noti alle cronache sono addirittura quattro; il più famoso ‒ e importante ‒ è quello che sancì la supremazia europea di Carlo Magno e spianò la strada alla sua incoronazione come Romano Imperatore. Non stupisce, dunque, che Emmanuel Macron, forse il leader europeo con le maggiori velleità universalistiche, e Angela Merkel ‒ il capo de facto ma non de jure dell’Unione Europea ‒ abbiano scelto proprio la cittadina termale tedesca per rinnovare la storica alleanza franco/tedesca con un (nuovo) trattato che, nelle intenzioni dei firmatari, segna una nuova fase nelle relazioni tra Parigi e Berlino.

I propositi sono molti, si va dalla collaborazione militare, corredata da un classico patto di mutuo aiuto in caso di aggressione (sul modello NATO), a quella nell’intelligence, insieme a una serie di misure tecniche per integrare al meglio il sistema sanitario transfrontaliero, i controlli doganali e la condivisione di informazioni. La Francia, inoltre, si impegna a sostenere la richiesta tedesca (o meglio, il sogno proibito della Germania da almeno un decennio e mezzo) di avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pure sul fronte della collaborazione istituzionale vengono fatti dei passi avanti, rendendo ufficiale la prassi dei bilaterali prima dei Consigli europei e proponendo che venga istituito una sorta di Erasmus per i ministri, permettendo ai membri di governo dei due Paesi di partecipare alle riunioni della controparte. Nulla di troppo innovativo o rivoluzionario, ma, come spesso accade, il vero dato politico non è nel merito, bensì nella forma.

Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno sentito il bisogno di mettere nero su bianco il buono stato delle relazioni franco-tedesche proprio mentre i due leader soffrono il loro momento peggiore: Macron è sotto la morsa dei ‘gilet gialli’, mentre il suo tasso di popolarità ha già superato in negativo quello del non troppo amato predecessore, la Merkel è a fine mandato (ha già annunciato che non si ricandiderà al ruolo di cancelliere) e in Germania stanno emergendo forze nuove ‒ come i Verdi o Alternative für Deutschland (AfD) ‒ che hanno ormai messo in crisi la tenuta politica della Grande coalizione.

Pure il convitato di pietra al tavolo di Aquisgrana, l’Unione Europea, non se la passa benissimo: alla vigilia di una tornata elettorale che, con grande probabilità, vedrà un’avanzata delle forze eurocritiche, i due principali Paesi del blocco sentono il bisogno di stringersi tra loro, dimenticando tutti gli altri. Nel Trattato di Aquisgrana i riferimenti all’Unione sono pochi e non vanno molto oltre la semplice formalità, come se Parigi e Berlino guardassero già oltre, a un futuro dove la cooperazione europea non sarà più demandata all’attuale assetto bruxellese ma a nuove forme di partenariato ancora in divenire.

Come dicevamo sopra, la forma è sostanza ed è impossibile negare che, se un trattato simile fosse stato firmato da Orbán e Kurz, oggi staremmo a discutere di secessione di Visegrád o amenità affini. Ovviamente si tratta di esagerazioni, banalmente siamo davanti a una nuova fase del processo (per larga parte incontrollato) di ridefinizione dei confini e delle zone d’influenza all’interno dell’Unione Europea.

Da quando la crisi del debito ha fatto cadere il velo dell’Europa solidale per mostrare il volto arcigno della troika, Bruxelles si è trasformata in una camera di compensazione delle rivalità e di interessi nazionali spesso contrapposti. Non stupisce dunque che i vari Paesi si stiano dividendo in consorterie organizzate per continuità politica, territoriale o entrambe.

Letto in questo senso il Trattato di Aquisgrana si inserisce nella più generale tendenza di atomizzazione dello spazio pubblico europeo, con la costruzione di fronti (il “fronte europeista” invocato da Macron, il “fronte populista” di Orbán) l’un contro l’altro armati per conquistare egemonia e potere.

Nei prossimi mesi scopriremo se le firme di Emmanuel Macron e Angela Merkel resisteranno alle turbolenze elettorali, ma, in fondo, per quanto provi a difendere un europeismo demodé, questo Trattato segna un punto chiaro: l’epoca della collaborazione a ventisette è finita, ogni Paese si rifugia dagli alleati di sempre, sperando che la buriana della storia si plachi. Il messaggio di Parigi e Berlino è arrivato forte e chiaro nelle altre capitali ma, soprattutto, rischia di farsi sentire a Bruxelles.

 

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